SOCIETA’: il creditore può agire contro la società capogruppo se non soddisfatta dalla controllata

In Diritto Societario
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 Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.29139 del 05/12/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Martina Guadagno

Con sentenza n. 29139 del 5 dicembre 2017, emessa in tema di abuso dei poteri di direzione e coordinamento e responsabilità patrimoniale verso i soci esterni e i creditori della controllata, la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha sancito il principio secondo il quale “L’art. 2497, comma 3, c.c. non prevede una condizione di procedibilità dell’azione contro la società che esercita l’attività di direzione e coordinamento, costituita dalla infruttuosa escussione, da parte del socio della società controllata, del patrimonio di questa o dalla previa formale richiesta risarcitoria ad essa rivolta, avendo il legislatore posto unicamente in capo alla società capogruppo l’obbligo di risarcire i soci esterni danneggiati dall’abuso dell’attività di direzione e coordinamento.”

Nel caso di specie, la Corte d’appello di Messina, con sentenza del 4 febbraio 2014, aveva confermato la decisione del Tribunale della stessa città con la quale era stata dichiarata improcedibile la domanda proposta nel gennaio 2007, ai sensi dell’art. 2497 c.c., comma 1, da IG s.r.l. ed M.A.P., soci di minoranza della Sit Telecomunicazioni s.r.l., avverso la controllante di quest’ultima, la Getronics Solutions Italia s.p.a., nonchè contro la Getronics Finance Holdings B.V., unica azionista della prima; la Corte d’appello aveva, inoltre, confermato la decisione di primo grado, laddove essa aveva statuito la competenza del giudice ordinario e l’insussistenza della competenza arbitrale sull’azione proposta nei confronti degli amministratori della società dominata.

Avverso tale sentenza, la IG s.r.l. ha proposto ricorso in Cassazione, denunciando, in primo luogo, la violazione e falsa applicazione dell’art. 2497 c.c., commi 1 e 3, avendo la norma posto una responsabilità diretta nei confronti dei soci della società soggetta all’altrui direzione e coordinamento e dei suoi creditori, in capo alla società che tali attività esercita, laddove la società controllata è il soggetto direttamente danneggiato dalla condotta abusiva.

Secondo la ricorrente:

  • l’art. 2497 c.c., comma 3, non pone affatto un beneficio d’escussione, in particolare quanto all’azione dei soci;
  • Accanto all’insussistenza teorica della predetta condizione di proponibilità dell’azione, vi sarebbe l’irrealizzabilità in ogni caso di essa, dal momento che, a seguito della cancellazione dal registro delle imprese e consequenziale estinzione ai sensi dell’art. 2495 c.c dell’unica azionista olandese, non esisterebbe più alcun patrimonio escutibile del soggetto ormai estinto.

Invero, con l’art. degli artt. 2497 ss. c.c. il legislatore ha dettato la normativa applicabile ai gruppi di imprese e all’esercizio del potere di direzione e coordinamento, prevedendo al comma 1 una specifica disciplina della responsabilità in capo alla società che esercita attività di direzione e coordinamento su altra società. Tale responsabilità si estrinseca sia verso i soci, per i danni da questi sofferti quale mancato aumento della redditività o di diminuzione di valore della partecipazione, sia verso i creditori della società, quando tale esercizio provochi l’insufficienza del patrimonio della società eterodiretta a garantire le ragioni creditorie.

In particolare, la tutela dei soci della società eterodiretta è riconosciuta dal comma 3 dell’art. 2497 c.c., nei seguenti termini: “Il socio ed il creditore sociale possono agire contro la società o l’ente che esercita l’attività di direzione e coordinamento, solo se non sono stati soddisfatti dalla società soggetta alla attività di direzione e coordinamento”. Una lettura letterale della norma sembra, quindi, porre una condizione di ammissibilità dell’azione di responsabilità da attività di direzione e coordinamento della holding verso i soci e i creditori della società eterodiretta.

La Corte di Cassazione, ritenendo fondato il motivo di ricorso, ha preliminarmente ribadito un precedente orientamento, in base al quale la società che, ai sensi dell’art. 2497 c.c., abbia abusato dell’attività di direzione e coordinamento, e che per ciò risponde del risarcimento del danno derivante dal cattivo esercizio del potere di direzione sulla società eterodiretta, non possa dirsi condebitrice solidale con essa, in forza del terzo comma di tale disposizione, onde non è obbligata per il pagamento dei debiti insoddisfatti verso i creditori di questa (Cass. 12 giugno 2015, n. 12254).
In seguito, la Corte ha affermato che solo soffermandosi ad una sommaria lettura della norma in questione si giungerebbe alla conclusione di gravare i soci esterni della società eterodiretta da un onere di preventiva escussione della medesima: essi, cioè, sarebbero tenuti a convenire in giudizio la propria società e, solo se insoddisfatti, potrebbero agire contro la società capogruppo.

Tale tesi, tuttavia, non convince, sotto diversi profili.

In primo luogo perché se il legislatore avesse voluto una siffatta interpretazione, avrebbe certamente utilizzato, come in molti altri casi ha fatto, il sintagma del “beneficio d’escussione” proprio al fine di non creare dubbi; al contrario, il legislatore stesso ha prescelto una formulazione tutt’affatto diversa, disponendo che il diritto al risarcimento del danno vantato verso la controllante possa farsi valere solo allorchè essi non siano stati “soddisfatti” dalla società controllata.

Allo stesso modo non può essere riconosciuto alcun beneficio d’escussione in sede di cognizione o di esecuzione, il quale finirebbe per contraddire la stessa ratio della tutela onerando la società eterodiretta di essere convenuta in giudizio ed escussa prima che il socio esterno della medesima società sia abilitato a chiedere il risarcimento del cd. danno riflesso alla controllante, con tutte le conseguenze anche valore della loro stessa partecipazione sociale dei soci esterni.

La Corte di Cassazione si è concentrata, altresì, sulla posizione giuridica dei creditori, osservando come il danno loro arrecato consiste nel pregiudizio all’integrità del patrimonio sociale della propria società debitrice causato dalla capogruppo: qui risulterà dunque necessario che abbiano richiesto l’adempimento ed il patrimonio della controllata si sia palesato insufficiente, dal momento che  quest’ultima situazione è addirittura il presupposto del sorgere della responsabilità della capogruppo, non una mera condizione di procedibilità. L’art. 2497 c.c., comma 3, invece, contempla una diversa situazione fattuale per il creditore, consistente allora nel pagamento, pur tardivo, del dovuto da parte della società controllata, oppure anche in misure ripristinatorie dell’integrità del patrimonio della stessa società debitrice, così nuovamente idoneo a costituire per lui la garanzia patrimoniale generica ex art. 2740 c.c.

Pertanto, soci e creditori saranno soddisfatti a seconda del rispettivo diritto soggettivo: in quanto il socio sia stato risarcito dalla controllata per il pregiudizio subito al valore e alla redditività della partecipazione sociale; o in quanto, dal suo canto, il creditore sia stato pagato dalla controllata, con estinzione allora sia del debito originario patrimoniale gravante sulla medesima, sia del debito risarcitorio gravante sulla controllante con riguardo alla lesione cagionata all’integrità del patrimonio della controllata; in entrambi i casi, l’espressione ricomprende ogni modalità che permetta al socio o al creditore il conseguimento dell’utilità loro spettante.

Sulla base di suddetto ragionamento interpretativo, il Collegio ha ritenuto che “la norma in esame non preveda una condizione di procedibilità dell’azione del socio contro la società che esercita l’attività di direzione e coordinamento, costituita dall’infruttuosa escussione della società controllata – il cd. beneficium escussionis – e neppure un cd. beneficium ordinis, in assenza di rapporto obbligatorio solidale nel debito risarcitorio. Se non sussiste un beneficio d’escussione, in via di cognizione o di esecuzione, nè un onere di formale messa in mora stragiudiziale della controllata, il socio poi neppure è titolare della pretesa di essere da questa risarcito per fatto altrui, vale a dire della controllante, ossia non ha azione risarcitoria con quel petitum e causa petendi contro la società eterodiretta, priva di legittimazione passiva, sia pure quale coobbligata, nell’azione risarcitoria per direzione abusiva ex art. 2497 c.c.”

In conclusione, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata, in accoglimento del primo motivo del ricorso principale, con rinvio alla Corte d’appello di Messina, in diversa composizione, enunciando esplicitamente il seguente principio di diritto: “L’art. 9 2497 c.c., comma 3, non prevede una condizione di procedibilità dell’azione contro la società che esercita l’attività di direzione e coordinamento, costituita dalla infruttuosa escussione, da parte del socio della società controllata, del patrimonio di questa o dalla previa formale richiesta risarcitoria ad essa rivolta, avendo il legislatore posto unicamente in capo alla società capogruppo l’obbligo di risarcire i soci esterni danneggiati dall’abuso dell’attività di direzione e coordinamento”.

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