REATI FISCALI: il giudice nazionale può disapplicare le disposizioni interne sulla prescrizione in favore di quelle europee

In Internazionale
Corte di Giustizia europea, Grande Sezione, sentenza n.42 del 05/12/2017  [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Armando Ottone

Con la sentenza del 5 dicembre 2017 la Corte Europea, previo rinvio effettuato dalla Corte Costituzionale italiana, si è pronunciata su una vicenda che da anni, ormai, vede protagonisti lo Stato italiano e l’Unione Europea, contribuendo ad aggiungere un’ulteriore tassello alla “saga giudiziale Taricco”.

È opportuno premettere che la sentenza in esame è strettamente collegata ad un’altra decisione della stessa Corte Europea del 2015 (denominata Taricco I) che, come vedremo nel prosieguo, ne richiama esplicitamente il contenuto.

La vicenda vedeva il Sig. Taricco ed altri accusati di aver costruito e organizzato, nel corso degli esercizi fiscali dal 2005 al 2009, un’associazione a delinquere allo scopo di commettere vari delitti in materia di IVA; precisamente erano imputati per i reati di cui agli artt. 2 e 8 del decreto legislativo n.74/2000 e per il reato di cui all’art 416-bis c.p., prescrittibili rispettivamente in 6 e 7 anni.

Sul punto, il Giudice di prime cure, in base al regime relativo alla prescrizione vigente all’epoca dei fatti, ha giustamente manifestato la concreta possibilità che il processo non si potesse concludere in breve tempo e comunque, non prima della pervenuta prescrizione, prevedendo così, per i soggetti imputati di aver evaso tasse per milioni di euro, il beneficio dell’impunità.

Ad avviso del Tribunale, tale conseguenza poteva essere prevista dalla lettura in combinato disposto degli artt. 160 e 161 c.p., precisamente nella parte in cui sanciscono, in caso di interruzione del processo/procedimento penale, un aumento della durata originaria necessaria per prescrivere solamente di un quarto; proroga troppo breve per fronteggiare reati che di norma richiedono anni di complesse indagini, garantendo di conseguenza l’impunibilità dei soggetti che si rendono protagonisti di frodi fiscali.

Il Tribunale, nel caso che ci occupa, essendogli ben nota la data precisa di prescrizione dei reati de quo (8 febbraio 2018) ed essendo certo dell’impossibilità di pronunciarsi sul merito della causa, ha riscontrato e lamentato una discrasia del sistema che autorizza, indirettamente, una concorrenza sleale da parte di taluni operatori economici ben consapevoli dei “vantaggi procedurali” garantiti dal nostro ordinamento.

I Giudici di primo grado, di conseguenza, da un lato hanno ritenuto violati gli artt. 101 e 107 TFUE, che mirano a tutelare la regolare concorrenza tra imprese sul piano nazionale ed europea, e, dall’altro, hanno rilevato come l’impunità de facto di cui godrebbero gli evasori fiscali violerebbe il principio direttivo, previsto dall’art.119 TFUE, secondo cui gli Stati membri devono vigilare sul carattere sano delle loro finanze pubbliche.

Alla luce di ciò, il Tribunale, ritenendo opportuno disapplicare le norme nazionali al fine di garantire la corretta applicazione del diritto dell’Unione, ha deciso di investire della questione la Corte Europea, sottoponendogli le considerazioni pocanzi trattate.

Nel settembre del 2015, arriva la tanto attesa decisione da Lussemburgo; con essa la Corte ha rigettato le pretese avanzate dal Tribunale di Cuneo in merito alla presunta violazione degli obblighi previsti dagli artt. 101, 107 e 119 TFUE ritenendo, quest’ultima, non riconducibile alla portata applicativa delle norme di cui agli artt. 160 e 161 c.p.

Tuttavia, nella stessa sentenza, la Corte ha dichiarato che una normativa nazionale in materia di prescrizione del reato come quella stabilita dal combinato disposto degli articoli 160 e 161 del codice penale è idonea a pregiudicare gli obblighi imposti agli Stati membri dall’art. 325, paragrafi 1 e 2, TFUE nell’ipotesi in cui detta normativa nazionale impedisca di infliggere sanzioni effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione Europea, o in cui preveda termini di prescrizione più lunghi di quelli previsti per i casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari Europei.

Per questo motivo, il Giudice nazionale è tenuto a dare piena efficacia all’art.325, paragrafi 1 e 2, TFUE disapplicando, all’occorrenza, le disposizioni nazionali che abbiano per effetto quello di impedire allo Stato membro interessato di rispettare gli obblighi impostogli dall’art.325 TFUE.

Le considerazioni effettuate dalla Corte di Giustizia Europea hanno introdotto un “precedente” molto pericoloso nel nostro ordinamento, riconoscendo uno strumento grazie al quale l’autorità giudiziaria è in grado di dirimere controversie analoghe disapplicando, all’occorrenza, le normative nazionali. E’ il caso di M.B. e M.A.S, condannati per il reato di cui all’art. 2 del decreto legislativo n.74/2000 per aver presentato numerose fatture per operazioni inesistenti poi confluite nelle dichiarazioni relative ai periodi di imposta dagli anni 2004 al 2007. Nelle more dei giudizi successivi, essendo incorsa la prescrizione secondo le regole previste dal nostro ordinamento, la Corte Suprema di Cassazione e la Corte d’appello di Milano hanno ritenuto opportuno non applicare le regole contenute negli artt. 157, 160 e 161 c.p. in quanto violerebbero le disposizioni Europee di cui all’art. 325 TFUE, conformandosi pienamente con la sentenza “Taricco I”.

Sul dubbio però è stata chiamata a rispondere la Corte Costituzionale Italiana, secondo cui vi sarebbero forti dubbi sulla compatibilità di una soluzione del genere con i principi supremi dell’ordine costituzionale italiano e con il rispetto dei diritti inalienabili personali.

Secondo tale organo giurisdizionale il regime della prescrizione riveste natura sostanziale e, pertanto, rientra nell’ambito di applicazione del principio di legalità, disciplinato dall’art.25 della Costituzione. Di conseguenza, tale regime dovrebbe essere disciplinato da norme precise che rispettano i principi di determinatezza, di prevedibilità e, soprattutto, di irretroattività. Tuttavia, questi requisiti sono rilevabili dalla Giurisprudenza consolidata della stessa Corte Europea dei diritti dell’uomo all’art.7 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

In altri termini, la Corte Costituzionale Italiana, nell’ordinanza di rinvio pregiudiziale datata 23 novembre 2016, manifesta che la soluzione adottata dalla Corte Europea nella sentenza Taricco I e, di conseguenza, dalle Corti italiane, lede una serie di principi costituzionalmente protetti e, alla luce di ciò, chiede spiegazioni in merito.

Il 5 dicembre 2017, con la sentenza in esame convenzionalmente chiamata Taricco II, la Corte di Giustizia Europea si pronuncia sugli interrogativi sollevati dal Giudice di rinvio ripercorrendo, nei primi paragrafi, le considerazioni contenute nella sentenza Taricco I.

Viene preliminarmente ricordato come agli Stati membri è riconosciuta ampia libertà nella scelta delle sanzioni amministrative o penali da applicare per fronteggiare il fenomeno delle frodi gravi che ledono gli interessi finanziari nazionali ed Europei. Sul punto, l’art. 325 TFUE sollecita l’utilizzo di sanzioni penali dotate di carattere effettivo e dissuasivo. Nello specifico, lo Stato deve assicurarsi che le norme sulla prescrizione previste dal diritto nazionale consentano una repressione effettiva dei reati legati a frodi siffatte.       

Per quanto riguarda le conseguenze di un’eventuale incompatibilità di una normativa nazionale con l’art.325 TFUE, spetta ai Giudici nazionali competenti dare piena efficacia agli obblighi derivanti dalla normativa Europea, disapplicando le disposizioni interne riguardanti la prescrizione che ostacolino l’applicazione di sanzioni effettive e dissuasive per combattere frodi lesive degli interessi dell’Unione. La Corte, inoltre, ritiene che sia compito del legislatore nazionale stabilire norme sulla prescrizione che consentano di ottemperare agli obblighi derivanti dall’art.325 TFUE, garantendo un regime prescrizionale che non conduca all’impunità in un numero considerevole di casi di frode in materia IVA

A tal proposito occorre evidenziare che, nella vicenda che ci occupa, alla data dei fatti oggetto del procedimento di specie, il regime di prescrizione applicabile ai reati in materia di IVA non era stato oggetto di armonizzazione da parte del Legislatore dell’Unione, armonizzazione avvenuta recentemente con l’adozione della direttiva UE 1371/2017.

La Repubblica Italiana era quindi libera, per i fatti di causa, di applicare il regime prescrizionale vigente a quell’epoca, nel pieno rispetto del principio di legalità dei reati e delle pene.

Inoltre, per quanto riguarda i Giudici nazionali, nel disapplicare le disposizioni del codice penale, sono sempre tenuti ad assicurarsi che i diritti fondamentali delle persone accusate di aver commesso un reato siano rispettati. E tali diritti, derivanti dal principio di legalità dei reati e delle pene estrinsecati nei requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività della legge penale, non risultano garantiti in caso di disapplicazione delle disposizioni del codice penale in favore di una normativa Europea.

Per quanto attiene il primo requisito, la Corte stessa ha dichiarato che le disposizioni penali devono rispettare determinati requisiti di accessibilità e di prevedibilità per quanto riguarda tanto la definizione del reato quanto la determinazione della pena.

Per quanto riguarda il requisito della determinatezza o tassatività della legge applicabile, implica che la legge definisca in modo chiaro i reati e le pene che li reprimono. Tale condizione è soddisfatta quando il singolo può conoscere gli atti e le omissioni che chiamano in causa la sua responsabilità penale.

Infine, il principio di irretroattività della legge penale osta a che il Giudice possa sanzionare penalmente una condotta non vietata da una norma nazionale adottata prima della commissione del reato addebitato.

Ne deriva che, da un lato, spetta al Giudice verificare se la disapplicazione delle disposizioni del codice penale che non permettono di infliggere sanzioni penali effettive e dissuasive conduca ad una situazione di incertezza dell’ordinamento giuridico italiano quanto alla determinazione del regime di prescrizione applicabile, incertezza che contrasterebbe con il principio della determinatezza della legge applicabile. Se così realmente fosse, il Giudice nazionale non sarebbe tenuto a disapplicare le disposizioni del codice penale italiano.

Dall’altro, ne deriva che, a causa della disapplicazione delle disposizioni interne, alle persone accusate di aver commesso reati in materia di IVA potrebbero essere inflitte sanzioni alle quali, con ogni probabilità, sarebbero sfuggite se le suddette disposizioni fossero state applicate. Tali persone potrebbero essere retroattivamente assoggettate a un regime di punibilità più severo di quello vigente al tempus commissi delicti, violando palesemente un principio cardine della Costituzione Italiana.

A conclusione delle considerazioni suesposte, la Corte, in ossequio all’art.325 TFUE, impone al Giudice nazionale di disapplicare disposizioni interne sulla prescrizione che ostino all’applicazione di sanzioni penali effettive e dissuasive o che prevedano termini di prescrizione più brevi, a meno che una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principiò di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.

La Corte ha ribadito l’interpretazione data dell’art. 325 TFUE dalla sentenza Taricco I ma, nello stesso tempo, ha dato ragione alla Corte Costituzionale Italiana che lamentava la violazione del principio di legalità penale.

Dall’orientamento condiviso dalla Corte nella pronuncia in esame, si deduce, da un lato, la vittoria della Corte Costituzionale Italiana, che lamentava giustamente la violazione del principio di legalità, dettata probabilmente dal timore che lo Stato Italiano potesse attivare la pratica dei controlimiti. Dall’altro, la Corte non nega ciò che aveva affermato con la sentenza Taricco I, riconoscendo il potere, pericoloso, ai Giudici nazionali di disapplicare o meno le norme interne in favore di quelle Europee.

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