SOCI AMMINISTRATORI: sussistono profili di responsabilità per le scelte assunte senza le verifiche necessarie?

In Diritto Societario
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.15470 del 22/06/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Valentina Raniello

“Se è vero che all’amministratore di una societa’ non puo’ essere imputato, a titolo di responsabilita’ ex articolo 2392 c.c., di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico e che il giudizio sulla sua diligenza nell’adempimento del proprio mandato non può mai investire le scelte di gestione,  anche qualora presentino profili di rilevante alea economica, in un tal tipo di giudizio, però, ben può sindacarsi l’omissione di quelle cautele, verifiche e informazioni preventive, normalmente richieste per una scelta di quel tipo, operata in quelle circostanze e con quelle modalità, e, dunque, anche la diligenza mostrata nell’apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere”.

Questo è quanto, sostanzialmente, deciso dalla prima sezione civile della Suprema Corte di Cassazione nella sentenza del 22 giugno 2017, n. 15470, a seguito di un ricorso proposto dal Presidente del Consiglio di amministrazione di una società consortile per azioni, contro una sentenza di primo grado che vedeva vittoriosa la medesima società.

Nella fattispecie,  la società aveva chiesto al Tribunale di condannare l’ex Presidente del proprio Consiglio di amministrazione a risarcire i danni subiti a seguito di comportamenti da questi posti in essere durante il periodo nel quale rivestiva la propria carica. La domanda attorea, poi accolta dal giudice di prime cure, si basava, in primo luogo,  su una serie di spese artefatte, fraudolentemente maggiorate, con causali non inerenti all’attività sociale e che, per tale ragione, avevano dato luogo a rimborsi  non dovuti. In secondo luogo, la società riteneva che alcuni contratti conclusi dal presidente con altre società non avessero alcuna utilità per la società stessa.  Il convenuto, il quale aveva contestato gli addebiti e proposto domanda riconvenzionale per ottenere i compensi derivanti dal  lavoro svolto in favore del Consorzio, una volta risultato soccombente in primo grado, aveva proposto appello principale, poi totalmente non accolto.

La Corte di Appello di Roma, difatti,  non solo aveva condannato il presidente al risarcimento dell’ulteriore danno subito dalla società ma non gli aveva riconosciuto neppure alcun diritto ad ottenere i compensi richiesti. In particolare, in appello, si era rilevato che  la documentazione di causa dimostrava, in modo incontestabile, l’alterazione delle note di rimborso presentate dal presidente al Consorzio, le quali, oltretutto, si riferivano a beni e servizi del tutto estranei all’attività sociale. In secondo luogo, la Corte territoriale aveva ritenuto che i contratti stipulati prima della conclusione del mandato gestorio, erano stati negoziati violando i doveri di corretta amministrazione, in quanto si versava in ipotesi di stipulazioni “arbitrarie”, sia con riguardo all’oggetto negoziale, sia con riferimento alla scelta dei contraenti, come dimostrato dal fatto che nessuna prestazione era stata effettivamente resa in favore del consorzio.

Avverso tale decisione, il presidente del c.d.a., risultato nuovamente soccombente, ha proposto ricorso per Cassazione. Con i tredici motivi avanzati, il ricorrente ha censurato la sentenza di secondo grado non solo nella parte in cui qualifica come “alterate” e “ falsificate” le note di spesa presentate al Consorzio, ma anche e soprattutto nella parte in cui asserisce che i contratti stipulati con altre imprese siano da considerare “atti arbitrari”.  In particolare, egli sostiene che il giudice di secondo grado non solo non avrebbe considerato il giudicato penale che lo assolve ( con la formula de “il fatto non sussiste”) in merito ai fatti riguardanti la falsificazione delle note di spesa proposte al Consorzio ma, attraverso le considerazioni svolte sui contratti stipulati con imprese terze, avrebbe anche operato una ingerenza nelle scelte di gestione, attraverso un giudizio formulato ex post e basato su presunzioni.

In ordine alle questioni proposte, la Corte di Cassazione, richiamando un principio già affermato in precedenza, ha, innanzitutto,  rilevato come in materia di rapporti tra giudizio civile e penale, l’articolo 652 c.p.p., innovando rispetto alla disciplina di cui al previgente sistema, fondato sulla prevalenza del processo penale su quello civile, si ispira al principio della separatezza dei due giudizi, prevedendo che il giudizio civile di danno debba essere sospeso soltanto allorche’ l’azione civile, ex articolo 75 c.p.p., sia stata proposta dopo la costituzione di parte civile in sede penale o dopo la sentenza penale di primo grado, in quanto esclusivamente in tali casi si verifica una concreta interferenza del giudicato penale nel giudizio civile di danno. In secondo luogo, la Suprema Corte, integrando un precedente orientamento, ha asserito che se è vero che all’amministratore di una societa’ non puo’ essere imputato, a titolo di responsabilita’ ex articolo 2392 c.c.,  di aver compiuto scelte inopportune dal punto di vista economico e che  il giudizio sulla sua diligenza nell’adempimento del proprio mandato non può mai investire le scelte di gestione,  anche qualora presentino profili di rilevante alea economica, in un tal tipo di giudizio, però, ben può sindacarsi l’omissione di quelle cautele, verifiche e informazioni preventive, normalmente richieste per una scelta di quel tipo, operata in quelle circostanze e con quelle modalità, e, dunque, anche la diligenza mostrata nell’apprezzare preventivamente i margini di rischio connessi all’operazione da intraprendere. Deve, perciò, escludersi che che la valutazione giudiziale si sia intromessa in ordine al merito discrezionale del potere gestorio dell’amministratore, avendo invece analizzato il suo comportamento imprudente, arbitrario e poco cauto e , perciò, fonte di responsabilità nei confronti della società danneggiata.

Così affermando, la Cassazione ha ritenuto non sussistenti le lamentate violazioni di legge, rigettando in toto il ricorso presentato e condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio.

 

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