RECESSO: come può essere qualificato?

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n. 26190 del 03/11/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Marcella Gigante

La Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile, si è pronunciata sull’interessante questione della qualificazione della dichiarazione di recesso, enunciando il seguente principio di diritto: “il recesso si configura come un negozio unilaterale, corrispondente al diritto potestativo di uscire dalla società o di rinunciare a conservare lo stato derivante dal rapporto giuridico nel quale il socio è inserito e rispetto al quale la deliberazione del CdA o dell’assemblea opera come condizione di efficacia”.

Nel caso di specie, in primo grado, il Tribunale di Roma ha accolto la domanda, proposta da una società cooperativa, di dichiarare l’inefficacia della dichiarazione di recesso di alcuni soci (effettuata solo dopo aver ottenuto l’assegnazione in proprietà esclusiva di trenta alloggi). Tale recesso era stato approvato dal precedente CdA, con delibera del 21 gennaio 2002, e contestato dal nuovo organo amministrativo che ha revocato la suddetta delibera, chiedendo che tali soci fossero tenuti all’adempimento dei loro obblighi fino al raggiungimento dello scopo sociale.

In seguito, i soci hanno proposto appello, contestando che, ai sensi dell’art. 7 dello Statuto della società cooperativa, “il socio che volesse recedere dalla società doveva presentare apposita domanda motivata, ma il recesso non si intenderà avvenuto, se non quando tale domanda sarà stata accettata dal CdA”; infatti, la società, con delibera del 21 gennaio 2002, aveva approvato il recesso dei soci per raggiungimento dello scopo sociale. L’appello è, però, stato dichiarato inammissibile, in quanto tardivamente proposto.

Così, i soci hanno proposto ricorso per Cassazione, deducendo la deduzione e falsa applicazione dell’art. 2526 c.c. (nel testo anteriore alla riforma, introdotta con D. Lgs. n. 6 del 17.01.2003), nonché degli artt. 1321, 1326 e 1372 c.c.. Secondo i ricorrenti, la sentenza impugnata aveva erroneamente ricondotto il caso in questione ad una fattispecie di natura contrattuale, indi per cui non è attuabile la revoca unilaterale della delibera di accettazione del recesso, in quanto la dichiarazione di recesso “deve configurarsi come un atto unilaterale recettizio, a fronte del quale la delibera del CdA costituisce, a sua volta, un atto unilaterale di controllo che si pone, rispetto alla prima, come condizione di efficacia e non come elemento costitutivo di una fattispecie contrattuale”.

La Corte, escludendo la natura contrattuale del recesso, ha quindi verificato:

  • se le dichiarazioni di recesso e la successiva delibera di approvazione (in data 21 gennaio 2002) da parte del CdA avessero comportato il valido perfezionamento del recesso dei soci; e
  • se potesse considerarsi validamente adottata la successiva delibera di revoca della dichiarazione di recesso.

In merito al primo punto, dato che, in primo grado, le dichiarazioni di recesso sono state considerate illegittime, per aver i soci dichiarato che, con l’avvenuto trasferimento degli alloggi, “ciascuna parte assegnataria ha raggiunto lo scopo per cui aveva aderito alla società”, deve rilevarsi che “lo statuto non condiziona l’esercizio del diritto di recesso al conseguimento finale dello scopo mutualistico, ma considera la condizione soggettiva del socio, in quanto non più in grado di partecipare al raggiungimento degli scopi sociali”. Infatti, l’assunto in base al quale il recesso non sarebbe legittimo se non all’esito del conseguimento dello scopo sociale (ossia per tutta la durata della società) è assolutamente incompatibile con il principio secondo cui il diritto di recesso, previsto all’art. 2437, comma 3, c.c. (applicabile anche alle società cooperative), non può essere escluso o reso eccessivamente gravoso.

In merito al secondo punto, rilevanza decisiva ha assunto l’approvazione della dichiarazione di recesso avvenuta con delibera adottata all’unanimità dal CdA in data 21 gennaio 2002. Incontrovertibile è stato il potere discrezionale dell’organo amministrativo, in relazione all’apprezzamento dell’interesse della società a perseguire l’oggetto sociale, più facilmente raggiungibile se la compagine sociale resta integra o non si modifichi sensibilmente. Pertanto, “la natura discrezionale dell’atto posto in essere dal CdA deve considerarsi ostativa a una sua revoca successiva”.

Stante quanto sopra, con la sentenza in commento, la Corte di Cassazione, Prima Sezione civile, ha rigettato il ricorso, condannando i ricorrenti al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

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