“RAPPORTO SOCIETARIO”: la competenza in giudizio spetta alla sezione specializzata del Tribunale delle imprese

In Diritto Societario
Tribunale di Roma, Sezione terza, sentenza n.8963 del 08/05/2017 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla Dott.ssa Roberta di Maso

E’ nel concetto di rapporto sociale anche il rapporto fra l’amministrazione e la società. Con riguardo alla competenza della Sezione specializzata, il Tribunale delle Imprese, in relazione alla deliberazione di revoca di amministratori in riferimento ai rapporti societari, è idoneo a comprendere tutte le controversie che vedano coinvolti la società ed i suoi amministratori”.

Nel caso di specie, il  tribunale di Roma sezione terza – specializzata in  materia di impresa, con  la sentenza resa l’8 maggio 2017, n. 8963, si è pronunciato sulla competenza del giudice specializzato in materia societaria di tutti i procedimenti relativi ai “rapporti societari”.

In particolare, nel caso in esame, l’attore aveva prestato per un periodo continuativo di circa 30 anni (dal 1980 al 2010) la propria opera, prima come presidente del Consiglio di Amministrazione, poi come liquidatore di un consorzio bancario (precisamente, una società per azioni partecipata dal Ministero del Tesoro) e, nel contempo, come liquidatore per un’altra società. Con l’entrata in vigore del d.l. 78/2010, si era pertanto provveduto alla sostituzione in sede di liquidazione dell’attore con un’altra società a responsabilità limitata (anch’essa partecipata dal Ministero del Tesoro).

Tutto ciò premesso, la parte attorea presenta, nei confronti delle società convenute, due domande volte rispettivamente ad ottenere l’effettiva quantificazione del compenso dovutogli per le attività di liquidazione e la determinazione dell’ammontare del danno da questi subito per essere stato revocato senza giusta causa e, conseguentemente, anche la determinazione dell’ingiustificato arricchimento ex art. 2041 c.c. conseguito dalle società al termine della procedura di liquidazione. Nello specifico, l’attore asserisce che i compensi percepiti per i trent’anni di attività di liquidazione, non siano adeguati al tipo di attività da questi svolta.

Il Tribunale delle Imprese, prima facie, chiarisce che, ai sensi dell’art. 3 comma 2 del d.lgs. 168/2003, come modificato dal d.l. 1/2012 e dalla l. 27/2012, le controversie relative ai “rapporto societari” e quelle che vedano coinvolti gli amministratori e la società sono di competenza della Sezione Specializzata del Tribunale delle Imprese, confermando la ratio della norma di concentrare le controversie individuate per materia presso gli appositi uffici specializzati seguendo, quindi, un criterio territoriale.

Passando all’analisi delle due domande attoree, il Tribunale sottolinea che, stante il disposto dell’art. 2389 del c.c., secondo cui l’ordinamento riconosce agli amministratori il diritto ad un compenso per l’attività da questi svolta in adempimento del  mandato (a titolo oneroso) ricevuto, l’ammontare del compenso è determinato all’atto di nomina dall’assemblea, diversamente deve essere determinato in via giudiziale, su domanda dell’amministratore stesso.

Nel caso in esame, l’attore chiedeva che fossero determinati correttamente i criteri di quantificazione e liquidazione del compenso, in  modo da essere parametrati all’ammontare del passivo coperto e dell’attivo realizzato in sede di liquidazione. Tuttavia, precisa il Tribunale, secondo giurisprudenza ormai consolidata (cfr. Sent. 12592 del 24.05.2014), l’amministratore che abbia accettato senza riserve la delibera assembleare senza mai contestare la determinazione del compenso, non può poi chiedere al giudice di quantificare nuovamente le proprie spettanze.

La domanda, quindi, non può essere accolta, sussistendovi la circostanza di cui sopra.

Quanto alla domanda per il risarcimento del danno derivante dalla revoca senza giusta causa dall’incarico di amministratore, i giudici si soffermano sul concetto di giusta causa appellandosi alla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione secondo cui “la giusta causa […] può consistere non solo in fatti integranti un significativo inadempimento degli obblighi derivanti dall’incarico, ma anche in fatti che minino il pactum fiduciae, elidendo l’affidamento posto all’atto della nomina sulle attitudini e sulle capacità dell’amministratore […]” (cfr. Cass. N. 23381 del 15.10.2013). Nel caso in esame, pertanto, non appare applicabile la disciplina ivi descritta in quanto l’attore è cessato dall’incarico di liquidatore non perchè revocato dall’assemblea dei soci a causa del venir meno del pactum fiduciae, ma per effetto di una norma di legge.

Deve, pertanto, respingersi anche  la secoda domanda attorea.

Quanto all’ingiusto arricchimento ex art. 2041 c.c.,  già in passato la Suprema Corte aveva affermato che “l’azione di arricchimento senza causa, avendo natura residuale, non è legittimamente esperibile qualora il danneggiato abbia la facoltà di esercitare un’altra azione tipica nei confronti dell’arricchito onde evitare il pregiudizio economico paventato. La predetta azione, di conseguenza, è inammissibile nel caso in cui sia stata proposta domanda ordinaria, fondata su titolo contrattuale, senza offrire prove sufficienti all’accoglimento, oppure quando la domanda ordinaria, dopo essere stata proposta, non sia stata più coltivata dall’attore” (cfr. Cass. Sez. 3, sent. n. 19568 del 29.09.2004).

Nel caso di specie, la domanda di ingiustificato arricchimento è da considerarsi inammissibile in quanto l’attore aveva tutti gli strumenti tipici per far valere l’ingiustificato arricchimento che, tuttavia, non è mai stato azionato.

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