“Trans Adriatic Pipeline”(TAP): Valutazione di Impatto Ambientale legittima?

In Diritto amministrativo
Consiglio di Stato,  sezione quarta, sentenza n.1392 del 27/03/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Maria Rosaria Todisco

Non è da ritenersi illegittima la Valutazione di Impatto Ambientale, basata su un progetto incompleto, qualora il frazionamento dell’opera non sia elusivo e, pertanto, non  miri ad aggirare la giurisprudenza che prevede un’unica VIA al fine di garantire che non vi siano artificiosi frazionamenti dell’opera volti a sottrarre la stessa dalla valutazione ambientale.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione quarta, con recente sentenza depositata in data 27 marzo 2017, si è pronunciato su una questione di grande interesse pubblico: la realizzazione di una porzione del gasdotto “Trans Adriatic Pipeline” (c.d. TAP), finalizzato al trasporto di gas naturale dalla regione del Mar Caspio in Europa, sulla costa meridionale italiana.

Detto gasdotto veniva incluso nella rete nazionale dei gasdotti e considerato priorità di carattere nazionale già dal 2010 (con decreto del Ministero dello Sviluppo economico), ma da subito la sua realizzazione veniva fortemente osteggiata sia dal Comune di Melendugno che dalla Regione Puglia, essendo stato individuato come luogo di approdo la porzione di costa compresa tra San Foca e Torre Specchia Ruggeri.

In particolare, il Comune impugnava, dinanzi al Tar Lazio sede di Roma, il decreto del Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), n. 223 dell’11.09.2014, con cui, superando il parere negativo espresso dalla Regione Puglia e dal Ministero dei Beni Culturali, veniva valutato positivamente l’impatto ambientale del progetto TAP, nonché la delibera del Consiglio dei Ministri che faceva propria la posizione del MATTM.

Parte ricorrente riteneva che suddetta valutazione di impatto ambientale dovesse ritenersi illegittima, in quanto, poiché la stessa non teneva in conto dell’opera che successivamente sarebbe stato necessario realizzare per poter collegare l’impianto costruito sul territorio individuato come punto di approdo alla rete nazionale di distribuzione, era parziale e dunque basata su un progetto incompleto. Veniva inoltre ritenuto che la valutazione fosse irragionevole sulla base della incompatibilità della scelta localizzativa, nonché della mancata considerazione della c.d. “opzione zero” (possibilità di non realizzare l’impianto).

Fra le altre doglianze, veniva inoltre rappresentata: la necessità di sottoporre il progetto alla normativa Seveso contenuta nel D. Lgs. n. 334 del 1999, ritenendo che il terminale di ricezione (PRT) potesse essere assimilato nella nozione di impianto; l’erroneità della procedura utilizzata in ambito governativo per superare il dissenso della Regione Puglia; la violazione dell’art. 10 della l. 21 novembre 2000, n. 353, la quale prevede che “le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni” in ragione del fatto che la pineta adiacente al litorale di San Foca era stata interessata proprio da fenomeni incendiari.

Al contempo, la Regione proponeva ricorso dinanzi al Tar al fine di ottenere l’annullamento degli atti concernenti l’infrastruttura gasdotto TAP, sollevando le medesime censure del Comune di Melendugno relativamente all’assoggettabilità del PRT alla normativa Seveso e all’erroneità della procedura di superamento del dissenso della Regione stessa relativamente all’autorizzazione unica prevista dagli artt. 51 bis e ss. del d.P.R. n. 327/2001.

Entrambi i ricorsi venivano respinti.

Il Comune e la Regione, pertanto, impugnavano le rispettive sentenze reiettive dinanzi al Consiglio di Stato, il quale riuniva i ricorsi in quanto “inscindibilmente connessi sotto il profilo oggettivo e soggettivo posto che in primo grado sono stati impugnati da parti processuali diverse i medesimi atti e sono state prospettate censure in larga parte coincidenti”.

Con la sentenza in oggetto, il Consiglio di Stato ha ritenuto infondate tutte le doglianze sollevate dalle parti ricorrenti.

Nello specifico, relativamente alle supposte illegittimità della procedura di VIA, ha ribadito il concetto, già esposto dal Tar, in base al quale due opere distinte, anche se fra loro connesse, non devono essere necessariamente sottoposte ad un’unica Valutazione di Impatto Ambientale (principio già accolto in relazione al progetto MOSE di Venezia, Sen. n. 1102/2005 Cons. di Stato, Sez. VI). Tale esigenza nasce solo nel caso in cui il frazionamento dell’opera sia artificiosamente volto a sottrarre la stessa dall’esame ambientale, situazione non verificatasi nel caso di specie in quanto entrambe le opere fra loro connesse sono sottoposte, anche separatamente, a VIA.

 

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