ASSICURAZIONI: il recente dibattito giurisprudenziale sulle clausole claims made

In diritto assicurativo

Cassazione penale, sezione quinta, sentenza n.51619 del 17/10/2017 [Leggi provvedimento]

Redatto dalla Dott.ssa Martina Guadagno

 

L’evoluzione commerciale realizzatasi in tempi recenti ha visto il passaggio delle polizze per la responsabilità civile dei professionisti dal sistema del “loss occurrence” a quello del “claims made”.

Nel previgente sistema, l’operatività della garanzia assicurativa era limitata ai fatti avvenuti durante il periodo di vigenza della polizza, a prescindere dalla data di richiesta di risarcimento e di denuncia del sinistro e fermi i limiti della legge in tema di prescrizione del diritto (2 anni). Il modello loss occurrence risultava essere debole sotto due punti di vista: da un lato vi era la difficoltà di individuare il momento in cui il fatto si era verificato al fine di determinare l’efficacia della polizza; dall’altro lato il massimale nel contratto a suo tempo stipulato spesso si rivelava successivamente insufficiente a causa di mutamenti economici intervenuti o dell’ampliamento delle ipotesi risarcitorie.

La diffusione del fenomeno delle clausole claims made nel mondo anglosassone ha trovato negli ultimi tempi una grandissima applicazione nel nostro ordinamento nell’ambito della responsabilità professionale, specie dopo l’introduzione della l. n. 148 del 2011 con la quale è stato introdotto l’obbligo per i professionisti di assicurarsi per i danni derivanti dall’esercizio della propria attività.

Con il termine claims made, che significa letteralmente “a richiesta fatta”, si intendono tutte quelle clausole che intervengono nel contratto di assicurazione e fanno dipendere l’erogazione dell’indennizzo non solo dalla verificazione del fatto illecito, ma soprattutto dalla richiesta che il terzo danneggiato fa all’assicurato. Nella prassi sono frequenti due tipi di clausole claims made: quelle cd. pure e quelle cd. impure o miste.

Con riguardo alla formula c.d. pura, l’assicuratore assume l’obbligo di garantire l’assicurato per tutte le richieste di risarcimento presentate all’assicurato nel corso del periodo di assicurazione, indipendentemente dal periodo in cui si è verificato il fatto dal quale scaturisce la richiesta di risarcimento danni.

La clausola c.d. impura (o mista), invece, è caratterizzata da una maggiore delimitazione del rischio assicurato: l’operatività della copertura assicurativa si realizza, infatti, quando sia il fatto illecito che la richiesta risarcitoria avvengano nel periodo di efficacia del contratto, il quale solo talvolta è accompagnato dalla retrodatazione della garanzia alle condotte poste in essere anteriormente (di norma due o tre anni prima della stipulazione del contratto). In tal caso, quindi, rileva non solo il periodo nel quale è fatta la richiesta risarcitoria, ma anche la collocazione temporale dell’atto o del danno.

Tali clausole di delimitazione del rischio prestano il fianco a innumerevoli questioni controverse, dal momento che, tramite le stesse, si introducono nel contratto previsioni inclusive o esclusive del rischio assicurato, non solo sotto il profilo qualitativo, ma anche sotto il profilo quantitativo o temporale.

Per tale ragione la Corte di Cassazione a S.U. è intervenuta sul tema con l’importante sentenza n. 9140/2016, analizzando la natura giuridica delle clausole claims made al fine di chiarire se le stesse abbiano l’effetto di determinare una delimitazione della responsabilità a favore delle compagnie assicuratrici ovvero se, viceversa, si tratta di clausole volte fisiologicamente e legittimamente ad individuare il rischio assicurato, incidendo sull’oggetto del contratto e, quindi, sulla prestazione dovuta.

Le S.U., nella sentenza in commento, hanno affermato il seguente principio di diritto: “nel contratto di assicurazione della responsabilità civile la clausola che subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto o, comunque, entro determinati periodi di tempo, preventivamente individuati (c.d. clausola claims made mista o impura) non è vessatoria”. Invero, i supremi giudici evidenziano come la clausole claims made limitino la garanzia assicurativa circoscrivendo l’oggetto del contratto ad essere circoscritto e non già la responsabilità dell’assicuratore.

Tuttavia, la Suprema Corte ha ritenuto che clausola claims made possa essere comunque dichiarata nulla in due casi.

La prima circostanza si determina quando queste clausole sono inserite in un contratto stipulato tra professionista e consumatore: se il loro contenuto determina, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, possono essere dichiarate nulle ex art. 36 del d. lgs. n. 206/2005.

La seconda circostanza si determina allorquando il giudice rilevi un difetto di meritevolezza ex art. 1322, 2° comma, c.c. determinante la nullità delle clausola stesse. In tal senso, le S.U. hanno affermato che “la prospettazione dell’immeritevolezza è, in via di principio, infondata con riferimento alle clausole c.d. pure, che, non prevedendo limitazioni temporali alla loro retroattività, svalutano del tutto la rilevanza dell’epoca di commissione del fatto illecito, mentre l’esito dello scrutinio sembra assai più problematico con riferimento alle clausole c.d. impure, a partire da quella, particolarmente penalizzante, che limita la copertura alla sola ipotesi che durante il tempo dell’assicurazione, intervengano sia il sinistro che la richiesta di risarcimento”.

Il giudice di legittimità ha sostanzialmente affermato che le clausole claims made impure sono tendenzialmente immeritevoli di tutela; al contrario, le clausole claims made pure, coprendo anche eventi verificatisi al di fuori della vigenza del contratto, sono tendenzialmente meritevoli di tutela poiché tendono a riequilibrare il rapporto assicurativo tra il periodo finale di copertura della polizza e quello iniziale. Non è escluso che, rispetto a queste ultime, il giudice possa comunque operare, in relazione alle circostanze che di volta in volta vengono in rilievo, un giudizio di meritevolezza ex art. 1322, 2°comma, c.c. sulla singola clausola oggetto di controversia.

Ma in che cosa consiste il principio di meritevolezza degli interessi? La risposta a tale quesito proviene da una recente sentenza della Sezione Civile della Corte di Cassazione, la n. 1056 del 28 aprile 2017, con cui la Corte si è pronunciata circa la validità di una clausola claims made c.d. pura.

Nel caso di specie, la Sezione Civile ha cercato di fissare i paletti utili all’interprete per determinare se effettivamente una clausola claims made sia o non sia immeritevole, muovendo dall’individuazione di tre casi in cui un contratto debba ritenersi immeritevole di tutela:

  • quando attribuisce un vantaggio ingiusto o sproporzionato senza contropartita per l’altra parte;
  • quando pone una delle parti in una posizione di indeterminata soggezione rispetto all’altro;
  • quando costringe una delle parti a tenere condotte contrastanti con i superiori doveri di solidarietà costituzionalmente imposti.

La Cassazione, inoltre, aggiunge che “la meritevolezza di cui all’art. 1322, 2° comma, c.c. non si esaurisce nella liceità del contratto, del suo oggetto o della sua causa”, ma essa costituisce un “giudizio (non un requisito del contratto, come erroneamente sostenuto da parte della dottrina), e deve investire non il contratto in sé, ma il risultato con esso perseguito. Tale risultato dovrà dirsi immeritevole quando sia contrario alla coscienza civile, all’economia, al buon costume od all’ordine pubblico”.

Il contratto, in altre parole, è immeritevole di tutela ogniqualvolta il suo risultato è contrastante con i principi di solidarietà, di parità e di non prevaricazione che il nostro ordinamento pone a fondamento dei rapporti privati, facendo in modo che, attraverso il giudizio di meritevolezza, i principi costituzionali di cui agli artt. 2, 4, 2°comma e 41, 2° comma, Cost. siano direttamente applicabili al regolamento contrattuale.

Sulla base di tale criteri, con la pronuncia in commento la Corte di Cassazione è arrivata a dichiarare che la claims made, anche se pura, ma priva di copertura “ultrattiva” rispetto alla scadenza di polizza, è sempre immeritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322, 2° comma, c.c. e perciò sempre nulla.

La sentenza della Cassazione n. 10506/2017 sembra, su quest’ultimo punto, discostarsi dal solco segnato dalle Sezioni Unite del 2016: la sentenza a S.U., infatti, aveva concluso per la meritevolezza delle clausole claims made pure, mentre quella in commento per la soluzione contraria.

La divergenza con le S.U. si radica su una diversa linea interpretativa dell’art. 1322, comma 2, c.c.: mentre le S.U. avevano ricondotto la valutazione di meritevolezza all’esigenza di verificare, attraverso un’analisi complessiva dei patti negoziali, l’esistenza di un equilibrio sinallagmatico fra le parti, la Sezione Civile, invece, spostando l’asse interpretativo, identifica il giudizio di meritevolezza con una valutazione di conformità tra il patto negoziale ed i principi costituzionali.

Tuttavia, andando nel merito della vicenda da ultimo esaminata dalla Cassazione, a ben vedere, la clausola claims made pura sottoposta al vaglio della Corte conteneva una copertura assicurativa circoscritta a soli tre anni; nella sostanza, quindi, l’ultima pronuncia della Cassazione del 2017 non si è discostata, quantomeno negli esiti, dalle S.U. del 2016: essa ha, di fatto, qualificato quella claims made come impura poiché non sufficientemente tutelante proprio in ragione dello iato temporale eccessivamente compresso, sanzionandole la nullità.

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