RESPONSABILITA’ PRECONTRATTUALE: quale natura?

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.14188 del 12/07/2016 [Leggi provvedimento ]
Redatto dall’ Avv. Claudia Calderini

“Nei contratti conclusi con la pubblica amministrazione, il dispiegamento degli effetti vincolanti per le parti, al di là della formale stipula di un accordo negoziale, è subordinata all’approvazione ministeriale ai sensi dell’art. 19 del r.d. 18 novembre 1923, n.  2440, da effettuarsi con un provvedimento espresso adottato dall’organo competente nella forma solenne prescritta dalla legge, la cui esistenza non può desumersi implicitamente dalla condotta tenuta dall’amministrazione, sicchè, ai fini del perfezionamento effettivo del vincolo contrattuale, pur se formalmente esistente, non è sufficiente la mera aggiudicazione pronunciata in favore del contraente, come pure la formale stipula del contratto ad evidenza pubblica nelle forme prescritte dalla legge (artt. 16 e 17 del decreto cit.); l’eventuale responsabilità dell’amministrazione, in pendenza dell’approvazione ministeriale, deve essere, di conseguenza, configurata come responsabilità precontrattuale, ai sensi degli artt. 1337 e 1338 c. c., inquadrabile nella responsabilità di tipo contrattuale da “contatto sociale qualificato”, inteso come fatto idoneo a produrre obbligazioni, ai sensi dell’art. 1173 c. c. e dal quale derivano, a carico delle parti, non obblighi di prestazione ai sensi dell’art. 1174 c. c., bensì reciproci obblighi di buona fede, di protezione e di informazione, ai sensi degli artt. 1175 e 1375 c. c., con conseguente applicabilità del termine decennale di prescrizione ex art. 2946 c. c.”

La collocazione dogmatica della responsabilità precontrattuale rappresenta uno dei temi maggiormente discussi nel panorama civilistico dottrinario e giurisprudenziale.

Il legislatore, infatti, agli artt. 1337 e 1338 c.c. non fornisce elementi interpretativi univoci ai fini della esatta qualificazione di tale forma di responsabilità, che sanziona la lesione dell’altrui libertà negoziale realizzata mediante un comportamento doloso o colposo ovvero mediante l’inosservanza del precetto di buona fede.

La complessità del tema, inoltre, dipende in parte dal particolare segmento del procedimento contrattuale cui afferisce, ovvero le trattative precedenti alla stipula del contratto.

Durante tale fase, “le parti” devono comportarsi secondo buona fede, ex art.1337 c.c., in continuità normativa con le affermazioni di principio contenute agli artt. 1175, 1366 e 1375 c.c.

In termini più espliciti, il principio generale di buona fede (da intendere in tal caso in senso oggettivo) esprime il principio della solidarietà contrattuale ed impone a ciascuna parte di attivarsi per salvaguardare l’utilità dell’altra nei limiti dell’apprezzabile sacrificio.

Essa si specifica nei canoni della lealtà e della salvaguardia e impone alle parti di osservare nella fase delle trattative una serie di obblighi tra cui gli obblighi di chiarezza, di segreto e di informazione.

Rispetto a quest’ultimo obbligo occorre precisare che non ogni tipo di reticenza può essere qualificata come illecita; la giurisprudenza, infatti, distingue in maniera condivisa le omissioni informative consentite dalle reticenze sleali.

Gli artt. 1337 e 1338 c.c. confermano quindi a livello normativo che la buona fede, diversamente dall’equità, costituisca una regola generale di comportamento di natura cogente (rispetto alla autonomia negoziale dei paciscenti) cui le parti devono attenersi in ogni fase del procedimento contrattuale.

In concreto, la violazione dell’obbligo di buona fede può palesarsi nella fase delle trattative in tre modi differenti.

Il primo caso concerne il recesso immotivato e improvviso dalle trattative che hanno raggiunto una fase avanzata di contrattazione. Sul punto si discute se il recesso compulsato dal ricevimento di una proposta contrattuale più vantaggiosa possa essere addebitato a titolo di responsabilità precontrattuale.

Il secondo caso ricorre allorquando la violazione del principio di buona fede determini la stipulazione di un contratto invalido o inefficace. L’art.1338 c.c sanziona il comportamento della parte che, conoscendo o dovendo conoscere l’esistenza di una causa di invalidità del contratto, non ne dà notizia all’ altra parte.

Non rientrano, tuttavia, nel campo applicativo delle norme le ipotesi di invalidità contrattuale che l’altra parte avrebbe avuto il dovere di conoscere in virtù di un generale principio di autoresponsabilità. Si pensi al caso del contratto affetto da nullità per violazione di una norma imperativa.

In queste due ipotesi la giurisprudenza  sostiene che il risarcimento del danno debba essere liquidato nei limiti dell’interesse negativo; la parte che ha agito in violazione dell’obbligo di buona fede è tenuta a risarcire le spese inutilmente sostenute a titolo di danno emergente e la perdita di ulteriori occasioni contrattuali durante le trattative rivelatesi inutili a titolo di lucro cessante.

A queste due ipotesi espressamente codificate nel dato normativo, la giurisprudenza della Corte di Cassazione, a partire dalle sentenze gemelle n.26724 e 26725 del 2007, ha ampliato notevolmente il perimetro della responsabilità precontrattuale facendovi rientrare anche la responsabilità da contratto valido ma infruttuoso o sconveniente.

Com’ è noto, con le sentenze sopracitate, la Corte di Cassazione ha affermato che “nel sistema del codice civile vige il principio di distinzione tra regole di validità e regole di comportamento, sicchè la violazione di norme imperative di comportamento non può mai comportare la nullità, strutturale o virtuale, del contratto, ma può solo costituire fonte di responsabilità”.

Tuttavia, in tal caso, il danno risarcibile non concerne l’interesse negativo  bensì l’interesse positivo. Esso comprende non soltanto le spese inutilmente sostenute ma anche l’utilità che avrebbe ricavato dal contratto qualora la parte avesse agito in buona fede.

Una volta esposte le conseguenze connesse alla violazione del principio di buona fede nella fase delle trattative, occorre indagare l’esatta collocazione sistematica della responsabilità precontrattuale all’interno del più ampio tema della responsabilità civile.

Sul punto si contrappongono due distinti orientamenti giurisprudenziali.

Secondo l’impostazione prevalente (ribadita da Cass. civ. sentenza n. 21255 del 2013), la responsabilità precontrattuale deve essere qualificata come species del genus della responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c.

Ciò in quanto, in assenza di un contratto tra le parti, non è possibile rinvenire una relazione specifica di natura obbligatoria.

La responsabilità precontrattuale, pertanto, non può che sottendere la violazione del principio di portata generale del neminem laedere posto a presidio della libertà negoziale contro le ingerenze di terzi volte ad alterarne l’esercizio.

Il dovere di buona fede, secondo questa impostazione, non nasce con le trattative, ma preesiste ad esse e si impone erga omnes, mirando a tutelare un interesse della vita di relazione che è quello al libero e corretto svolgimento della libertà negoziale. Ne consegue che la sua violazione costituisce un danno ingiusto.

Questa impostazione, tuttavia, non è avallata da quanti sostengono che la responsabilità precontrattuale debba essere qualificata come responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c in virtù di molteplici argomenti.

In primo luogo, a sostegno di questa impostazione milita un argomento di natura letterale.

Il contraente che agisce in violazione del principio di buona fede non può essere qualificato come un quisque de populo in quanto il legislatore all’art. 1337 c.c. parla espressamente di “parti”.

In secondo luogo, si adduce che l’ assenza di una tavola negoziale non costituisca un elemento ostativo ai fini della responsabilità contrattuale.

Invero, occorre valorizzare la portata atipica dell’art. 1173 c.c che consente di enucleare tra le fonti delle obbligazioni giuridiche anche  l’istituto del contatto sociale qualificato. Con tale istituto di derivazione tedesca si allude ad ogni relazione qualificata che si instaura tra due soggetti in assenza di un contratto e da cui originano, pur in assenza di uno specifico obbligo di prestazione, obblighi di informazione e obblighi di protezione.

A partire dal 1999, la Corte di Cassazione ha sostenuto che le relazioni ascrivibili alla categoria del contatto sociale qualificato possono essere fonte di responsabilità contrattuale allorquando la parte professionale del rapporto non adempia agli obblighi di informazione e di protezione sottesi alla relazione qualificata.

Si pensi alla casistica in tema di responsabilità dell’insegnante per lesioni autoprocurate dallo studente sotto la sua vigilanza scolastica o in tema di responsabilità del sanitario nei confronti del paziente per omessa informazione sanitaria.

A tali ipotesi, la Corte di Cassazione in alcune pronunce ha talvolta incluso la relazione qualificata che si instaura tra le parti nella fase precedente al perfezionamento del contratto.

Tale inclusione è stata di recente ribadita dalla Corte di Cassazione con sentenza n.1488/2016.

In quest’ultima occasione i giudici del supremo consesso hanno sostenuto che la responsabilità precontrattuale è una responsabilità contrattuale connessa all’ inadempimento delle obbligazioni scaturenti dal contatto sociale qualificato.

Il caso sottoposto al vaglio dei giudici concerneva la mancata approvazione, ai sensi dell’art. 19 del r.d. 18 novembre n. 2440 del contratto a evidenza pubblica stipulato in data 1 febbraio 1990.

Com’è noto, nei contratti stipulati con la pubblica amministrazione la sopracitata approvazione rappresenta una condicio iuris sospensiva della mera efficacia di un contratto già concluso.

Ne consegue che, ai fini del perfezionamento di un effettivo vincolo contrattuale, è insufficiente la mera aggiudicazione a favore della controparte, come per la formale stipula del contratto ad evidenza pubblica, nelle forme prescritte dalla legge.

Pertanto, il caso di specie è senz’altro qualificabile come una ipotesi di responsabilità precontrattuale in quanto afferente a una fase antecedente al completamento della fattispecie contrattuale.

Ad avviso dei giudici, tale forma di responsabilità non può che essere ascritta al paradigma della responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c. con tutte le conseguenze che ne derivano in punto di onere probatorio e di prescrizione quinquennale.

Tale norma infatti “non presuppone la violazione di una pretesa di adempimento ma bensì la lezione di una relazione qualificata tra soggetti”.

Come precisato infatti dalle sezioni unite nella pronuncia n. 24906 del 2011, nelle controversie di natura contrattuale rientrano non solo quelle riguardanti il mancato adempimento di un obbligo di prestazione di fonte negoziale, ma anche le controversie nelle quali l’attore alleghi l’esistenza di una regola di condotta legata alla “relazione liberamente assunta tra lui e l’altra parte” e ne lamenti la violazione da parte di quest’ultima.

Tale impostazione ha del resto ricevuto un più recente avallo dalla sentenza n.9628 del 2015 resa a sezioni unite dalla Corte di Cassazione in tema di contratto preliminare di preliminare.

In tale occasione, la Corte ha affermato che la violazione del principio di buona fede dia luogo a una responsabilità contrattuale da inadempimento di una obbligazione specifica sorta nel corso della formazione del contratto, riconducibile alla terza delle categorie considerate all’art. 1173 c.c., cioè alle obbligazioni derivanti da “ogni fatto o  atto idoneo a produrle in conformità all’ordinamento generale”.

Questa impostazione conferma senz’altro la tendenza ad ampliare il perimetro alla responsabilità contrattuale a discapito della responsabilità extracontrattuale.

Quest’ultima resta limitata al solo ambito nel quale si riscontrino lesioni ab extrinseco a beni o interessi altrui, al di fuori di qualsiasi rapporto preesistente che si ponga come fonte di obblighi di vario genere, di prestazione o di protezione, tali da radicare una responsabilità di tipo contrattuale.

Tale soluzione ermeneutica comporta numerose conseguenze applicative in termini di prescrizione del diritto al risarcimento del danno (ex. art. 2946 c.c.), di quantificazione del danno (trova infatti applicazione l’art. 1225 c.c. che non opera in caso di responsabilità aquiliana), di mora del debitore (trova applicazione l’art. 1219 c.c.) e di rilevanza della capacità di intendere e di volere (l’incapacità naturale non è causa di esonero della responsabilità contrattuale).

In conclusione, non può sottacersi che la sentenza oggetto di commento confermi ancora una volta il trend giurisprudenziale (inaugurato dalla recente giurisprudenza in tema di contratto preliminare di preliminare) teso ad ampliare la portata applicativa della più favorevole responsabilità contrattuale ex art. 1218 c.c. e a limitare il ricorso alle rigorose prescrizioni normative in punto di responsabilità aquiliana.

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