REGIME FISCALE DEI MINIBOND NON QUOTATI

In Fisco e contabilità
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Tempo di Lettura: 4 minuti
Redatto dal dott. Simmaco Riccio
Partner dello studio Tax Law Firm

Un importante impulso ai minibond, anche nell’ipotesi in cui non siano quotati, potrebbe derivare dalla risposta, allo stato non pubblicata, della Direzione Centrale della Agenzia delle Entrate ad una istanza di interpello avente ad oggetto il regime fiscale applicabile ad un prestito obbligazionario non negoziato su ExtraMOT PRO o altro sistema multilaterale di negoziazione, emesso da una società non quotata e sottoscritto da un unico investitore professionale.

L’interpretazione fornita dalla Direzione Centrale, se confermata, potrebbe rendere ancora più attrattivo il mercato dei minibond consentendo di liberare risorse a servizio dell’economia reale, favorendo il ricorso all’emissione di tali strumenti finanziari da parte delle piccole e medie imprese del Paese.

Estensione del regime dell’imposta sostitutiva

Il Decreto Crescita 2012 e il Decreto competitività del 2014 sono intervenuti sulla fiscalità delle obbligazioni emesse da società non quotate sopprimendo la ritenuta in precedenza applicata e riconducendo anche il minibond al regime fiscale dell’imposta sostitutiva di cui al D.Lgs. 1° aprile 1996, n. 239, come già le obbligazioni emesse dai grandi emittenti.

Più precisamente, l’art. 9 del Decreto Crescita aveva operato una prima estensione del regime dell’imposta sostitutiva di cui al D.Lgs. 1° aprile 1996, n. 239, disponendo la sua applicazione non soltanto (come già previsto ante riforma 2012) sugli interessi ed altri proventi delle obbligazioni e titoli similari, e delle cambiali finanziarie, emesse (i) da banche, da enti pubblici economici trasformati in società per azioni in base a disposizione di legge ovvero (ii) da società per azioni con azioni negoziate in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione degli Stati membri dell’Unione europea e degli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo inclusi nella white list, ma anche (e qui stava la riforma del 2012) (iii) “sugli interessi ed altri proventi delle obbligazioni e titoli similari, e delle cambiali finanziarie negoziate nei medesimi mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione emessi da società diverse dalle prime” (ossia da società non quotate).

Sussistendo le descritte condizioni trova applicazione per l’appunto il regime dell’imposta sostitutiva di cui al D.Lgs. 1° aprile 1996, n. 239 la cui applicazione è differenziata a seconda che i soggetti siano o meno residenti in Italia e, nel primo caso siano “nettisti” o “lordisti”.  In base al regime 239, gli interessi relativi ai minibond sono soggetti ad imposta sostitutiva del 26% qualora percepiti da soggetti fiscalmente residenti in Italia che siano persone fisiche, società semplici, enti pubblici e privati, trust, soggetti esenti dall’imposta sul reddito delle società ed altri similari.  Diversamente, non sono invece soggetti ad imposta sostitutiva gli interessi percepiti da società commerciali residenti in Italia ed organismi di investimento collettivo del risparmio. Non sono, inoltre, soggetti ad imposizione gli interessi percepiti da soggetti residenti in Paesi che consentono un adeguato scambio di informazioni, né quelli percepiti da enti od organismi internazionali costituiti in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia; così come da investitori istituzionali esteri, ancorché privi di soggettività tributaria e Banche centrali o organismi che gestiscono anche  le  riserve ufficiali dello Stato.

Il Decreto competitività del 2014 ha successivamente soppresso la ritenuta dell’art. 26 DPR 600/73 anche nel caso in cui gli interessi delle obbligazioni siano corrisposti ad organismi di investimento collettivo del risparmio, istituiti in Italia o in uno Stato membro dell’Unione europea, il cui patrimonio sia investito in misura superiore al 50 per cento in tali titoli e le cui quote siano detenute esclusivamente da investitori qualificati.

La risposta della Direzione Centrale della Agenzia delle Entrate all’interpello

L’interpretazione accolta della Direzione Centrale della Agenzia delle Entrate in sede di risposta alla istanza di interpello citato verte sulla non applicazione della ritenuta del 26% alle cedole di interessi del prestito obbligazionario corrisposte ad un Fondo di investimento alternativo chiuso sottoscrittore del prestito il cui patrimonio non era investito in misura superiore al 50% in titoli di debito.

Secondo l’interpretazione adottata fino ad oggi dagli operatori il Fondo sottoscrittore avrebbe dovuto rispettare il disposto dell’articolo 32, comma 9-bis, d.l. 83/2012, a norma del quale “La ritenuta di cui all’articolo 26, comma 1, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, non si applica agli interessi e altri proventi delle obbligazioni e titoli similari e delle cambiali finanziarie corrisposti a organismi di investimento collettivo del risparmio, istituiti in Italia o in uno Stato membro dell’Unione Europea, il cui patrimonio sia investito in misura superiore al 50 per cento in tali titoli e le cui quote siano detenute esclusivamente da investitori qualificati ai sensi dell’articolo 100 TUF […]”.  Dalla lettura della norma sembrerebbe infatti rilevante anche la composizione del patrimonio, perché la disapplicazione della ritenuta opererebbe solo se più del 50% del medesimo sia investito in strumenti di debito. In tal caso, quindi, l’asset allocation diverrebbe rilevante, in presenza di un fondo che investe sia in strumenti azionari (private equity) sia in minibond (private debt).

L’Agenzia delle Entrate ha ciò nonostante sancito la non applicazione del prelievo del 26% a titolo di imposta sostitutiva sugli interessi corrisposti al Fondo sottoscrittore del prestito in quanto già rispettate le condizioni per l’applicazione del regime 239, ovvero: i) i titoli avevano le caratteristiche delle obbligazioni, cambiali finanziarie o titoli similari; e ii) la loro sottoscrizione era riservata a investitori qualificati ex art. 100 TUF (art. 1, primo comma, ultimo periodo d.lgs. 239/1996). Al ricorrere di tali condizioni a parere della Direzione Centrale della Agenzia delle Entrate è necessario che il patrimonio del fondo sia investito in misura superiore al 50% in titoli di debito (come richiamato invece dall’art. 32 di cui sopra).

Secondo quanto riportato nella risposta all’interpello l’applicazione del regime 239 presuppone che i titoli abbiano le caratteristiche per essere qualificati obbligazioni o titoli similari ai sensi dell’articolo 44 del d.P.R. 917/1986. A questo fine non è sufficiente assicurarsi che il titolo contenga l’obbligazione incondizionata di pagare alla scadenza una somma non inferiore al valore nominale, ma è necessario verificarne le modalità di remunerazione ed escludere che ai sottoscrittori siano attribuiti diritti di partecipazione alla gestione o di controllo dell’impresa emittente o dell’affare in relazione al quale i titoli sono stati emessi. Come già ricordato sopra, inoltre, il regolamento di emissione deve riservare la sottoscrizione e circolazione dei titoli ai soli investitori qualificati ex art. 100 TUF.

La favorevole interpretazione della Agenzia delle Entrate, sebbene resa in sede di interpello, può certamente rafforzare il ricorso all’emissione di obbligazioni e titoli similari non quotati da parte di PMI avendo di fatto ampliato la platea degli investitori istituzionali non soggetti al prelievo del 26% sugli interessi.

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