SOCIETA’ CANCELLATA DAL REGISTRO DELLE IMPRESE: criteri per la notifica del ricorso di fallimento

In Fallimentare
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n. 17946 del 13 settembre 2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Mariateresa Esposito

Anche nel caso di società già cancellata dal registro delle imprese, il ricorso per la dichiarazione di fallimento può essere validamente notificato, ai sensi dell’art. 15, c. 3 L. Fall. – nel testo novellato dal D.L. 18/10/2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla L. 17/12/2012, n. 221 – all’indirizzo di posta elettronica certificata della società cancellata in precedenza comunicato al registro delle imprese, ovvero quando, per qualsiasi ragione, non risulta impossibile la notifica a mezzo PEC, direttamente presso la sua sede risultante sempre dal registro delle imprese e, in caso di ulteriore esito negativo, mediante deposito presso la casa comunale del luogo ove la medesima aveva sede.

Secondo l’orientamento della giurisprudenza antecedente all’emissione dal D.L. n. 179 del 18 ottobre 2012, convertito con modificazioni nella L. 17 dicembre 2012, n. 221, una società, per quanto cancellata dal registro delle imprese, poteva esser dichiarata fallita entro l’anno dalla cancellazione.

Tutte le questione prefallimentari e fasi impugnatorie si svolgevano per “fictio iuris” in quanto la società estinta, in tali procedure, non perdeva la capacità processuale e, quale corollario di ciò, la notifica del ricorso per della dichiarazione di fallimento ex art. 6 L.F. poteva essere effettuata presso la società cancellata come previsto dall’art 145 I comma c.p.c.. (in tal senso e plurimis Cass. 6 novembre 2013, n. 249).

L’attuale disciplina, come emerge dal tenore letterale dell’art. 15 della legge fallimentare, prevede che la a notificazione del ricorso per la dichiarazione di fallimento deve avvenire obbligatoriamente con tali modalità:

– in via principale, mediante trasmissione del ricorso di fallimento e del decreto di convocazione in Camera di Consiglio all’indirizzo di posta elettronica certificata del debitore risultante dal Registro delle imprese;

– in via subordinata, solo laddove non sia possibile eseguire la notifica con tale modalità, la stessa deve essere effettuata con le modalità tradizionali, mediante consegna di copia autentica del ricorso e del decreto a persona addetta alla ricezione presso la sede fisica della società risultante dal Registro delle imprese;

– infine, in caso di impossibilità di seguire le prime due vie, la notifica può avvenire mediante deposito di copia autentica presso la casa comunale del luogo in cui si trova la sede che risulta iscritta nel Registro delle imprese.

La peculiarità di tale ultima modalità di notifica, nell’ottica delle esigenze di celerità che caratterizzano le procedure prefallimentari e concorsuali e degli interessi pubblicistici che esse sono finalizzate a tutelare – in particolare quella di eliminare dal mercato un’impresa in stato di insolvenza laddove ricorrano i requisiti dimensionali di cui all’art. 1 II comma L.F. – si perfeziona nel momento del deposito stesso, non essendo necessario, come previsto dall’art. 140 c.p.c., né la trasmissione di comunicazione di avvenuto deposito tramite lettera raccomandata né, per l’effetto, la ricezione di tale comunicazione da parte della destinataria o l’ingresso della stessa nella sua sfera di conoscibilità, come disposto dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 3/2010 in tema di validità della notifica effettuata ai sensi della citata norma del codice di rito.

La Corte di Cassazione, nella sentenza in commento n. 17946/2016 ha ribadito che, in materia prefallimentare, la notifica non può essere eseguita con modalità diverse da quelle indicate nell’art. 15 L.F., nell’ordine categorico ivi indicato, precisando, quanto alla ritualità  di tali modalità ed alla ratio normativa, che sussiste l’obbligo delle società di mantenere attivo l’indirizzo PEC rendendo conoscibili a terzi, ai sensi dell’art. 2196 c.c., mediante pubblicazione presso il Registro delle imprese, detto indirizzo PEC e quello della sede legale e ogni eventuale modifica degli stessi, ravvisandosi, in caso contrario, una condotta ostruzionistica, in violazione dei doveri di reperibilità sanciti dalla legge, traendone la conseguenza che il Tribunale (quanto alla notifica a mezzo PEC) ed il ricorrente (quanto alle modalità di notifica subordinate) sono esonerati da ulteriori atti quando la condizione di irreperibilità è da imputarsi all’imprenditore medesimo.

La sentenza ha poi affrontato il tema della validità della notifica del ricorso per la dichiarazione di fallimento nel caso di società già cancellata dal Registro delle imprese, nell’ottica del rispetto del diritto di difesa sancito dall’art. 24 della Costituzione, evidenziando che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 146/2016, si è pronunciata sul punto statuendo che le modalità di notifica di cui alla riformata disposizione dell’art. 15 L.F. non violano il diritto di difesa dell’imprenditore.

I Giudici delle leggi hanno infatti precisato che la conoscibilità da parte del debitore dell’attivazione del procedimento fallimentare avviene tramite un duplice meccanismo di ricerca della società, con le modalità innanzi evidenziate, rilevando la notifica avviene o tramite PEC , del quale è obbligata a dotarsi ai sensi del Decreto Legge 29 novembre 2008, n. 185, ex articolo 16, – Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale, convertito, con modificazioni, dalla L. 28 gennaio 2009, n. 2.

Tale modalità permette di garantire la conoscibilità degli atti da notificare che risulta la medesima a quelli dei mezzi tradizionali, ossia la consegna di copia tramite ufficiale giudiziario o agente postale.

Qualora tale pratica non fosse possibile, in via residuale permane la notificazione presso la sede legale dell’impresa che la stessa è tenuta a comunicare e rendere conoscibile a terzi tramite pubblicazione nel Registro delle imprese.

La sentenza della Corte di legittimità ha sul punto aggiunto che in ogni caso il rispetto del diritto di difesa è garantito altresì dalla facoltà di proporre reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento, come previsto e disciplinato dall’art. 18 L.F., procedura nella quale l’imprenditore, a differenza di quanto si verifica nei giudizi ordinari ai sensi dell’art. 345 c.p.c., non è applicabile la preclusione della produzione di nuova documentazione o di articolazioni istruttorie, potendo invece il reclamante far valere per la prima volta, in sede di reclamo avverso la sentenza di cui all’art. 16 L.F., che gli viene notificata nelle forme ordinarie, i fatti a sua difesa ed i mezzi di prova di cui intenda avvalersi al fine di sindacare la sussistenza dei presupposti oggettivi e soggettivi che hanno condotto alla dichiarazione di fallimento.

La sentenza in commento ha infine precisato, affrontando il tema del quale la Corte era investita nella fattispecie al suo esame, che, nelle ipotesi di mancato rispetto del termine di quindici giorni tra la data di notifica di convocazione del debitore e la data dell’udienza come posto dall’art 15, comma 3 L.F., la Corte di Appello adita in sede di reclamo non può limitarsi a dichiarare la nullità della sentenza e del procedimento di primo grado, ma deve decidere nel merito, previa rinnovazione degli accertamenti compiuti nella precedente fase processuale, ammettendo il reclamante, contumace in primo grado, a svolgere tutte quelle attività che, in conseguenza della nullità, gli erano state precluse, in tal modo assicurando al reclamante il corretto esercizio del diritto di difesa.

 

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