SPECIALE REFERENDUM III: il nuovo Senato e la clausola di supremazia

In Approfondimenti
Redatto dall’Avv. Sabrina Costa

Parte A: il nuovo Senato

La configurazione del Senato quale organo rappresentativo delle istanze territoriali si riflette altresì sulla sua composizione: la novella costituzionale prevede che esso si componga di 95 membri scelti dalle Regioni tra consiglieri regionali e sindaci dei comuni della Regione, di cinque senatori di nomina presidenziale con mandato settennale[1] e non vitalizia (art. 57), cui si aggiungono gli ex presidenti della Repubblica (senatori di diritto e a vita, in virtù dell’art. 59, 1°co., non novellato).

In particolare, i Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori: nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiori a due, così come le province autonome di Trento e Bolzano[2].

Il Senato diviene, dunque, un organo a rinnovo parziale, giacché la durata del mandato dei senatori coincide con quella del consiglio regionale che li ha eletti.

L’indennità parlamentare, ex art. 69 Cost, è limitata però ai soli membri della Camera.

Per quanto concerne i senatori non elettivi, la riforma costituzionale, per un verso mantiene la vigenza nell’ordinamento della carica di senatore di diritto e a vita, riservata, salvo rinunzia, a “chi è stato Presidente della Repubblica”, in virtù dell’art. 59, 1° co. Cost. (su cui il testo non interviene); sotto altro profilo, modifica lo statuto costituzionale dei senatori di nomina presidenziale, introducendo il limite temporale di sette anni al mandato (e il divieto di una nuova nomina alla scadenza del termine), laddove la durata della carica dei senatori non elettivi, coincidente con il mandato presidenziale, suscita non poche perplessità sulla possibile configurabilità di una sorta di “rapporto fiduciario” con il Capo dello Stato.

Parte B: la funzione legislativa e la cd. clausola di supremazia.

La legge costituzionale incide, inoltre, sulla ripartizione della potestà legislativa tra Stato e Regioni, modificando l’articolo 117 della Costituzione che, a partire dalla riforma costituzionale del 2001, aveva costituito oggetto di continui bracci di ferro tra legislatore statale e regionale sul filo delle competenze legislative, con un notevole incremento del contenzioso costituzionale.

L’incertezza nella definizione delle materie, spesso individuate attraverso formule linguistiche ambigue e suscettibili di interferenze con altre competenze e l’orientamento della Corte teso a privilegiare, in caso di incertezze, il legislatore statale, del resto, avevano già contribuito a esautorare la potestà regionale.

La riforma sembra muoversi nella medesima ottica di accentramento, riscrivendo gli elenchi delle materie devolute alla potestà legislativa statale e quelle di competenza regionale[3], introducendo inoltre la cd. clausola di supremazia, che consente allo Stato, su proposta del Governo, di intervenire in ambiti non riservati alla sua legislazione esclusiva quando lo richieda “la tutela giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Invero, proprio l’indeterminatezza della formulazione della clausola, che si presta a essere impiegata nei più disparati ambiti e per le più varie ragioni, sarebbe tale da configurare la clausola medesima quale vero e proprio passepartout, idoneo a legittimare un intervento dello Stato in ogni settore, in sfregio alla ripartizione costituzionale delle competenze e a ulteriore danno della già debole potestà regionale.

Si interviene, altresì, sull’art. 116 della Costituzione, che disciplina il regionalismo differenziato: in particolare è ridotto l’ambito delle materie nelle quali possono essere attribuite particolari forme di autonomia alle Regioni ordinarie e si introduce una nuova condizione per l’attribuzione della maggiore autonomia all’ente, essendo necessario che la regione sia in condizioni di equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio.

La riforma costituzionale, infine, dispone la soppressione del CNEL, organo di rilievo costituzionale, titolare dell’iniziativa legislativa e composto da rappresentanti ed esperti delle categorie produttive, e delle Province (così completando il modello avviato con la legge 56 del 2014).

________________________________________

[1] Nell’ambito delle disposizioni finali (in particolare all’art. 40), la legge costituzionale precisa che i senatori di nomina presidenziale non possano eccedere, in ogni caso, il numero complessivo di cinque, tenuto conto della permanenza in carica dei senatori a vita già nominati alla data di entrata in vigore di questa legge costituzionale.

[2] L’elezione indiretta (cd. di secondo grado) dei senatori costituisce uno degli elementi maggiormente controversi e complessi della riforma. Per un verso, in quanto l’elezione indiretta non consentirebbe ai cittadini di scegliere direttamente i propri rappresentanti, essendo l’elezione dei senatori rimessa alla volontà di un altro organo, quale il Consiglio regionale. Sotto altro e differente profilo, si profilano criticità relativa alla circostanza che, in questo modo, si potrebbero riprodurre in Senato tutte le frammentazioni che percorrono i Consigli.

[3] In particolare, vengono rimesse alla competenza dello Stato la tutela della salute e la tutela e sicurezza del lavoro; produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza etc.

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