SOCIETÁ: l’avviso di convocazione di un’assemblea di condominio amministrato da una s.a.s. è valido anche se sottoscritto solo dal socio accomandante

In Condominio
Cassazione civile, sezione seconda,  sentenza n.335 del 10/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda

L’utilizzo di una carta intestata riferita ad una società in accomandita semplice rende l’atto imputabile alla persona giuridica stessa, a prescindere dal sottoscrittore materiale che, nel caso di specie, è il socio accomandante.

La Suprema Corte di Cassazione si è così pronunciata in tema di condominio e società con la sentenza n. 335/2017.

La questione affrontata dagli ermellini traeva origine dall’impugnativa di una delibera assembleare da parte di una condòmina che, a fondamento della propria pretesa, deduceva l’invalidità dell’avviso di convocazione, dal momento che era stato sottoscritto dal socio accomandante – e non dall’accomandatario – della società in accomandita semplice amministratrice dello stabile.

Si costituiva il Condomino eccependo la tardività dell’impugnazione, ma, soprattutto, l’infondatezza della domanda, alla luce del fatto che l’atto di convocazione era stato solo materialmente sottoscritto dal socio accomandante, ma non potevano esserci dubbi sull’effettiva provenienza dello stesso poiché le sigle erano state apposte su un foglio con dicitura prestampata facente chiaro riferimento al nome della società.

Il Tribunale di Trieste, ritenendo fondate le eccezioni di parte convenuta, rigettava la domanda dell’attrice; la Corte d’Appello, investita dell’impugnazione, riformava la pronuncia di prime cure e annullava la delibera sottoposta a gravame.

In particolare, la Corte distrettuale sottolineava come l’avviso di convocazione risultava siglato da un soggetto che, essendo socio accomandante, non poteva essere titolare della rappresentanza legale della società amministratrice, la quale, seguendo il dettato dell’art. 66 disp. att. c.c. era l’unica ( insieme a ciascun condomino) legittimata a riunire l’assemblea.

Contro la detta sentenza ricorre per Cassazione la società.

I primi due motivi, assorbenti rispetto agli ultimi, si fondano sull’idea che la pronuncia della Corte d’Appello sarebbe da censurare in relazione alla valutazione di quanto disposto dall’art. 66 disp. att.: infatti, la disposizione non prevedrebbe la firma autografa dell’amministratore, ma la convocazione sarebbe soggetta al principio di libertà delle forme, purché raggiunga lo scopo di rendere edotti i condòmini della riunione.

La Corte di Legittimità accoglie le doglianze dei ricorrenti, seguendo, però, un iter giuridico diverso da quanto prospettato all’interno del ricorso.

La Corte sottolinea come, nel caso di specie, non venga in questione la modalità di convocazione e la conseguente applicazione del principio del raggiungimento dello scopo; imprescindibile è, invece, comprendere se, nel rispetto del suddetto art. 66 disp. att., la convocazione provenga dall’amministratore.

Fermo restando che, richiamando una ferma giurisprudenza in materia, il socio accomandante può compiere attività di amministrazione o gestorie, purché nel quadro di una subordinazione all’accomandatario o in base ad una procura speciale da lui rilasciata[1], emerge, secondo gli ermellini, un particolare determinante: l’atto di convocazione è avvenuto su carta intestata alla società amministratrice.

Pertanto, l’errore della Corte d’Appello risiede nel fatto di non aver valutato che l’utilizzo di tale tipologia di documento facesse emergere la spendita del nome della persona giuridica e la conseguente imputazione giuridica alla stessa dell’avviso di convocazione assembleare, secondo il principio di rappresentanza volontaria.

In conclusione, essendo l’atto imputabile alla società, pur essendo stato sottoscritto dal solo socio accomandante, la sentenza del giudice di seconde cure viene cassata con rinvio.

[1] Cass. 4824/1986

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