SCRITTURA PRIVATA FALSA: l’uso della stessa non costituisce più reato 

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione seconda, sentenza n.4951 del 02/02/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla dott.ssa Giuseppina Verbena

La Suprema Corte, seconda sezione penale, con sentenza n. 4951/2017, ha affermato il principio di diritto secondo cui “l’uso di una scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato”.

Il caso di specie fa riferimento alla sentenza della Corte d’Appello di Trento del 3 giugno 2015, che ha confermato la sentenza del Tribunale di Trento con cui veniva condannata l’imputata dei reati di tentata truffa e di uso di atto falso.

Più precisamente, l’imputata, rappresentante legale di una società tedesca, era stata dichiarata colpevole, in concorso con altre persone rimaste ignote, di aver utilizzato artifizi e raggiri al fine di procurarsi l’ingiusto profitto consistente nella richiesta di saldo di una fattura dell’importo di euro 958,00. Gli artifizi e i raggiri, da quanto emerge dalla sentenza, si erano concretizzati nell’utilizzo di una scrittura privata relativa ad una richiesta di inserzione sul Registro Italiano Internet con firma falsa del notaio e dell’impronta contraffatta del suo timbro.

Il difensore dell’imputata proponeva pertanto ricorso avverso la sentenza della Corte d’Appello di Trento, deducendo la violazione di legge e i vizi di motivazione ex art. 606, comma 1, lett. b), c), d) ed e) c.p.p., con riferimento alla genericità del capo d’imputazione, all’errato utilizzo della nozione di fatto notorio, al travisamento della prova testimoniale in sede di valutazione nonchè all’illogicità della motivazione per contrasto con elementi di prova in atti.

La difesa della ricorrente sottolineava, inoltre, l’illegittimità della pena determinata, in quanto, la Corte d’Appello non aveva precisato se la pena base di sei mesi, applicata all’imputata per il reato ritenuto più grave, fosse al netto o al lordo della riduzione di un terzo prevista dall’art. 489 c.p.p., oltrechè la circostanza che la predetta pena non sarebbe stata applicata nel minimo edittale nonostante la modestissima offensività della condotta.

Il ragionamento seguito dagli ermellini prende piede dal D. lgs. 7/2016, che ha abrogato il reato di falso in scrittura privata di cui all’art. 485 c.p. e ha cancellato il secondo comma dell’art. 489 c.p., il cui testo vigente recita la seguente formula: “Chiunque senza essere concorso nella falsità, fa uso di un atto falso soggiace alle pene stabilite negli articoli precedenti, ridotti di un terzo”.

Ad avviso degli ermellini, risulta ictu oculi, dal suesposto contesto normativo, che anche l’uso di scrittura privata falsa non è più previsto dalla legge come reato.

Ciò emerge, innanzitutto, dal fatto che il testo vigente dell’art. 489 c.p. fa riferimento ad un “atto falso” (mentre il testo precedente parlava di “scrittura privata”) e dunque, nel concetto generico di “atto falso” non rientrano le “scritture private” per espressa eliminazione della parte della norma che le riguardava. Inoltre, risulterebbe del tutto illogico considerare reato la condotta consistente nel “fare uso di una scrittura privata”, dal momento che il Legislatore ha stabilito che non costituisce più reato falsificare una scrittura privata.

Stanti tali argomentazioni, la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, ha annullato la sentenza impugnata limitatamente al reato di falso, perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato e ha disposto la trasmissione degli atti alla Corte d’Appello di Trento per un nuovo giudizio, statuendo che non costituisce più reato l’uso di una scrittura privata falsa.

 

 

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