REATO DI AGGIOTAGGIO: l’accertamento del pericolo

In Diritto penale commerciale
Approfondimento a cura del Dott. Gabriele Marasco

La lettera dell’art. 501 c.p. punisce “chiunque, al fine di turbare il mercato interno dei valori o delle merci, pubblica o altrimenti divulga notizie false, esagerate o tendenziose o adopera altri artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci, ovvero dei valori ammessi nelle liste di borsa o negoziabili nel pubblico mercato”.

Ai fini dell’applicazione della pena, non è necessario che si concretizzi il danno al mercato interno, ma è sufficiente la mera minaccia. Difatti, costituisce un’aggravante, in base al comma 2 dello stesso articolo, il fatto che si verifichi effettivamente l’aumento o la diminuzione del prezzo delle merci o dei valori.

Appare evidente che ci troviamo dinanzi ad un reato di pericolo.

Si è osservato che tutti i reati che prendono in considerazione come bene protetto gli interessi della pubblica economia presentano al giudice una particolare difficoltà in sede di applicazione pratica in quanto è particolarmente complesso accertare le vicende di questi interessi. [1]

Con specifico riguardo al reato di aggiotaggio, è pur sempre vero, infatti, che i prezzi sono instabili per loro natura, in modo particolare in borsa. Per questo risulta quasi impossibile “isolare”, all’interno di questa costante oscillazione fisiologica, una specifica probabilità di variazione, al fine di individuare il “pericolo” che la norma richiede. [2]

Ragion per cui, “al giudice si imporrebbe un’indagine delicatissima: la pericolosità concreta di una condotta, la sua attitudine a influire sui prezzi, non si potrebbe mai valutare senza collocare la condotta nel vivo di una concreta situazione di mercato, inserendola e soppesandola nel gioco discorde di molteplici ed eterogenei fattori”. [3]

A questo punto, si suggerisce una diversa lettura della norma, proponendo di intendere l’elemento dell’attitudine non come pericolo concreto, ma come pericolo presunto. In questo caso, quindi, non si dovrebbe più fornire la probatio diabolica della concreta modificazione ambientale, scaturente dalla condotta, che pone in pericolo la stabilità dei prezzi. [4] Diventa sufficiente, invece, accertare la corrispondenza della condotta di specie ad un tipo determinato, che, però, non ci viene fornito dalla norma, ma dall’esperienza: l’azione, cioè, ripete lo schema di condotte che, generalmente, sono capaci di determinare l’evento.

In altre parole, il giudice si limiterebbe a riscontrare che la condotta in questione ripeta i tratti caratteristici di uno schema che è generalmente idoneo ad offendere il bene. [5]

La giurisprudenza, invece, mostra di non voler cedere il passo ad una differente interpretazione della norma in esame, restando ancorata ad un accertamento in concreto del pericolo.

In particolare, la Corte di Cassazione propone di superare il problema della quasi impossibilità pratica di verificare l’effettiva minaccia alla stabilità del mercato proveniente da una singola condotta, attraverso una interpretazione del concetto di mercato interno non come mercato nazionale, contrapposto a quello internazionale, ma come qualsiasi tipo di mercato, anche a diffusione regionale e addirittura locale. [6]

In questo senso, allora, la norma potrebbe essere molto più facilmente applicabile e sarebbe possibile un giudizio di accertamento del pericolo svolto in concreto. [7]

[1] PEDRAZZI, Aggiotaggio bancario, in AA. VV., La nuova legge bancaria, Commentario, a cura di P. Ferro Luzzi e G. Castaldi, Milano 1996, p. 40

[2] PEDRAZZI, op. cit., p. 44

[3] PEDRAZZI, op. cit., p. 45

[4] PEDRAZZI, op. cit., p. 47

[5] PEDRAZZI, op. cit., p. 48

[6] Cass. 10 maggio 1976, in Riv. Pen. 1977, p. 227

[7] ANGIONI, Il pericolo concreto come elemento della fattispecie penale, Milano 1994, p. 238, nota 343

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