Responsabilità degli enti da reato: quando scatta la sanzione?

In Diritto penale commerciale, Letture Giuridiche
Approfondimento a cura della Dott.ssa Giuseppina Verbena

Nel diritto penale uno dei problemi che frequentemente è stato portato alla luce concerne le persone giuridiche, e cioè se quest’ultime possano essere soggetti attivi del reato.

De iure condendo, nel diritto italiano la soluzione sembra aversi con l’art. 27 della Costituzione, secondo cui la responsabilità penale è personale per un fatto proprio e non per un fatto altrui.

Dunque, il destinatario dell’art. 27 è la persona fisica, che non può essere punita per un fatto commesso da un’altra persona, né senza colpevolezza. Tale principio, tuttavia, non comporterebbe il divieto della soggettività penale delle persone giuridiche, in quanto si può parlare di “persona” tanto nel significato di persona fisica quanto in quello di persona giuridica. Inoltre, la responsabilità degli enti sarebbe costituita sulla base dell’immedesimazione organica e quindi dell’appartenenza organigrammatica di persone fisiche (quelle che commettono il reato).

De iure condito, invece, l’irresponsabilità penale delle persone giuridiche può essere desunta dall’art. 197 c.p che, prevedendo una obbligazione civile di garanzia della persona giuridica, implicitamente dimostra che il codice penale non contempla ipotesi di responsabilità penale delle persone giuridiche. Inoltre, può essere desunta dal D.Lgs. n. 231/2001, attuativo della L. delega n. 300/2000, che ha introdotto la Responsabilità degli enti da reato altrui.

La ratio principale sottesa all’introduzione di questa normativa, che ha determinato il superamento del principio societas delinquere non potest[1], risiede nella necessità di reprimere, in maniera efficace, il fenomeno largamente diffuso della criminalità d’impresa, rispetto al quale la risposta sanzionatoria esclusivamente nei confronti del singolo autore del reato appare ormai inadeguata, per la difficile identificazione degli ideatori ed esecutori materiali del reato.

Alla luce di tali ragioni di politica criminale, il legislatore ha adottato un articolato apparato sanzionatorio, attraverso la previsione di sanzioni pecuniarie, sanzioni interdittive, la confisca e la pubblicazione della sentenza di condanna, ma anche introducendo meccanismi premiali. Ad esempio, l’art. 17 prevede l’effetto premiale della riparazione delle conseguenze del reato, prodotto dal risarcimento, dalla rinuncia al profitto conseguito e dall’adozione tardiva di un modello organizzativo idoneo a prevenire reati della specie di quello verificatosi.

Per quanto concerne la disciplina, l’art. 1 del D.Lgs. n. 231/2001 stabilisce che essa si applica agli enti forniti di personalità giuridica e alle società e associazioni anche prive di personalità giuridica; non si applica invece, allo Stato, agli enti pubblici territoriali, agli altri enti pubblici non economici, nonché agli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale. Il suesposto decreto circoscrive la disciplina ai delitti previsti originariamente e via via estesi dallo stesso decreto, se commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente da persone che svolgono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente oppure sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno di questi soggetti. Tale disciplina si fonda su una particolare forma di colpevolezza: il reato commesso dall’organo o da un sottoposto deve derivare da colpevolezza di organizzazione, cioè dalla non adozione di modelli di organizzazione e di gestione idonei a prevenire la commissione dei reati.

Per quanto riguarda la natura, essa è alquanto controversa.

Il D.Lgs. n. 231/2001 definisce nell’epigrafe la responsabilità degli enti come una responsabilità amministrativa, ma questo dato non è sufficiente per una esatta qualificazione giuridica. Il sistema sanzionatorio è stato qualificato come un “tertium genus”, a metà tra il penale e l’amministrativo. L’impostazione dell’intera disciplina ha carattere penale e, inoltre, la competenza per l’accertamento della responsabilità da reato dell’ente è assegnata al giudice penale.

[1] Affermare che societas delinquere potest risulta però azzardato, è più congruo sostenere che societas puniri potest, in quanto l’ente non commette direttamente i reati, quindi non delinque, ma può essere punito per il fatto che non è organizzato e non ha organi di vigilanza in grado di impedire la commissione di quei determinati reati.

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