SOCIETA’: niente compenso all’amministratore se lo statuto societario prevede la gratuità dell’incarico

In Diritto Societario
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.15382 del 21/06/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Antonio Florio

All’amministratore di una società a responsabilità limitata non spetta il compenso per la carica ricoperta se lo statuto societario prevede la gratuità dell’incarico; la clausola statutaria non può essere derogata neanche da una successiva delibera assembleare con cui viene quantificata la remunerazione dell’organo amministrativo.

L’amministratore di una società, con l’accettazione della carica, acquisisce il diritto ad essere compensato per l’attività svolta in esecuzione dell’incarico affidatogli. Tale diritto può anche essere derogato da una clausola dello statuto della società che condizioni lo stesso al conseguimento di utili, ovvero sancisca la gratuità dell’incarico (cfr. Cass. n. 2861/2002, Cass. n. 14640/2008 e Cass. n. 243/1976).

È questo il principale arresto che si ricava dalla sentenza n. 15382 pronunciata in data 21 giugno 2017 dalla Corte di Cassazione.

Nel caso di specie, Tizio ricorreva in Cassazione avverso la sentenza della Corte d’Appello di Roma, che non aveva riconosciuto il pagamento di quanto dovutogli sulla base delle attività da lui espletate in qualità di direttore amministrativo ed amministratore unico di una srl.

Le sue doglianze erano riferite alla presunta incongruità di alcuni aspetti della pronuncia della Corte territoriale. In particolare, a fondamento delle contestazioni si registravano:

  • l’erronea esclusione dell’applicabilità del diritto al compenso ex art. 2389 c.c. (rubricato come “compensi degli amministratori”) a fronte di una clausola statutaria con cui si prevedeva la gratuità dell’incarico gestorio;
  • l’omessa valutazione di circostanze fattuali di segno opposto alla lettera della clausola di gratuità, come il verbale dell’assemblea con l’indicazione all’o.d.g. della “quantificazione degli emolumenti ancora dovuti all’amministratore uscente e le modalità di pagamento degli stessi”, o il contenuto delle lettere inviate dal legale della società in risposta alle sollecitazioni di Tizio.

La Corte di legittimità, propendendo per la soluzione offerta dai giudici di secondo grado, ha respinto il ricorso.

Infatti, in riferimento al principio di cui sopra, gli ermellini hanno sottolineato come non possa riconoscersi a priori il diritto al compenso ex art. 2389 c.c., in quanto, data la natura disponibile dello stesso, le clausole statutarie possono in ogni caso porvi in deroga la previsione di gratuità dell’incarico.

Inoltre, posto che l’amministratore è legato alla società da un rapporto di tipo societario, che si caratterizza per la c.d. “immedesimazione organica” (al riguardo si veda Cass. n. 4992/2017), deve escludersi la sussistenza di un rapporto contrattuale tra ente e soggetto con funzioni gestorie (a differenza di quanto affermato da Tizio).

In suffragio a ciò la Corte ha, altresì, affermato che se il rapporto tra l’amministratore e la società fosse stato, per ipotesi (ma Cass. SS.UU. n. 1545/2017 ha negato tale soluzione), riconducibile a quello di prestazione d’opera in regime di c.d. parasubordinazione ex art. 409 n. 3 c.p.c., non avrebbe comunque dato luogo all’applicazione dell’art. 36 Cost., relativo al diritto ad una retribuzione proporzionata e sufficiente, la cui portata applicativa è limitata al lavoro subordinato.

Allo stesso modo, se il predetto rapporto avesse ricevuto la configurazione di lavoro professionale autonomo, non avrebbe comunque attribuito un diritto al compenso, in quanto l’onerosità non costituisce requisito indispensabile dell’attività prestata in tale forma, rispetto alla quale, per comune opinione, è perfettamente configurabile la gratuità (cfr. Cass. n. 2769/2014).

Infine, con riferimento alla presunta rilevanza del verbale di assemblea e delle lettere del legale della società (ai fini della configurabilità di una comune volontà delle parti di segno contrario al tenore letterale della clausola di gratuità), i giudici di legittimità hanno evidenziato come Tizio non abbia prodotto, né effettivamente ricostruito, alcunché in merito a tali documenti, pertanto non potevano trarsi conclusioni ulteriori e differenti da quelle realizzate dalla Corte d’Appello.

A tal proposito, i Giudici di Piazza Cavour hanno ribadito il principio secondo cui il ricorso per Cassazione deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede l’annullamento di una pronuncia di merito, senza dover accedere a fonti estranee al ricorso stesso e, quindi, ad atti pertinenti al pregresso grado di giudizio (cfr. Cass. n. 14728/2001).

 

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