USURA: elementi costitutivi e relative problematiche

In Diritto penale commerciale

Delitto di usura

Il fenomeno dell’usura è sempre stato vivo e oggetto di attenzione nel corso dei secoli, sia da parte degli studiosi e “pratici” del diritto, sia da parte delle autorità statali, visti gli stretti collegamenti che ha con le concezioni politiche, economiche e sociali.

Fenomeno, questo, antico che risale sia alla cultura greca che romana e riconducibile a chiunque prestasse denaro dietro interesse, il cui elemento caratterizzante consiste in un comportamento diretto ad operare sulla determinazione della volontà del contraente in difficoltà.

Per comprenderne a pieno il suo significato, si ritiene opportuna un’analisi, seppur sintetica, degli elementi costitutivi della fattispecie in esame e delle principali problematiche riconducibili alla fattispecie criminosa testé.

Il delitto di usura trova nel Codice penale la sua collocazione sistematica tra i delitti contro il patrimonio mediante frode.

Si discute in dottrina su quale sia il bene giuridico in concreto tutelato: secondo l’orientamento prevalente si tratterebbe di un reato plurioffensivo, che tutela non solo l’interesse patrimoniale ma anche la libertà di autodeterminazione del soggetto passivo, che versa in condizioni di debolezza economica (concezione patrimoniale); un recente orientamento, invece, individua l’oggetto giuridico del delitto di usura nel mercato finanziario e creditizio, inteso come bene giuridico “strumentale” rispetto alla protezione del patrimonio dei singoli, che costituisce il “bene finale” di tutela (concezione pubblicistica). Coloro che sostengono questa ricostruzione, però, aggiungono che tale linea interpretativa è sostenibile solo per quanto riguarda le ipotesi d’usura presunta, in relazione alle quali la legge fissa il tasso soglia oltre il quale l’interesse si intende usurario ed elimina il riferimento alla condizione di debolezza, proprio in funzione di un’oggettiva regolamentazione pubblica del credito. Nella fattispecie di usura in concreto, vista la presenza espressa del requisito delle difficoltà economiche o finanziarie, si ritorna ad un’ottica di tutela in via diretta del patrimonio del soggetto.

Bisogna premettere che il reato di usura, a differenza della maggior parte dei reati, non si configura semplicemente per l’esistenza o meno di un fatto causato, dolosamente o colpevolmente, da una persona, ma si concretizza con l’instaurarsi tra le parti di un rapporto giuridico sinallagmatico.

Secondo la concezione pubblicistica dell’oggetto giuridico, l’usura è infatti un “reato contratto”, in quanto presuppone un accordo tra il soggetto attivo e passivo della condotta, caratterizzato dal fatto che la vittima, è costretta ad aderire alle condizioni negoziali imposte dalla controparte, in quanto versa in una condizione economica disagiata. Ad essere punito è l’accordo in sé e non la condotta tenuta dall’agente nel procedimento di formazione del contratto o nella fase di esecuzione dello stesso, come accade, invece, nei “reati in contratto”. Quanti, invece, sostengono la tesi della patrimonialità dell’oggetto giuridico concepiscono il delitto di usura come un “reato in contratto”, essendo incriminata non la conclusione del contratto, ma la condotta di sfruttamento della condizione di inferiorità economica della soggetto passivo.

Circa la natura del contratto, se è vero che il mutuo è quello che maggiormente si presta ai patti usurari, è altresì vero che l’usura può nascondersi in qualsiasi contratto, come ad esempio in vendite, nel patto di riscatto, nella costituzione di rendita, nella transazione, nella locazione di cose, nel leasing, etc. Il reato, dunque, sussiste qualunque sia il titolo, sotto cui i vantaggi usurari si celano, assumendo, ad esempio, l’aspetto di un premio per il finanziamento, di un compenso per la proroga del credito, quale rinnovo di una cambiale.

La condotta oggettiva del delitto di usura consiste nella stipulazione di un contratto, a prestazioni corrispettive, in base al quale l’usurario, in cambio della propria prestazione di denaro o di altra utilità, si fa dare o promettere, per sé o per altri, dalla vittima interessi o altri vantaggi usurari.

In relazione alla prestazione dell’usurario, l’attuale art. 644, c.p., facendo riferimento a denaro o altra utilità e non più di altra cosa mobile, ammette sia l’usura pecuniaria che l’usura reale.

La prima riguarda il finanziamento destinato a soddisfare un bisogno di denaro, anche sotto forma di sostegno di cosa mobile, come ad esempio, merci, energia, documenti o titoli di credito; la seconda, invece, consiste nella prestazione di servizi o attività professionali, come ad esempio, il chirurgo che pretenda un compenso esorbitante per un intervento d’urgenza.

Inoltre, la norma ammette anche l’usura concernente prestazioni relative a cose immobili, come il vendere o affittare un alloggio a prezzo esorbitante.

Circa la prestazione del soggetto passivo, deve trattarsi di interessi, sia compensativi che moratori, o altri vantaggi, cioè una remunerazione d’altro tipo, parimenti dotata del carattere della usurarietà, come cose mobili (es. la regalia di un gioiello prezioso, di valore molto superiore al prestito) o immobili, ma anche prestazioni di attività e di servizi (es. prestazioni lavorative o addirittura sessuali o in altro modo personali), ma pur sempre patrimonialmente valutabili, poiché non sarebbe altrimenti possibile la valutazione con la controprestazione.

In particolare l’art. 644, c.p. punisce il comportamento consistente nell’aver incassato/preteso interessi superiori al limite di legge (usura presunta) o che risultino comunque sproporzionati (usura in concreto) quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria. Inoltre, il co. 2, dello stesso articolo, punisce colui che procura a taluno una somma di denaro o altra utilità, facendo dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario (mediazione usuraria).

Quanto all’ “usura presunta”, anche detta “ex lege” o “oggettiva”, la norma incriminatrice delinea una figura di reato incentrata esclusivamente sul superamento di una soglia legalmente stabilita di usurarietà dell’interesse.

Presupposto della fattispecie suddetta non è più lo “stato di bisogno”, previsto nell’originaria formulazione della norma incriminatrice, ma pur sempre una “situazione di inferiorità economica” di uno dei due contraenti, costituendo questa un requisito imprescindibile per poter escludere la configurazione del delitto de quo nei casi in cui, mancando la suddetta situazione, il compenso formalmente usurario sia liberamente e volontariamente pattuito dal soggetto da esso gravato, senza che possa dirsi in alcun modo carpito dalla controparte.

La necessità di tale requisito viene desunta dalla previsione da parte del codice civile dei negozi sorretti da un libero intento di liberalità, anche se con prestazioni economiche sproporzionate, come nei casi degli atti di donazione indiretti o dei negozi misti con donazioni e dal principio di non contraddizione, in virtù del quale l’ordinamento, stante la propria unitarietà, non può autorizzare qualunque negozio sorretto da intenti di liberalità e, ad un tempo, incriminarli quali delitti di usura, sulla base della mera usurarietà legale della prestazione.

Circa la definizione, la “situazione di inferiorità economica” deve ritenersi comprensiva di tutte le situazioni economiche, che sono la causa determinante dell’accettazione del tasso usurario. Tale condizione si distingue dallo “stato di bisogno“, che integra la circostanza aggravante, perché la prima consiste in un situazione meno grave e in astratto reversibile, che priva la vittima di una piena libertà contrattuale, laddove la seconda consiste invece in uno stato di necessità tendenzialmente irreversibile (Cass. civ., n. 18778/2014). Tale condizione deve essere valutata in senso oggettivo, cioè valorizzando i parametri desunti dal mercato.

L’individuazione del limite superato il quale l’interesse è usurario avviene attraverso un complesso meccanismo delineato dall’art. 2, L. n. 108/1996, cui l’art. 644, co. 3, fa rinvio. Secondo tale disposto, il Ministro dell’Economia e delle Finanze rileva trimestralmente il c.d. tasso effettivo globale medio (TEGM), comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per imposte e tasse (art. 644, co. 4), riferito ad anno, degli interessi praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, nel corso del trimestre precedente per operazioni della stessa natura. I valori medi derivanti dalla rilevazione ministeriale sono pubblicati nella Gazzetta Ufficiale.

Il limite superato il quale l’interesse si presume usurario è stabilito nel tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale relativamente alla categoria di operazioni in cui il credito è compreso, aumentato di un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. In ogni caso, la differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali.

In conformità al principio che il disvalore della condotta va valutato al momento in cui essa è posta in essere, il legislatore ha stabilito che il momento cui fare riferimento per qualificare usurari gli interessi è costituito non dal momento del loro pagamento, ma da quello in cui sono promessi o, comunque, convenuti. Di conseguenza non rileva l’usura sopravvenuta, che è quella determinata sulla base di parametri sopravvenuti. Non sono, perciò, invocabili variazioni in rialzo o in ribasso del TEGM, rispettivamente per escludere o per affermare l’usurarietà dell’interesse promesso o convenuto. Tuttavia, il reato sussiste quando, essendo divenuto usurario l’interesse, l’agente se lo fa corrispondere o si adopera per farselo corrispondere (Cass. pen., n. 39334/2016).

Deve prendersi atto che, inevitabilmente, il funzionamento del modello di incriminazione del tasso soglia si basa su una serie di regole di massima, che lasciano aperte le più spinose questioni interpretative: accade, così, che anche nei processi per usura bancaria – proprio là dove dovrebbe essere più agevole il confronto fra il tasso soglia e quello concretamente praticato, data la tipicità delle operazioni concluse in tale ambito – questioni tecnico-civilistiche come la rilevanza ai fini del calcolo del tasso effettivo globale del singolo rapporto della commissione di massimo scoperto, ma anche delle spese per operazioni e tenuta di conto, o dei diritti di custodia del bene dato in pegno e dei diritti di preparazione alla vendita dello stesso, o, ancora, la legittimità della prassi della capitalizzazione trimestrale degli interessi, finiscano con il mettere in grave crisi la tassatività della norma e con il comprometterne la certezza dell’applicazione.

La fattispecie di “usura in concreto”, di cui al co. 3, dell’art 644, c.p., invece, descrive la relazione economica usuraria secondo una prospettiva tradizionale, per cui l’integrazione del reato richiede due requisiti: un rilevante squilibrio, valutato in relazione alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari, fra la prestazione erogata dall’agente e la controprestazione promessa o pagata quale corrispettivo dal soggetto passivo; le condizioni di difficoltà economica o finanziaria del soggetto che dà o promette il corrispettivo usurario.

Il concetto di “sproporzione tra le prestazioni” assume un ruolo decisivo per individuare l’ambito applicativo della fattispecie d’usura in concreto, la cui valutazione è rimessa all’apprezzamento del giudice. Esso allude a uno squilibrio di valore fra le prestazioni reciproche, purché di tale intensità da condurre all’alterazione del sinallagma contrattuale stesso. Il concetto deve essere valutato internamente alla relazione contrattuale: l’eventuale allontanamento dell’interesse o del vantaggio dalla misura del corrispettivo mediamente applicata sul mercato rappresenta solo uno degli indici di uno squilibrio nel singolo rapporto. Vengono, infatti, in rilievo anche l’atteggiarsi abnorme di talune condizioni contrattuali tipiche del finanziamento, o altre circostanze, come, ad esempio, l’uso di metodi estorsivi o di comportamenti per altro verso illeciti. La prestazione “sproporzionata“, insomma, non è quella “anomala” rispetto a una misura di normalità, bensì è quella priva di titolo giustificativo nella controprestazione. L’inciso “concrete modalità del fatto“, dunque, impone al giudice la disamina della relazione e del suo contesto in tutti gli aspetti rilevanti al fine di individuare le caratteristiche che appaiano svantaggiose per uno dei contraenti.

Il requisito della “condizione di difficoltà economica o finanziaria” risulta essere nozione più ampia dello “stato di bisogno” e più ristretta della “situazione di inferiorità economica”.

Per difficoltà finanziaria, s’intende la carenza, anche momentanea, di liquidità, pur di fronte ad una condizione economica nel complesso sana. La difficoltà economica, invece, sottintende una carenza di risorse e di beni, indice di un dissesto complessivo.

La nozione di “condizione di difficoltà economica o finanziaria” va concepita, per evitare interpretazioni ampie e sfuggenti, in senso oggettivo: sulla base, cioè, non di opinabili valutazioni personali della vittima, ma di parametri di mercato.

Dunque, la formula normativa utilizzata non si riferisce allo “stato di bisogno” del soggetto passivo, come previsto nell’originaria formulazione dell’art. 644, c.p., ma ad una situazione economica o finanziaria sì critica ma non tale da compromettere le normali esigenze di vita, che in qualche modo limita la sua libertà di agire, privandolo della possibilità di fare ricorso ai normali canali di credito.

Quanto all’elemento soggettivo, sia per l’usura presunta che per quella in concreto, è richiesto il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di farsi dare o promettere, a sé o ad altri, attraverso la conclusione di un contratto sinallagmatico, come corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi usurari ex lege da persona in situazione di inferiorità economica o interessi usurari in concreto da persona in condizioni di difficoltà economica o finanziaria.

Un aspetto controverso riguarda il momento consumativo del rato d’usura e la sua natura giuridica, soprattutto a seguito dell’introduzione dell’art. 644 ter c.p., secondo cui il termine di prescrizione decorre dal giorno dell’ultima riscossione sia degli interessi che del capitale. Norma che si pone in aperta deroga ai principi generali fissati dall’art. 158, co. 1, c.p., per cui il dies a quo decorre dal momento in cui il reato posso dirsi consumato.

Secondo un primo indirizzo dottrinale, il delitto di usura è un reato istantaneo ad effetti permanenti, che si ritiene consumato al momento della pattuizione, ma i cui effetti permangono nel tempo. Le dazioni frazionate nel tempo costituiscono dei post facta non punibili, in quanto mere esecuzioni dell’obbligazione anteriormente contratta e quindi semplici effetti di un reato consumatosi già con la pattuizione degli interessi usurari.

Il dies a quo viene spostato al momento dell’ultima riscossione, in deroga a quanto previsto dall’art. 158, c.p., al fine permettere che si possa denunciare e perseguire il reato quando i rapporti tra vittima e carnefice si sono interrotti.

Secondo altra tesi, il delitto in esame avrebbe natura di reato permanente, individuando la consumazione nel momento di cessazione della permanenza, cioè nel momento dell’ultima dazione degli interessi usurari o del capitale, ciò in linea di continuità con il disposto di cui all’art. 644 ter, c.p.

Dopo l’entrata in vigore della legge 108/1996 si è sviluppata un’altra teoria sulla natura giuridica del delitto d’usura, che fa rientrare il reato tra quelli “a condotta frazionata”, o “a consumazione prolungata”. Ad una prima azione ne segue un’altra frazionata nel tempo, dunque, il reato potrà dirsi consumato nel momento in cui cessano le condotte offensive periodiche. Tale orientamento distingue il momento perfezionativo del reato da quello consumativo dello stesso. Si ha perfezionamento quando si sono verificati tutti i requisiti richiesti dalla singola norma penale nel loro contenuto minimo. Si ha consumazione, invece, quando il reato perfetto ha raggiunto la massima gravità in concreto. Questi due momenti potranno coincidere o meno.

La riscossione degli interessi rappresenta la concretizzazione e la manifestazione del reale disvalore dell’illecito, nell’ambito del quale il patto usurario rappresenta unicamente una premessa, mentre è solo con l’esecuzione dell’accordo e con il pagamento da parte della vittima che questa subisce l’effettiva lesione del suo patrimonio e la maggiore compromissione della propria dignità e libertà morale.

Questa linea interpretativa è quella che è stata accolta anche in sede giurisprudenziale (Cass. pen., n. 40380/2015).

Più di recente la Cassazione (Cass. pen. n. 50397/2014) ha però chiarito che il delitto in parola si configura come un reato “a schema duplice”, che punisce alternativamente una condotta che può avere natura istantanea, quando alla pattuizione non segua la dazione, o natura di consumazione prolungata, quando la dazione degli interessi avviene in maniera frazionata nel tempo e non costituisce un post factum irrilevante rispetto alla stipulazione dell’accordo, ma il momento di consumazione del delitto.

Nella prima ipotesi il reato si perfeziona con la sola accettazione dell’obbligazione rimasta inadempiuta e si considera consumato al momento della stipulazione del patto usurario. Nella seconda, invece, il verificarsi dell’evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia non già ad effetto del reato, più o meno esteso nel tempo in relazione all’eventuale rateizzazione del debito, bensì ad elemento costitutivo dell’illecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell’obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito.

Altra parte della giurisprudenza qualifica il reato d’usura come eventualmente permanente, prendendo atto del fatto che tale delitto può, in concreto, protrarsi nel tempo (come avviene nella maggior parte dei casi concreti), in modo tale da assumere una natura permanente nel caso di perdurante compressione del patrimonio personale del soggetto passivo a causa delle continue dazioni d’interessi o vantaggi usurai (Cass. pen., n. 41045/2005).

Infine, il legislatore, al co. 2, dell’art. 644, c.p., prevede un’ulteriore fattispecie di usura, la c.d. mediazione usuraria, differente per tipo di condotta, sia dall’usura presunta sia dall’usura concreta, ma attratta sul piano pratico, da quest’ultima, tanto da farla ritenere una figura marginale e far sorgere dubbi in dottrina sul suo mantenimento.

La ratio incriminatrice è la tutela del patrimonio del soggetto passivo contro l’azione dei mediatori che si assicurano lauti guadagni intromettendosi tra chi presta e chi richiede denaro.

Presupposto negativo per la configurazione del delitto testé, come si desume dalla clausola di riserva di cui al co. 2, dell’art. 644, c.p., è che il fatto della mediazione non costituisca concorso nel reato di usura: l’agente non deve aver operato come intermediario per la conclusione di un contratto, sapendo che questo imporrà oneri usurari.

La fattispecie in esame, pertanto, pare non potersi applicare proprio all’ipotesi più frequente di mediazione, ravvisabile nel fatto di chi, a propria volta usurato, procuri al proprio creditore altre potenziali vittime, ottenendo, in tal modo, vantaggi sia dall’uno – dilazioni ulteriori, abbuoni del proprio debito o, semplicemente, la promessa di una partecipazione all'”utile” con cui pagare gli interessi arretrati – sia dalle altre, dalle quali lucri un compenso eccessivo per la mediazione.

La condotta oggettiva consiste nel procurare ad una persona, mediante opera di mediazione, una somma di denaro o altra utilità e nel far dare o promettere, a se o ad altri, un compenso usurario (presunto o in concreto) per tale opera mediatrice da parte della vittima.

Per la sussistenza del reato occorre ed è sufficiente che sia usurario il compenso per la mediazione, mentre non è necessario che sia usurario anche il contratto principale, nel qual caso potrà aversi concorso nell’usura.

Poiché per la mediazione usuraria non è previsto un tasso soglia predeterminato ex lege, l’usurarietà del compenso della mediazione non può che essere valutata alla stregua delle indicazioni normative contenute nel secondo periodo della stessa norma, con l’inevitabile conseguenza che il reato di mediazione usuraia ne seguirà la stessa sorte: una scarsa applicazione pratica.

Infine, dal punto di vista soggettivo, la norma richiede il dolo generico, consistente nella coscienza e volontà di procurare denaro o altra utilità e di far dare o promettere, a sé o ad altri, per la mediazione, un compenso usurario. Inoltre si richiede la consapevolezza della situazione di inferiorità economica, se il compenso è usurario ex lege, o delle condizioni di difficoltà economica o finanziaria, se il compenso è usurario in concreto, in cui versa la vittima.

 

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