Pubblicità ingannevole: il rapporto tra incompletezza delle informazioni e uso improprio del termine “garanzia”

In Diritto Civile, Information Technology
pubblicità ingannevole
T.A.R. Roma, (Lazio), sez. I, sentenza n. 61 del 03/01/2017 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla dott.ssa Sabrina Mazzocca

L’omissione informativa in ordine alla reale consistenza dell’offerta non viene sanata dalla possibilità di ottenere ulteriori dettagli informativi non contestuali al messaggio promozionale, dovendo la completezza della stessa essere verificata nell’ambito del medesimo contesto di comunicazione. Parimenti, la particolare competenza dei destinatari del messaggio non è idonea ad elidere gli obblighi informativi gravanti sul professionista.

La sentenza del T.A.R. Lazio affronta la spinosa problematica, invero di grande attualità, delle pratiche pubblicitarie ingannevoli (artt. 1, 2, 3 d.lgs. n.145/2007).
Con tale termine vengono indicate tutte le comunicazioni rivolte al pubblico che, trasmesse al fine di promuovere i beni e i servizi offerti sul mercato, finiscono col pregiudicare il comportamento dei consumatori, poiché, solo a titolo esemplificativo, attribuiscono ai prodotti caratteristiche di cui sono privi; sono idonee a indurre in errore sui prezzi e le condizioni dell’offerta o, ancora, utilizzano in modo improprio i termini “garanzia” o “rimborso”.

Nel caso affrontato dalla sentenza, una società che offre servizi di spedizione ha presentato ricorso nei confronti di un provvedimento sanzionatorio dell’Autorità garante della concorrenza del mercato, con il quale viene sanzionata una pratica commerciale scorretta.
In un messaggio pubblicitario veicolato sul sito internet, difatti, la società assicura le consegne entro un determinato orario della giornata, tacendo però sul fatto che i tempi di consegna sono solo indicativi e che, comunque, il professionista non assume alcuna responsabilità. Inoltre, l’AGCM contesta l’uso improprio del termine “rimborso” in quanto idoneo ad indurre in errore i consumatori circa l’integralità del ristoro, limitato invece alla sola differenza di prezzo tra il prezzo previsto per il servizio pagato e quello svolto.

La società, in propria difesa, sostiene che, essendo il messaggio rivolto ad una platea di professionisti, ci si può aspettare che non siano indotti in errore circa l’attendibilità del messaggio pubblicitario e che, soprattutto, leggano con attenzione ogni clausola contrattuale.

Tale assunto, tuttavia, non è condivisibile.
La normativa consumeristica, difatti, è tesa alla prevenzione e alla neutralizzazione dei comportamenti scorretti, tanto che gli illeciti da essa previsti sono definiti “di pericolo”.
Dunque, si deve escludere che l’illecito non si verifichi in quanto è possibile rinvenire in una fase successiva informazioni più dettagliate, essendo piuttosto necessario che l’offerta sia pienamente conoscibile fin dal primo momento.

Parimenti, la scelta del termine “rimborso” non può essere in alcun modo giustificata da scelte di marketing o dal fatto che nel settore di riferimento tale termine venga utilizzato di frequente nei messaggi pubblicitari, posta la valenza decettiva di tali indicazioni.

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