SOCIETA’: la responsabilità del socio in una società di persone

In Diritto Societario

 

Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.279 del 10/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Dario Rombolà

La prima sezione civile, con sentenza n.279 depositata in cancelleria il 10 gennaio 2017, affronta complesse problematiche di natura processualistica nonché di diritto sostanziale.

La Suprema Corte, infatti, si è soffermata sul rilievo e le conseguenze della nullità dell’atto introduttivo, sulla responsabilità del socio in una società di persone, sul riparto delle spese giudiziarie, nonché sulle conseguenze derivanti dall’avvenuta estinzione e cancellazione dal registro delle imprese di una delle società convenute in giudizio nelle more del giudizio di secondo grado.

Nel caso di specie la controversia sorgeva per un lamentato inadempimento intercorso tra l’attore e i due convenuti (tra cui una società a responsabilità limitata).

Nel contradditorio con i diversi convenuti, tutti costituiti presso il Tribunale di Venezia, si accoglievano parzialmente le ragioni del soggetto non inadempiente.

La sentenza impugnata, anche in via incidentale, veniva parzialmente riformata.

Contro tale sentenza il soggetto che lamentava l’originario inadempimento proponeva ricorso per cassazione.

Con il primo motivo di ricorso si affrontava una questione tutta processuale. La ricorrente, infatti, contestava il mancato rilievo della nullità dell’atto introduttivo del giudizio di appello e la mancata adozione dell’atto di rinnovazione dello stesso nei termini previsti. Da ciò, sempre secondo la ricorrente, sarebbe dovuta derivare l’estinzione del giudizio proprio in derivazione delle omissioni e delle nullità che si erano prodotte. Invero, la complessità della questione stava nel fatto che il giudice di Appello aveva ordinato la rinnovazione della notifica del gravame con prescrizioni non conformi al modello legale. Da ciò, nel rispetto del principio del giusto processo, non ne sarebbe dovuta derivare l’inammissibilità dell’impugnazione. Infatti l’invalidità dell’atto che sia determinata dal provvedimento del giudice non può pregiudicare la parte che abbia osservato proprio tale indicazione. Il problema è apparso di facile soluzione, comunque, in quanto il ricorrente, nonostante il vizio denunciato, si era costituito in giudizio. La nullità dell’atto, determinata dalla difformità di esso rispetto al paradigma legale, si era sanata per il raggiungimento dello scopo in concreto, a norma dell’art. 156, comma 3, c.p.c.

Il secondo motivo, invece, atteneva a censure di carattere sostanziale. In particolar modo si contestava il fatto di non aver ritenuto corresponsabile in via solidale una delle controparti. Il ricorrente osservava che la predetta parte era coinvolta nella vicenda in giudizio, essendo a lui riferibili distinte posizioni obbligatorie. Avrebbe dovuto, quindi, il giudice di merito condannare anche tale soggetto. Tale considerazione trova in parte concorde la suprema corte di legittimità.

La corte nota come un accertamento in tal senso non appaia possibile in quanto scadrebbe in un accertamento di merito, precluso al giudice di legittimità. Tuttavia, deve essere precisato, che la responsabilità del convenuto riguardava la sua posizione di socio illimitatamente responsabile di una società di persone. In riguardo la giurisprudenza di Cassazione a S.U. non ha mancato di evidenziare come tale socio, per le obbligazioni sociali, abbia una responsabilità personale e diretta, anche se con carattere di sussidiarietà in relazione al preventivo obbligo di escussione del patrimonio sociale. Con ciò, quindi, si è inteso escludere la possibilità che il socio illimitatamente responsabile venga considerato un terzo rispetto all’obbligazione sociale, ma dovrà essere considerato debitore al pari delle società per il solo fatto di essere socio tenuto a rispondere senza limitazioni (cosí Cass. S.U. 16 febbraio 2015, n. 3022). La sussidiarietà, precisa la Corte, opera nella sola fase esecutiva (dovrà escutersi prima il patrimonio della società) e nulla osta che il socio sia condannato in solido con la società per le obbligazioni cui è questa tenuta. La errata motivazione del giudice di merito, tuttavia, non consente di determinare la cassazione della pronuncia.

Con il terzo motivo di censura il ricorrente lamentava la violazione e la errata applicazione delle norme disciplinanti il regolamento delle spese tra le parti. Anche tale censura, quindi, aveva un connotato processualistico. La cassazione, tuttavia, ha condiviso le motivazioni che hanno portato la corte di Appello a decidere sulle spese di giudizio. Infatti, sussisterebbero tutti i presupposti per discorrere di “soccombenza reciproca” dei contendenti, essendo le domande proposte da questi non accolte integralmente. Per soccombenza reciproca deve intendersi l’ipotesi in cui, proposte una pluralità di domande nel medesimo processo, solo alcune di esse vengono accolte: da ciò ne consegue che la parte dovrà essere considerata contestualmente vincitrice e soccombente.

La quarta censura attiene, infine, all’art. 2945 c.c. e ruota intorno all’avvenuta estinzione e cancellazione dal registro delle imprese di una delle società convenute in giudizio nelle more del giudizio di secondo grado. Da ciò la ricorrente ne desumeva l’illegittimità della pronuncia giudiziale, siccome resa nei confronti di un soggetto non più esistente al momento della decisione. Il motivo, secondo la corte di legittimità, è privo di fondamento. Ed infatti si ritiene che “nessuna questione può porsi con riferimento alla interferenza tra la cancellazione dal registro delle imprese della società e la sentenza impugnata, visto che tale cancellazione ha avuto luogo dopo la pubblicazione della pronuncia della Corte Veneta”. Deve precisarsi che la cancellazione della società dal registro delle imprese dà luogo ad un fenomeno estintivo che priva la società della capacità di stare in giudizio. Se tale evento interviene durante la pendenza di un giudizio del quale la società è parte costituita si determina un evento interruttivo, disciplinato dagli artt. 299 c.p.c.: l’omessa dichiarazione o notificazione di tale evento, ad opera del procuratore, comporta, in applicazione della regola dell’ultrattività del mandato alla lite, che il difensore continui a rappresentare la parte, risultando così stabilizzata la sua posizione giuridica. Essendo dunque mancata la dichiarazione o notificazione della cancellazione della società ex art. 300 c.p.c., comma 1, il procedimento è proseguito regolarmente, senza che l’impugnata sentenza risulti inficiata da alcun vizio.

Smentita anche questa censura la corte rigetta il ricorso, condannando la parte ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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