RISARCIMENTO DANNO PER EQUIVALENTE: la richiesta non costituisce mutatio della domanda di reintegrazione in forma specifica

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione sesta, sentenza n.12168 del 16/05/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Valentina Raniello

“La richiesta di risarcimento del danno per equivalente costituisce mera modificazione (“emendatio”), e non mutamento (“mutatio”), della domanda di reintegrazione in forma specifica”. 

Questo è quanto, sostanzialmente, deciso dalla sesta sezione civile della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 12168 del 16 maggio 2017, a seguito di un ricorso proposto da un costruttore e venditore di alcune unità immobiliari.

Nella fattispecie, il Tribunale di Roma, adito dagli acquirenti di alcuni immobili, aveva condannato il costruttore, ai sensi dell’art. 1669 c.c., al pagamento, in favore di ognuna delle parti attrici, delle somme necessarie ad eliminare i difetti di coibentazione lamentati dai suddetti acquirenti.

Il venditore aveva impugnato detta sentenza di condanna innanzi alla Corte d’appello competente, la quale aveva, da un lato, sottolineato come il passaggio da una domanda di condanna mediante reintegrazione specifica a quella di pagamento dell’equivalente monetario non costituisse mutatio libelli, ossia, un mutamento della domanda stessa e, dall’altro, aveva aggiunto che i gravi difetti, in base ai quali era stata proposto l’azione ex art. 1669 c.c, includessero anche quelli inerenti al godimento ed alla funzionalità dell’immobile. Per tali motivi, l’appello promosso veniva rigettato.

Successivamente, il venditore ha esperito ricorso per cassazione articolato in due distinti motivi :

  • Violazione dell’art. 183 c.p.c a causa della presunta mutatio libelli dall’azione di reintegrazione in forma specifica a quella per equivalente;
  • Violazione o falsa applicazione dell’art. 1669 c.c.

In merito al primo motivo proposto, la sesta sezione civile della Corte di Cassazione, investita del potere di decidere, ha sottolineato, innanzitutto, come la mutatio libelli si ha esclusivamente in quelle ipotesi nelle quali si avanzi una pretesa obiettivamente diversa da quella originaria, introducendo nel processo un petitum diverso e più ampio oppure una causa petendi fondata su situazioni giuridiche non prospettate prima ed, in particolare, su un fatto costitutivo radicalmente differente, di modo che si ponga un nuovo tema d’indagine e si spostino i termini della controversia, alterando, in questo modo, il regolare svolgimento del processo.

La Corte ha poi evidenziato che si ha, invece, semplice emendatio, allorquando si incida sulla causa petendi in modo da modificare soltanto l’interpretazione o qualificazione giuridica del fatto costitutivo del diritto, oppure sul petitum, nel senso di ampliarlo o limitarlo per renderlo più idoneo al concreto ed effettivo soddisfacimento della pretesa fatta valere. Sulla base di dette considerazioni, la Corte ha rilevato l’infondatezza di tale primo motivo, atteso che, nel caso di specie,  la domanda di pagamento di una somma di danaro pari al costo necessario per la riparazione del danno costituisce una mera modificazione e non mutamento della domanda di reintegra in forma specifica proposta con l’atto di citazione.

Per quanto concerne il secondo motivo, teso, principalmente, a far valere una non adeguata motivazione della sentenza impugnata in punto di esistenza dei gravi difetti per vizio di costruzione,  la Corte di Cassazione ha, invece, evidenziato l’inammissibilità dello stesso, asserendo che la censura di un vizio motivazionale presupporrebbe l’esistenza di un controllo di legittimità sulla motivazione della sentenza, oggi non più consentito. In seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito in L. n. 134 del 2012, infatti,  può essere denunciato  soltanto l’omesso esame di un fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti.

In definitiva, la sesta Sezione civile della Corte di Cassazione, sulla base delle considerazioni esposte,  ha respinto il ricorso proposto, condannando il ricorrente alle spese per il giudizio di legittimità.

 

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