REATI TRIBUTARI: soglie di punibilità alla luce della sentenza “Scialdone”

In Diritto penale commerciale, Fisco e contabilità
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Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, causa C 574/15
Redatto dalla dott.ssa Federica Antonacci

Con la sentenza depositata lo scorso 2 maggio, la Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, nella causa C 574/15, in tema di rapporti tra diritto interno e diritto dell’Unione europea nell’ambito dei reati tributari ha espresso il principio per cui “la direttiva IVA, in combinato disposto con l’art. 4 par.3 TUE e l’art. 325 par.1 TFUE, devono essere interpretati nel senso che essi non ostano ad una normativa nazionale che prevede che l’omesso versamento, entro i termini prescritti dalla legge, dell’IVA risultante dalla dichiarazione annuale per un determinato esercizio integri un reato punito con una pena privativa della libertà unicamente qualora l’importo IVA non versato superi una determinata soglia di rilevanza penale pari ad € 250.000, mentre è invece prevista una soglia di rilevanza penale pari ad € 150.000 per il reato di omesso versamento delle ritenute alla fonte relative all’imposta sui redditi”.

La vicenda trae origine da un procedimento penale a carico di Mauro Scialdone, amministratore delegato della società Siderlaghi srl, per aver omesso di versare, entro i termini previsti dalla legge, l’IVA risultante dalla dichiarazione fiscale per l’anno 2012 per totali € 175.272,00; all’epoca dei fatti l’importo dell’omissione rientrava nei limiti di soglia di punibilità prevista dall’art. 10 ter del d.lgs n. 74/2000, fissata entro l’importo di € 50.000.

Nel 2015, però, l’entrata in vigore del d.lgs n. 158/2015 ha apportato delle modifiche alla fattispecie penale in esame, innalzando la soglia di punibilità per l’omesso versamento ad € 250.000,00: ciò ha sollevato delle perplessità del giudice del rinvio del procedimento Scialdone, il quale rilevava come l’entrata in vigore della normativa poteva condurre ad una applicazione retroattiva delle norme più favorevoli, con l’effetto che i fatti contestati non avrebbero più costituito reato, considerando l’innalzamento della soglia di rilevanza penale per l’omesso versamento IVA. Per di più, l’imputato avrebbe potuto beneficiare della causa di non punibilità di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 74/2000, dal momento che la società e l’amministrazione tributaria avevano convenuto, medio tempore, una rateizzazione dell’importo dovuto.

Il Tribunale di Varese, pertanto, proponeva rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, evidenziando il contrasto delle modifiche apportate dal d.lgs. n. 158/2015 agli art. 10 bis e 10ter del d. lgs. n. 174/2000, sull’innalzamento della soglia di punibilità per l’omesso versamento dell’IVA da € 50.000 ad € 250.000, rilevando il contrasto con la disciplina di cui all’art. 4.3 TUE e all’art. 325 TFUE, che prevedono l’obbligo di assimilazione delle politiche sanzionatorie stabilite a livello europeo per gli Stati membri, ed evidenziando come la modifica suddetta comporti una maggiore tutela degli interessi finanziari a livello nazionale rispetto agli interessi finanziari dell’Unione.

Inoltre, nell’ordinanza di rinvio si sottolineava anche la non conformità dell’art. 10ter come modificato dal d.lgs. n. 158/2015, al diritto dell’Unione, nella misura in cui la sanzione penale è applicabile solo per omessi versamenti superiori ad € 250.000, in violazione delle norme che invece impongono agli Stati membri di applicare sanzioni con pene privative della libertà personale per importi superiori ad € 50.000.

Nella sentenza in commento, preliminarmente la Corte, rievocato il contenuto della direttiva IVA, precisa che la stessa non armonizza le sanzioni applicabili in materia di IVA, ricadendo tale ambito nella competenza degli Stati membri; pertanto, le sanzioni che i singoli Stati pongono in essere per contrastare le violazioni delle norme in materia di IVA rientrano nella loro autonomia procedurale e istituzionale, la quale, tuttavia, è limitata dal rispetto del principio di equivalenza, il quale implica che tali sanzioni siano analoghe a quelle applicabili a livello nazionale per natura ed importanza, nonché al principio di effettività, il quale impone che dette sanzioni siano effettive e dissuasive.

Quanto al rispetto del principio di effettività i giudici, ricomponendo il quadro normativo a livello europeo, evidenziano come un omesso versamento IVA caratterizzato dalla circostanza per cui il soggetto passivo ha correttamente presentato una dichiarazione IVA per l’esercizio fiscale pur non versando l’Iva risultante dalla dichiarazione entro i termini previsti, non costituisce una frode, né ai sensi dell’art. 325 TFUE né ai sensi della direttiva IVA.

Pertanto, la sanzione prevista a livello nazionale introdotta con il d.lgs. n. 158/2015, può essere considerata sufficientemente effettiva e dissuasiva, ricavando da tale interpretazione l’assunto per cui “il principio di effettività non osta ad una normativa nazionale (come quella che rileva nel procedimento Scialdone) che prevede che l’omesso versamento, entro i termini prescritti dalla legge, dell’IVA risultante dalla dichiarazione annuale per un determinato esercizio integri un reato punito con una pena privativa della libertà unicamente qualora l’importo IVA non versato superi una soglia di rilevanza penale pari ad € 250.000”.

In conclusione, la Corte di Giustizia ritiene che l’art. 4 par 3 TUE in combinato con l’art. 325 par.1 TFUE e la direttiva IVA, non ostano alle disposizioni nazionali che, al fine di determinare la rilevanza penale della condotta, consistente nell’omesso versamento di un’imposta nei termini di legge, fissano una soglia pecuniaria più elevata per l’IVA rispetto a quella stabilita dalla normativa europea.

Questa sentenza si pone in continuità con le sentenze Taricco I e II sui possibili effetti disapplicativi in malam partem di norme interne confliggenti con il diritto europeo, evidenziando come, anche in ragione del dibattito sulla vicenda Taricco, la Corte di Giustizia Europea abbia assunto una ferma posizione relativamente alla portata e all’applicazione del principio di legalità, sancendo definitivamente che l’obbligo degli Stati membri di garantire l’efficace riscossione delle risorse dell’Unione non può mai contrastare con il principi supremi dell’ordinamento nazionale, nonché con i diritti della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea che sancisce i fondamentali principi di legalità, di applicazione della legge più favorevole e di certezza del diritto in materia penale.

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