SOCIETÀ: la delibera sul quorum deliberativo giustifica il recesso?

In Diritto Societario
Cassazione con la sentenza n. 13875 del 1 giugno 2017 [Leggi la sentenza]
Redatta dal dott. Lorenzo Mariconda

Sebbene non possa ritenersi corretta un’interpretazione restrittiva della disciplina del recesso, esso non è giustificato da una delibera che incida sul quorum deliberativo dell’assemblea ordinaria o straordinaria di una società, in quanto non vi è violazione dell’art. 2347, lett. g) c.c., inerente ai diritti di partecipazione e di voto.

Con una pronuncia complessa e particolarmente articolata, questo è il risultato raggiunto dalla Cassazione con la sentenza n. 13875 del 1 giugno 2017.

Tre soggetti convenivano dinanzi al Tribunale di Bergamo una società, chiedendo che fosse dichiarato legittimo il proprio recesso, intervenuto a seguito di una delibera del dicembre 2007, con cui era stato deciso di modificare lo statuto relativamente ai quorum deliberativi dell’assemblea ordinaria e straordinaria.

Il Tribunale accoglieva la domanda, mentre la Corte d’Appello di Brescia riteneva fondata l’impugnazione proposta dall’originaria convenuta.

Le argomentazioni addotte dal giudice del gravame a sostegno della propria pronuncia possono sintetizzarsi, innanzitutto, in un’interpretazione restrittiva della norma in cui vengono disciplinate le ipotesi di recesso, dal momento che esso cagiona un depauperamento del capitale e costituisce un elemento negativo per i creditori sociali.

In secondo luogo, evidenziava la Corte territoriale che la modifica relativa ai quorum deliberativi assembleari non sarebbe potuta rientrare nelle previsioni di cui all’art. 2437, lettera g) c.c., che, tra le ipotesi di recesso per i soci, prevede quella del mancato concorso alle deliberazioni riguardanti “le modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione”; infatti, la modifica in oggetto, attenendo alla formazione della maggioranza, avrebbe inciso solo indirettamente sul diritto di voto e di partecipazione. Peraltro, veniva osservato come le azioni possedute dalle attrici non fossero state private in maniera sensibile del loro peso, rimasto quasi inalterato anche a seguito della delibera.

Le attrici proponevano ricorso per Cassazione, basato su un unico motivo, rubricato come violazione o falsa applicazione dell’art. 2437, lett. g) c.c.: gli Ermellini, sebbene ritengano emendabile il ragionamento compiuto dalla corte d’appello, respingono il ricorso.

Innanzitutto, la Corte di legittimità svolge un’attenta disamina dell’attuale disciplina del recesso, che ha subito notevoli rivisitazioni con il d. lgs. 6/2003. In particolar modo si osserva che in quella sede il legislatore abbia adottato una politica volta ad ampliare le possibilità di recesso dei soci e, dunque, non può ritenersi corretta la ricostruzione di merito secondo cui il disposto relativo al recesso stesso possa essere interpretato restrittivamente. Peraltro, non può nemmeno condividersi l’idea che l’uscita dalla compagine sociale nuoccia agli interessi dei creditori e del patrimonio sociale stesso, in quanto il depauperamento costituirebbe un’ipotesi meramente eventuale della fase di liquidazione, realizzantesi solo nel caso in cui non vi siano utili o riserve disponibili.

Fatta questa premessa, gli Ermellini procedono all’analisi dell’eventuale possibilità che il caso di specie rientri in una modificazione dei diritti di partecipazione o di voto, per i quali, in caso di mancata partecipazione alla delibera, è ammesso il recesso del socio.

Per quel che riguarda i primi, essi ritengono, interpretando la disciplina in modo restrittivo, che vi rientrino solo i diritti di natura economica, come quelli di partecipazione agli utili: sarebbe, dunque, esclusa la fattispecie delle modificazioni del quorum deliberativo.

Per quel che concerne i diritti di voto, il riferimento è all’art. 2351 c.c., secondo cui “ogni azione attribuisce il diritto di voto”, con eventuali limitazioni anche di natura statutaria.

Dunque, in linea assolutamente teorica, sarebbe possibile limitare, mediante modifiche statutarie, tali diritti: tuttavia, nell’ipotesi di specie, la delibera, secondo la ricostruzione dei giudici di Piazza Cavour, non incide né direttamente né indirettamente su tale oggetto. Tra gli esempi cui potrebbe ricondursi un’incidenza di una delibera sul diritto di voto, garantendo dunque la facoltà di recesso, viene delineata l’ipotesi che la decisione assembleare vada a trasformare azioni senza diritto di voto in azioni con diritto di voto.

Secondo la Corte, tuttavia, la delibera impugnata mantiene immutati i diritti di voto commisurati alle azioni e, semplicemente, ne modifica il peso. Nel caso di specie, infatti, l’unico effetto che i soci potrebbero subire è costituito da un ipotetico generico pregiudizio, che, però, non è tutelato dalla lettera dell’art. 2347 e, dunque, non sufficiente a giustificare il recesso.

Dunque, pur non ritenendo corretta la lettura restrittiva della disposizione resa dalla Corte territoriale, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso, ritenendo che l’ipotesi in esame non rientri in quelle previste dalla lettera g) dell’art. 2347 c.c..

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