SOCIETA’: punibile penalmente la condotta degli amministratori che ostacolino l’attività di controllo dei soci?

In Diritto penale commerciale, Diritto Societario
Cassazione penale, sezione quinta, sentenza n. 44053 del 25/09/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Fiorella Todisco

Con sentenza n. 44053 del 25 settembre 2017, emessa in tema di reati societari, la V Sezione Penale della Corte di Cassazione ha sancito il principio secondo il quale “integra il reato di cui all’art. 2625, co. 2 c.c. la condotta degli amministratori di una società che ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo causando un danno ai soci che deve essere adeguatamente provato”.

Nello specifico, la vicenda giuridica si è articolata come segue.

A seguito dell’accoglimento dell’istanza di riesame proposta da (omissis), mediante ordinanza, il Tribunale del riesame di Ancona annullava il decreto di sequestro preventivo disposto dal Gip del medesimo Tribunale, nella parte in cui disponeva la sottoposizione al vincolo reale del sequestro preventivo di un’azienda di proprietà di una srl, in quanto assente il requisito del fumus boni iuris dei delitti ad ella ascritti.

(omissis), in particolare, risultava coinvolta nei reati di cui agli artt. 2625 co. 2 c.c. e 2634 c.c. per aver, in primo luogo, ostacolato lo svolgimento dell’attività di controllo, da parte del socio e coamministratore (omissis), sulla stipula di un contratto di affitto di ramo d’azienda concluso con una srl ad un prezzo incongruo e sulla contabilità al fine di accertare le appropriazioni indebite consumate da Sempronio ed, in secondo luogo, per aver sottoscritto il medesimo contratto in conflitto di interesse con la società.

Il Tribunale, in particolare, riteneva che non vi fossero elementi da cui potesse trarsi la convinzione che il canone locatizio fosse di favore e che avesse creato dei danni alla società stipulante, posto che il corrispettivo pattuito e versato era risultato maggiore dei costi che la stessa doveva sostenere.

Inoltre, considerava insussistente il conflitto di interesse, in quanto non era possibile collegare la societa’ conduttrice a (omissis) e (omissis) solo sulla base del fatto che costoro ne frequentavano gli uffici anche dopo la cessione dell’attività; ciò, infatti, sarebbe potuto dipendere dalle necessità derivanti dal passaggio di consegne e dal fatto che (omissis) ne era divenuta dipendente, con assunzione mediante regolare contratto di lavoro.

Nè, d’altronde, aggiungeva il Tribunale, era decisivo il fatto che il 95% delle quote della srl  in parola appartenesse al compagno di (omissis) e che il restante 5% fosse intestato ad un suo amico.

Da specificare, inoltre, che in modo del tutto analogo aveva concluso il giudice civile pronunciandosi sullo stesso oggetto in sede cautelare.

Orbene, date le premesse poc’anzi esposte, il PM presso il Tribunale di Ancona ha proposto ricorso articolando le proprie censure attraverso due motivi:

  • deducendo, in primo luogo, la violazione di legge ed il difetto di motivazione in ordine alla ritenuta insussistenza della prova di un danno derivante dalle condotte intenstate.

A parere del Procuratore della Repubblica, il Tribunale, non solo non aveva tenuto conto del lucro cessante, limitandosi semplicemente ad affermare che non fosse stato possibile individuare alcun danno emergente, ma non aveva neanche valutato il fumus del delitto di ostacolo dell’attività di controllo (ex art. 2625 c.c.), determinando, in tal modo, la nullità dell’ordinanza per assenza di motivazione sul punto

  • lamentando la violazione di legge in riferimento al mancato riconoscimento degli elementi del reato previsto dall’articolo 2634 c.c. in capo ad (omissis).

L’indagato, padre di (OMISSIS), aveva comunque agito nell’interesse di un proprio congiunto visto che l’azienda era stata ceduta al compagno della figlia e dunque, secondo il PM, il Tribunale aveva adottato una nozione troppo restrittiva del conflitto di interessi disciplinato dagli artt. 2634 e 2391 c.c.

Alla luce delle censure suddette, dunque, il Procuratore generale della Repubblica ha chiesto l’annullamento con rinvio del provvedimento impugnato per varie ragioni:
–  quanto al fumus relativo al delitto previsto dall’art. 2625 c.c., doveva considerarsi anche la condotta di appropriazione di Euro 12.000 che, non negata, avrebbe consentito di ritenere la legittimità del vincolo;
– quanto al fumus del delitto previsto dall’articolo 2634 c.c., che la nozione di conflitto di interessi e’ ben piu’ ampia di quella prospettata dal Tribunale, tanto che la norma prevede anche che la condotta sia consumata a profitto di altri ed anche per conseguire vantaggi non di esclusiva natura patrimoniale; cosi’ si deduce da una corretta applicazione dei doveri fissati dall’articolo 2391 c.c. in capo all’amministratore.

Piano piano ci avviciniamo al nocciolo della questione.

Il difensore di (omissis), a questo punto, ha depositato memoria chiedendo che fosse dichiarata l’inammissibilità del ricorso della pubblica accusa, in quanto, in primo luogo, aveva dedotto la manifesta illogicità del provvedimento impugnato mentre era possibile, ai sensi dell’art. 325 c.p.p., censurare solo i vizi che costituiscono violazione di legge; in secondo luogo, il giudice aveva fatto corretta applicazione dell’art. 2625 co. c.c. 2, poichè non era stato individuato alcuno specifico danno cagionato ai soci, danno che doveva consistere in una effettiva diminuzione del patrimonio e non in un generico pregiudizio, dovendosi anche tenere conto del fatto che i bilanci relativi agli esercizi 2014 e 2015 non erano stati approvati; in terzo luogo, non sussisteva la lamentata violazione dell’art. 2634 c.c., non potendosi dedurre il conflitto di interessi dal mero rapporto parentale ed affettivo con le altre parti del contratto, occorrendo, invece, che vi fosse un pregiudizio economico e la condotta si fosse colorata del dolo intenzionale; in quarto ed ultimo luogo, non si era provato alcun coinvolgimento della (omissis) e del padre nella srl (omiss) dalla quale la prima era stata assunta per la sua professionalità maturata nel ramo.

Ricevuto il ricorso proposto dalla pubblica accusa, dunque, la Corte di Cassazione lo ha dichiarato inammissibile sulla base di due motivi:

– in primo luogo che, ai sensi dell’art. 325 c.p.p., può proporsi ricorso in Cassazione contro le decisioni del Tribunale del riesame in tema di sequestro preventivo di beni solo per motivi che attengono alla violazione di legge. In tale nozione rientrano sia gli “errores in iudicando” o “in procedendo”, sia quei vizi della motivazione così manifesti da rendere l’apparato argomentativo posto a sostegno del provvedimento del tutto mancante o privo dei requisiti minima di coerenza, completezza e ragionevolezza e quindi inidoneo a rendere comprensibile l’itinerario logico seguito dal giudice, restando, pertanto, esclusi i meri vizi della motivazione.

– in secondo luogo il danno è un elemento essenziale in entrambe le fattispecie di reato ascritte all’indagata.
L’art. 2625 co. 2 c.c., infatti, prevede che la condotta degli amministratori che ostacolino l’attività di controllo dei soci e degli organi sociali sia di rilevanza penale quando questa cagioni un danno (non meglio precisato) ai soci stessi.
L’art. 2634 c.c., prevede, a sua volta, che gli atti di disposizione patrimoniale compiuti dall’amministratore in conflitto di interesse assumano rilievo penale solo quando abbiano cagionato un danno patrimoniale alla società amministrata.
La differenza fra le due ipotesi è quindi relativa ai soggetti danneggiati, i soci nel primo caso, la società nel secondo, ed alla natura del danno, anche non patrimoniale, nel solo delitto previsto dall’art. 2625 c.c., ma, in entrambe le ipotesi, tale elemento va adeguatamente identificato e provato.

La Corte di Cassazione, dunque, ha dichiarato il ricorso inammissibile ritenendo che sarebbe stato necessario fornirne, anche in sede cautelare, gli elementi a dimostrazione dell’esistenza del danno, che, invece, il Tribunale, con motivazione non apparente, aveva, allo stato, escluso.

I giudici di legittimità, inoltre, hanno ritenuto che le contrarie considerazioni proposte dal PM ricorrente sulla presenza di un non identificato lucro cessante vertono sul fatto e peccano di genericità e, peraltro, non chiariscono neppure la ragione per la quale, in se’, il contratto di affitto stipulato con il concorso dell’indagata doveva considerarsi foriero di danni per la società che l’aveva stipulato.

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