Reati tributari: la richiesta di rateizzazione e le conseguenze sul sequestro preventivo

In Diritto penale commerciale
Corte di Cassazione, sentenza n. 52857 del 14 dicembre 2016 [Cass. pen. 52857.16]
Redatto dall’Avv. Roberta Postiglione

Con la sentenza n. 52857 del 14 dicembre 2016, la Corte di Cassazione annulla con rinvio l’ordinanza con cui il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, in funzione del giudice del riesame, disponeva l’applicazione del sequestro preventivo diretto nei confronti della società, a fronte della contestazione del reato di omessa presentazione della dichiarazione fiscale dei redditi e in alternativa, del sequestro per equivalente nei confronti del legale rappresentante della stessa nel caso di esito infruttuoso del primo, per le annualità comprese tra il 2009 e il 2011, complessivamente pari ad euro 765.485,16.

La motivazione della pronuncia pone in risalto l’erronea valutazione dei presupposti di cui all’art. 5 D.lgs. n. 74/2000, riferiti al mancato superamento delle soglie di punibilità ed all’intervenuto piano di rateizzazione del debito d’imposta con l’Amministrazione finanziaria.

Con riguardo al periodo d’imposta 2011, il Collegio evidenzia la mancata scadenza del termine di presentazione della relativa dichiarazione posto che, il reato di omessa dichiarazione dei redditi si ritiene consumato non già alla data di scadenza del termine ordinario per la presentazione della dichiarazione, così come figura nel capo di incolpazione provvisoria, ma alla scadenza dell’ulteriore termine di 90 giorni successivi al termine stabilito dalla legge.

La punibilità del delitto di omessa presentazione della dichiarazione è subordinata alla conditio sine qua non che dalla condotta di stampo prettamente omissivo sia derivata un’evasione di imposta.

Tale fattispecie criminosa si connota per la sua natura istantanea, consumandosi soltanto all’esito del decorso infruttuoso di tre mesi dal termine entro cui l’obbligo tributario dev’essere adempiuto. Inoltre, essendo posta a presidio del bene giuridico tutelato della percezione dei tributi, è diretta a sanzionare fatti effettivamente lesivi e non meramente pericolosi rispetto a tale interesse.

La Suprema Corte, circa il periodo d’imposta del 2010, rileva l’erronea applicazione dei presupposti del reato di cui all’art. 5 D.lgs n. 74/2000 da parte del giudice del riesame. In particolare fa presente  come non possa applicarsi al caso di specie la normativa di cui al d.l. n. 138/2011, convertita nella l l. n. 148/2011 in quanto successiva al momento di commissione del fatto.

La somma oggetto di contestazione, pari ad euro 42.967,86, risulta inferiore alla soglia di punibilità allora vigente, fissata ad euro 77.468,55. Il tasso soglia di euro 30.000,00 è stato introdotto per quelle condotte poste in essere all’indomani dell’entrata in vigore della summenzionata legge di conversione ovvero il 19 settembre 2011.

Infine, con riguardo al periodo di imposta del 2009, il Collegio sottolinea la non marginale rilevanza dell’intervenuta presentazione di un’istanza di accertamento con adesione, accompagnata dall’accettazione da parte dell’Amministrazione Finanziaria di un piano di rateizzazione del debito in 12 soluzioni, con versamento nelle more del giudizio di un importo complessivo di euro 67.109,02.

A tal proposito, i giudici di legittimità hanno posto l’accento sulla considerazione che la stipula di un piano di rateizzazione del debito di imposta, formalmente accettato dall’Amministrazione Finanziaria e con la previsione di un impegno vincolante a carico del contribuente, produca un’incidenza in via diretta ed immediata in ambito penale, non essendo circoscritta esclusivamente al perimetro del settore tributario.

Il parziale effetto solutorio derivante dal versamento progressivo dei ratei del dovuto, sebbene non comporti un effetto estintivo, necessita di una parallela decurtazione proporzionale del quantum debeatur.

Diversamente opinando, il mantenimento del sequestro preventivo propedeutico alla confisca nel suo ammontare iniziale, nonostante il versamento costante e consequenziale delle varie soluzione rateali, cagionerebbe una inammissibile duplicazione sanzionatoria, in pregiudizio al principio per cui l’espropriazione definitiva di un bene non può mai essere superiore al profitto derivato.

La sentenza da conto di un indirizzo ermeneutico formatosi all’indomani dell’entrata in vigore del D.lgs. 158/15, in virtù del quale la confisca (sia diretta che per equivalente) non opera per la parte che il contribuente si impegna a versare all’erario anche in presenza di sequestro, come nel caso di rateizzazione e accertamento con adesione.

Dunque, a parere della Corte, il sequestro operato nell’intero per l’anno 2009 avrebbe dovuto quanto meno essere ridotto proporzionalmente all’importo già versato attraverso la rateizzazione.

 

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