REATO DI ILLECITA TURBATIVA: può configurarsi anche in assenza di gara e, quindi, in caso di affidamento diretto

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione sesta, sentenza n.13432 del 20/03/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Fiorella Todisco

Anche in assenza di una procedura di gara, stante l’illegittimo affidamento diretto, con la sola deliberazione o determinazione a contrarre può configurarsi il reato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, laddove sia vi sia stata un’illecita turbativa“.

Questo il principio ribadito dalla Corte di Cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 13432, depositata il 20 marzo 2017.

Di seguito la ricostruzione dei fatti processuali.

In data 7 settembre 2016 il g.i.p. del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere emetteva un’ordinanza custodiale nei confronti di ben venti indagati, in vista della ipotizzata sussistenza di una serie di fatti illeciti, quali turbativa d’asta (o del procedimento a monte), corruzione, truffa ed abuso d’ufficio, posti in essere nel corso di gare, indette da vari Comuni, per l’affidamento e la gestione in appalto dei servizi relativi al c.d. ciclo integrato dei rifiuti.

Tali fatti erano ricondotti nell’orbita di operatività di un’associazione per delinquere costituita dai vertici (formali e sostanziali) di una società risultata aggiudicataria di tutte le gare prese in esame.

Un funzionario di uno dei Comuni, preposto al settore vigilanza ed inizialmente tratto in arresto perchè ritenuto raggiunto da gravi indizi di colpevolezza, proponeva, allora, riesame, ai sensi dell’art. 309 c.p.p., alla luce della veste sua propria di R.U.P. e di presidente della commissione giudicatrice della procedura ad evidenza pubblica finalizzata all’assegnazione dell’appalto concernente il servizio di igiene urbana, in ordine ai reati di cui agli artt. 353, 353 bis e 319, cioè acquisizione di plichi o di corrispondenza, turbata libertà di scelta del contraente e corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, che erano oggetto dei capi d’imputazione.

A questo punto, il Tribunale di Napoli annullava l’ordinanza in questione, limitatamente al reato di cui all’art. 353 bis, di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, considerandolo inapplicabile all’interno della specifica fattispecie, in quanto essa, lungi dal rientrare nell’ambito di una competizione tra più concorrenti, delineava, invece, un’ipotesi di assegnazione di commessa pubblica mediante affidamento diretto.

Successivamente, avverso detto provvedimento proponeva tempestiva impugnazione il P.M., presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, evidenziando la sussistenza del vizio di violazione di legge, per essere il Tribunale pervenuto alla suddetta statuizione per effetto dell’erroneo recepimento “di orientamenti giurisprudenziali vetusti e, comunque, riferibili al solo art. 353 c.p., ovverossia ad una norma incriminatrice diversa da quella oggetto della contestazione e del vaglio del gip“, trascurando, invece, la diversità del campo di applicazione dell’art. 353 bis, “introdotto nel tessuto ordinamentale proprio per stigmatizzare quelle condotte non sussumibili nell’ambito di operatività della norma di cui all’art. 353 c.p.

Ed ecco che si giunge alla sentenza che interessa in questa sede.

La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della pubblica accusa, analizzando in maniera puntuale il dato letterale dell’art. 353 bis.
Più specificamente, tale norma, rubricata “Turbata libertà degli incanti”, punisce chiunque, mediante violenza o minaccia, o con doni, promesse, collusioni o altri mezzi fraudolenti, impedisce o turba il procedimento amministrativo diretto a stabilire il contenuto del bando o di altro atto equipollente al fine di condizionare le modalità di scelta del contraente da parte della §Pubblica Amministrazione.

Da qui è piuttosto agevole individuare l’oggetto della condotta, che si risolve, dunque, “in via di gravità decrescente, nell’impedimento della gara, intendendosi per tale anche la sua sospensione per un apprezzabile periodo di tempo, nell’allontanamento da essa di taluno degli offerenti, ovvero, ancora, nel turbamento della gara medesima”, tale da ricomprendervi ogni manifestazione in concreto idonea ad alterarne l’esito, pur in difetto della realizzazione di quest’ultimo.

Orbene, l’art. 353 bis mira, come è chiaro, a colpire quei comportamenti che, incidendo illecitamente sulla libertà di iniziativa economica, mettono a repentaglio l’interesse della Pubblica Amministrazione di poter contrarre con il miglior offerente.
Dunque, e siamo finalmente giunti al cuore della sentenza in esame, la lettera della norma si riferisce al “contenuto del bando o di altro atto equipollente”.
La Suprema Corte, annullando con rinvio l’ordinanza impugnata, ha specificato che la nozione di “atto equipollente” deve essere interpretata in senso ampio, rientrandovi qualunque provvedimento alternativo al bando di gara, adottato per la scelta del contraente, ivi inclusi quelli statuenti l’affidamento diretto ad un determinato soggetto economico.

 

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