USURA SOPRAVVENUTA: l’intervento delle Sezioni Unite sugli effetti civilistici

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, ordinanza interlocutoria n.2484 del 31/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Valerio Bottiglieri

Con l’ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione n. 2484 del 31 gennaio 2017, è stato sollecitato l’intervento delle Sezioni Unite per dirimere il contrasto giurisprudenziale emerso in merito alla sorte dei contratti di mutuo pendenti all’entrata in vigore della disciplina antiusura.

Nel caso di specie, una società stipulava nel 1990 un contratto di mutuo con un istituto di credito chiedendo, dopo l’entrata in vigore della l. antiusura del 1996, la rinegoziazione del contratto nel quale gli interessi, originariamente pattuiti nell’ambito del tasso soglia, erano diventati improvvisamente usurari.

Va premesso che il tema dell’usura è già di per sé un argomento complesso perché oggetto sia di disciplina civilistica (art. 1815 c.c.) che penalistica (art. 644 c.p.), ponendo problemi di coordinamento tra le due.

Il legislatore ha emanato la legge antiusura n. 108/1996 con la quale, all’art. 2, ha stabilito che il limite legale oltre il quale gli interessi devono essere considerati usurari è stabilito tramite un decreto del Ministero del tesoro, sentiti la Banca d’Italia e l’Ufficio italiano dei cambi.

Poiché la legge fissa nuovi criteri per determinare il tasso di usura, è sorto il problema di regolare preesistenti contratti di mutuo che, al momento della stipulazione, prevedevano tassi di interesse entro la soglia, ma che poi, con l’entrata in vigore della norma (o di un nuovo decreto ministeriale), fossero divenuti usurari[1].

Alla luce di tali dubbi ermeneutici, il legislatore è intervenuto con la legge di interpretazione autentica n. 394/2000[2], prescrivendo, all’art. 1, che, per individuare l’usurarietà degli interessi, bisogna guardare al momento della pattuizione della clausola e non a quello del pagamento della somma.

In seguito a tali implicazioni, molteplici sono state le tesi dottrinali e le pronunce giurisprudenziali tra loro contrastanti sul punto.

Secondo parte della giurisprudenza[3], la soluzione non può che essere quella della totale irrilevanza di una tale sopravvenienza normativa che abbassi il tasso soglia al punto da determinare la natura usuraria dell’originario tasso di interesse stipulato.

La legge antiusura, infatti, non produce effetti sulla successiva esecuzione del contratto, rispetto alla quale non sarà rilevante il momento del pagamento di quegli interessi ma solo quello della pattuizione[4].

La legittimità del tasso inizialmente pattuito, pertanto, produrrebbe un’efficacia ultrattiva per tutta la durata del contratto.

Altra tesi, sostenuta dalla Corte Cost. con sent. 204/1997, pronunciatasi rispetto alla speculare questione della fideiussione omnibus[5], ritiene auspicabile, nel caso di specie, prevedere l’inefficacia sopravvenuta del contratto di mutuo.

D’altronde, l’inefficacia è una sanzione che riguarda vizi funzionali e quindi sarebbe pienamente applicabile in quei casi in cui il contratto risulti geneticamente valido.

Questa scelta non provoca alterazione della fattispecie contrattuale ma incide solo sulla funzione dell’atto di produrre effetti e mantenerli in vita[6].

Questi, infatti, saranno considerati inefficaci per cui le prestazioni già eseguite e gli effetti già prodotti resteranno fermi, mentre sarà impedita la prosecuzione del contratto.

C’è chi in dottrina ha precisato come tale inefficacia sopravvenuta possa assimilarsi agli effetti prodotti dalla risoluzione, vicenda che, non a caso, riguarda il contratto come rapporto e non come atto.

Ecco perché alcuni hanno portato avanti la tesi della risoluzione per impossibilità sopravvenuta ex art. 1463 c.c., secondo la quale le prestazioni dovute in base al contratto diverrebbero, alla luce della nuova norma, impossibili giuridicamente, con la conseguenza di risolvere il contratto, salvare le prestazioni già eseguite e impedirne la prosecuzione (secondo il principio dell’irretroattività degli effetti della risoluzione nei contratti di durata).

Tuttavia entrambe le tesi, secondo una parte della dottrina, comportano una serie di storture con i principi generali che finiscono per essere accentuate in tema di usura sopravvenuta.

È pacifico, infatti, che il contratto sia contrario ad una norma imperativa e che pertanto sia più ragionevole propendere per la tesi della nullità piuttosto che dell’inefficacia.

Pertanto, con due sentenze gemelle n. 602 e 603 del 2013, la Cassazione ha introdotto la tesi della nullità sopravvenuta[7], per la quale, la l. 108 del ’96 comporta la nullità sopravvenuta parziale per contrasto con norme imperative ex artt. 1343 e 1418 c.c. e quindi l’inefficacia in senso lato ex nunc delle clausole di quei contratti conclusi prima dell’entrata in vigore della norma con tasso di interesse ormai sopra la soglia minima[8].

Va precisato però che la tesi non è foriera di critiche e di perplessità interpretative.

  • È opportuno, infatti, rilevare come la nullità, in quanto vizio genetico del contratto, deve essere coeva alla fattispecie negoziale e non può sopravvenire, quindi, seguendo questa tesi, nel caso in cui il contratto fosse dichiarato nullo, si cadrebbe nella contraddizione di un negozio valido e invalido allo stesso tempo.

La nullità è inoltre un vizio afferente all’atto e non al rapporto mentre lo ius superveniens incide sul contratto come rapporto intervenendo a valle sugli effetti e non a monte sul fatto.

Rispetto a ciò però, parte della dottrina nega tale contraddizione sostenendo che la nullità sopravvenuta resti sempre una nullità genetica con l’unica differenza del mutamento di contesto ordinamentale di riferimento.

Essendoci una nuova valutazione di liceità da parte dell’ordinamento, la nullità, pur se sopravviene, resta, infatti, sempre inerente all’atto anche se intervenendo successivamente.

Ad essere sopravvenuto quindi non è il vizio ma la norma.

Inoltre, è vero che la nullità è un vizio sull’atto e non sul rapporto ma in questo caso ciò che contrasta con la norma antiusura, non è il rapporto ma il programma negoziale ideato originariamente dalle parti (il regolamento negoziale).

  • Va ancora precisato però che l’invalidità è retroattività perché il contratto se è nullo lo è dal momento della nascita e quindi concepire una nullità che produce effetti ex nunc sembra per alcuni una trovata rivoluzionaria.

Si ritiene, tuttavia, che la previsione di una nullità irretroattiva non sia un espediente del tutto sconosciuto al diritto, (basti guardare l’art. 2126 c.c. sulla nullità del contratto di lavoro)[9].

Inoltre, nei rapporti di durata il legislatore ha escluso l’effetto retroattivo in tutta quella serie di ipotesi in cui gli eventi sopravvenuti incidono sugli effetti del contratto. Ad esempio nella disciplina della condizione risolutiva (art. 1360 comma 2 c.c.); in quella del recesso unilaterale (art. 1373, comma 2 c.c.); in quella della risoluzione per inadempimento (art. 1458 c.c.) e per eccessiva onerosità sopravvenuta (art. 1467 c.c.).

Eventualmente riconosciuta la nullità parziale sopravvenuta della clausola che prevede gli interessi, anche d’ufficio da parte del giudice, si pone però il problema di capire come regolare concretamente la vicenda contrattuale.

  • Secondo una tesi il debitore non avrebbe dovuto pagare nulla applicando la norma in tema di contratti di mutuo ex art. 1815 co 2 c.c.

In questo caso, va però notato che, applicando l’art. 1815 co 2 c.c., si finirebbe per trasformare il contratto oneroso in gratuito secondo un’operazione non consentita, che violerebbe il principio di affidamento delle parti, perché la norma si spiega fin quando le parti ab initio abbiano pattuito interessi usurari, mentre in questo caso, l’interesse era stato pattuito legittimamente.

  •  Secondo una diversa teoria[10] opererebbe, attraverso il combinato disposto degli artt. 1339 e 1418 c.c., l’automatica integrazione legale del contratto, imponendo il tasso di interesse legale ex artt. 1282 e 1284 c.c.

Anche questa teoria, tuttavia, secondo alcuni non convince perché, da un lato, incide eccessivamente sull’autonomia delle parti, dall’altro, determinerebbe un abbassamento del tasso d’interesse non previsto dalla legge e irragionevole considerando che il tasso legale è sempre più basso di quello soglia.

Inoltre, a norma dell’art. 1419 co 2 c.c., non è prevista la nullità per intero del contratto quando le clausole nulle, come in questo caso, sono sostituite di diritto da norme imperative.

  • Alla luce di queste premesse, soluzione vista con maggior favore da parte degli interpreti sembra essere quella che prevede, una volta dichiarata la nullità sopravvenuta parziale della clausola sugli interessi, l’applicazione del tasso soglia imponendo la restituzione della restante parte usuraria.

Attraverso questo meccanismo, il contratto di mutuo resterebbe in vita, il mutuante si vedrebbe applicato un tasso soglia oltre il quale comunque non potrebbe pretendere alla luce della sopravvenienza normativa e il mutuatario sarebbe garantito da un tasso comunque più basso di quello che aveva accettato in precedenza.

Altra soluzione, che una parte della dottrina ha fatto emergere, è infine quella che cerca di conservare il contratto auspicando non rimedi caducatori ma imponendo una rinegoziazione del contratto alla luce della sopravvenienza normativa.

Va rilevato, tuttavia, come non sia ancora chiara la possibilità di ammettere in astratto un obbligo di rinegoziazione e soprattutto cosa accade nel caso in cui la parte si rifiuti di rinegoziare.

In un contesto così articolato, pertanto, la Cassazione, rimettendo la questione alle Sezioni Unite, auspica una sentenza che sicuramente porterà ad una importanza rivisitazione dell’intera disciplina delle invalidità.

[1] Occorre precisare che, per tali contratti, non sarebbe possibile applicare il rimedio della rescissione del contratto ex artt. 1447 c.c. e 1448 c.c. perché manca l’approfittamento o lo stato di bisogno.

[2] Tale previsione normativa ha superato nel 2002 con sentenza n. 29, il controllo di costituzionalità sotto il profilo della ragionevolezza.

[3] Cassazione sent. n. 801 del 2016.

[4] Si veda l’inciso dell’art. 1 l. 394/00: “indipendentemente dal loro pagamento”.

[5] Nel caso di specie la Corte giudicò i contratti soggetti alla sopravvenienza legittimi da quando erano stati stipulati fino all’entrata in vigore della norma mentre inefficaci dal giorno successivo all’entrata in vigore della norma.

[6] A differenza della nullità, in questo caso, l’atto resta perfettamente valido.

[7] La stessa non è nuova al panorama giurisprudenziale, basti la giurisprudenza sulla fideiussione omnibus (ad es. Cass. 2871/07).

[8] Sulla stessa scia si veda la sentenza della Cassazione n. 17150 del 2016.

[9] La nullità del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione.

[10] Si veda Cassazione sent. n. 602 del 2013.

 

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