SOCIETÀ: il socio accomandante può tutelare le proprie posizioni rispetto al patrimonio sociale soltanto con strumenti interni

In Diritto Societario
responsabilità socio accomandatario
Cassazione Civile, sentenza n. 17961/16 [Leggi il provvedimento]

Redatto a cura del dott. Lorenzo Mariconda

Nelle società in accomandita semplice, il socio accomandante può far valere il suo interesse al potenziamento ed alla conservazione del patrimonio sociale esclusivamente con strumenti interni, mentre non è legittimato ad agire nei confronti dei terzi per far annullare o dichiarare nulli i negozi intercorsi fra questi ultimi e la società, non sussistendo un interesse proprio del socio accomandante, autonomo e distinto rispetto a quello della società.

La massima qui riportata costituisce l’esito della lunghissima sentenza 17961/16 pubblicata dalla Suprema Corte di Cassazione in tema di società, e, in particolar modo, relativamente alla disciplina delle società in accomandita semplice.

La questione trae origine da una cessione di beni costituenti patrimonio immobiliare da parte di una società in accomandita semplice, a vantaggio di uno dei soci accomandanti: la sorella di quest’ultimo, avente la medesima qualità, citava in giudizio la società, il padre, in qualità di socio accomandatario, e il fratello, socio accomandante per l’appunto, per vedere dichiarata la nullità o l’inefficacia dei contratti di compravendita, in quanto effetto di una simulazione.

In primo grado la domanda veniva respinta; la Corte d’Appello di Firenze, invece, accoglieva gli appelli proposti dichiarando simulati i contratti ed estendendo l’inefficacia anche all’interveniente madre dell’attrice, dal momento che il valore dichiarato nell’atto di trasferimento, nonché una serie di altre circostanze, erano significative del fatto che il contratto fosse stato simulato. In punto di diritto aggiungeva il giudice di seconde cure che l’attrice era legittimata ad impugnare i citati contratti “in quanto il socio della società di persone, diverso dal legale rappresentante della stessa, avrebbe avuto titolo per agire in proprio (oltre che, chiaramente, nell’interesse della società) per tutelare l’integrità del patrimonio sociale”.

Il soggetto appellato, a questo punto, proponeva ricorso per Cassazione fondato su quattro motivi, di cui tre vengono respinti e uno, quello più rilevante dal punto di vista giuridico, viene accolto.

In particolare, sottolinea il ricorrente come l’attrice, in qualità di socio accomandante della società venditrice, non avrebbe potuto far valere la simulazione di un contratto concluso dalla società stessa, in quanto non vanterebbe alcun diritto, ma solo un interesse coincidente con quello dell’ente.

Con una motivazione particolarmente articolata e complessa, gli ermellini accolgono il suddetto motivo di ricorso.

Dopo aver ricordato che non solo le società di capitali, ma anche le società di persone sono dotate di una propria soggettività giuridica, i Giudici di Legittimità passano ad analizzare una serie di disposizioni applicabili al caso di specie. In particolare, nella pronuncia si ricorda come, alla luce del principio generale sancito all’interno dell’art. 2315 c.c., alle s.a.s si applicano, laddove compatibili, le norme relative alle società in nome collettivo, a partire dall’art. 2305 c.c., da cui si desume che, finché dura la persona giuridica, il creditore particolare del socio può rivalersi soltanto sugli utili sociali, non potendo chiedere la liquidazione della quota del debitore.

Norma fondamentale, tuttavia, in tema di accomandita semplice, è l’art. 2313 c.c., secondo cui i soci accomandanti rispondono per le obbligazioni sociali solo limitatamente alla quota conferita.

Il diritto del socio accomandante all’integrità del patrimonio sociale è tutelabile, ma esclusivamente sul piano dei rapporti interni, in modo da poter consentire una reazione avverso dei comportamenti del socio accomandatario che possano pregiudicarne la posizione.

Nell’ambito delle reazioni consentite, la Corte stessa prevede la possibilità di intentare azione di responsabilità nei confronti dell’accomandatario; la richiesta di revoca per giusta causa (specificando che si tratterebbe di fattispecie differente da quella prevista ex art. 2319 c.c. sulla revoca degli amministratori); l’estromissione del socio accomandatario; l’impugnazione del rendiconto.

Viceversa, conclude la Cassazione, sul piano dei rapporti con i terzi, il socio accomandante non ha alcun interesse autonomo e distinto rispetto a quello della società: per cui solo quest’ultima, in quanto titolare di autonomo patrimonio, può agire per tutelare le conseguenze di eventuali danni da esso subiti. Sottolineano gli ermellini come, infatti, il singolo socio risente solo di riflesso dell’eventuale danno patrimoniale e di nulla può dolersi, in quanto non è titolare né di un diritto di comproprietà né è creditore della quota corrispondente, prima dello scioglimento del vincolo sociale.

 

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