Ritratto di Isabella d’Este: condanna per esportazione illecita

In Diritto penale commerciale, Fisco e contabilità
Tempo di Lettura: 2 minuti
Cassazione, sent. 17116/18 [Leggi la sentenza]
Redatto dall’Avv. Franco Pizzabiocca

Condannate sia la proprietaria che il “mediatore-esperto” per l’esportazione illecita del ritratto di Isabella d’Este, il celebre quadro attribuito a Leonardo da Vinci.

Con la sentenza in commento, la Cassazione interviene definitivamente sulla vicenda avente ad oggetto il ritratto attribuito a Leonardo da Vinci e sequestrato in Svizzera dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri. L’opera, nonostante le diatribe relative alla paternità, è di inestimabile valore.

La tela era stata custodita presso il caveau di una banca di Lugano e poi spostata nel deposito di una società finanziaria. Sia la proprietaria dell’opera sia il “mediatore”, negavano di aver commesso il reato di esportazione illegale di opere d’arte, previsto dall’articolo 174 del Dlgs 42/2004.

In particolare, secondo i legali dei due imputati, il quadro non sarebbe mai uscito dalla Svizzera. La proprietaria lo avrebbe ricevuto in eredità sostenendo che l’opera – sequestrata nel 2015 proprio quando stava per essere ceduta a un fondo arabo per un valore che oscillava tra i 95 ed i 120 milioni di euro – sia sempre stata in Svizzera e che nella casa di Pesaro dello zio Walter Cecchini fosse stata esposta solamente una copia.

Il tentativo però non passa il vaglio dei giudici che avevano collezionato un lunga serie di “prove” sul coinvolgimento dei due ricorrenti: dai frequenti viaggi, al mandato dato ad un avvocato per vendere, fino ai contratti di deposito.

La Corte di merito in effetti, un errore lo aveva commesso nell’individuare il movente nell’evasione fiscale. Ma il punto segnato a favore dalla difesa non serve a evitare la condanna per l’esportazione clandestina.

Secondo i giudici d’appello il fine dell’intera operazione era l’evasione fiscale, ma l’argomento non regge, perchè per l’ordinamento vigente non sono tassabili i proventi della vendita dei beni personali, al di fuori dell’attività imprenditoriale. Un passaggio di mano fiscalmente irrilevante, in base all’articolo 67 del Tuir, che disciplina i cosiddetti redditi diversi, lasciando fuori le plusvalenze per la vendita di opere d’arte.

Per il reato contestato però lo scopo non conta: basta il dolo generico e dunque la consapevolezza di portare all’estero un beni di interesse artistico senza licenza. I motivi, semmai, spiegano i giudici possono essere considerati solo ai fini della pena, mentre è irrilevante che il reato non sia perfezionato.

Certamente la consapevolezza di far uscire dall’Italia un opera di grande valore c’era, visto che le trattative per la vendita erano esistenti e provate, mentre il fine dell’”esportazione” – ipotizzano i giudici – poteva essere la ricerca di un mercato più vivace e florido, per la vendita di una tela di immenso valore. Anche la “prova” della fluorescenza ha confermato, infatti, la possibilità di attribuire il dipinto – trasposizione di un disegno preparatorio conservato al Louvre – a Leonardo da Vinci.

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