PORTAFOGLI SMARRITO: chi lo ritrova e non lo restituisce commette il reato di furto o di appropriazione di cose smarrite?

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione quinta, sentenza n.51619 del 17/10/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Martina Guadagno

“Il portafogli smarrito oggetto di sottrazione, che contenga, oltre ad una somma di denaro, anche i documenti personali della persona offesa (patente, carta di credito, codice fiscale), conserva i segni esteriori di un legittimo possesso altrui, con la conseguenza che colui che se ne appropria senza provvedere alla sua restituzione commette il reato di furto e non quello di appropriazione di cose smarrite.” 

La vicenda prende le mosse da una sentenza emessa dal Tribunale di Urbino che aveva qualificato l’impossessamento di un portafogli smarrito nella fattispecie disciplinata dall’art. 647 c.p.[1], mandando assolto l’imputato dal reato di appropriazione di cose smarrite.

Avverso la suddetta sentenza il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Urbino proponeva ricorso per Cassazione per violazione di legge, sostenendo che il portafogli sottratto, conservando i segni esteriori di un legittimo possesso altrui, configurasse invece il reato di furto.

Le argomentazioni dell’accusa hanno trovato positivo accoglimento nei giudici di nomofilachia, i quali hanno ribadito il principio già enunciato dalla Corte di Cassazione, secondo cui “nell’ipotesi di smarrimento di cose che, come gli assegni o le carte di credito, conservino chiari ed intatti i segni esteriori di un legittimo possesso altrui, il venir meno della relazione materiale fra la cosa ed il suo titolare non implica la cessazione del potere di fatto di quest’ultimo sul bene smarrito, con la conseguenza che colui che se ne appropria senza provvedere alla sua restituzione commette il reato di furto e non quello di appropriazione di cose smarrite” (ex multis, Sez. 2, n. 46991 del 08/11/2013, Zaiti, Rv. 257432; Sez. 5, n. 40327 del 21/09/2011, Tronca, Rv. 251723).

Invero, l’abrogato reato di cui all’art. 647 c.p. consiste nel fatto di chiunque, avendo trovato denaro o cose da altri smarrite, se ne appropria senza osservare le prescrizioni di legge civile sull’acquisto della proprietà di cose trovate (artt. 927 ss. c.c.). Pertanto, il delitto di appropriazione di cose smarrite viene in essere quando: la cosa rinvenuta sia uscita dalla custodia del proprietario o del possessore, in modo tale che questi ignori dove si trovi[2]; siano assenti segni esteriori pubblicitari tali da consentire l’identificazione del legittimo possessore[3].

Il delitto di furto è disciplinato, invece, all’art. 624 c.p., dalla cui disposizione si evince che gli elementi strutturali del delitto in esame sono costituiti dall’impossessamento e dalla sottrazione della res altrui.
Per ritenere realizzato l’impossessamento, è necessario che si determini un comportamento o un fatto capace di mutare radicalmente il rapporto preesistente e tale da far ottenere all’agente la disponibilità autonoma della cosa, che verrebbe quindi a trovarsi in suo potere e fuori dalla cerchia di vigilanza del precedente possessore.
Quanto all’elemento soggettivo, è richiesto il dolo specifico, il che significa che l’agente deve essere consapevole dell’altruità della cosa mobile e volerne la sottrazione e l’impossessamento, nonché avere l’intenzione di trarne un profitto che non necessariamente deve essere di tipo economico, ma può comprendere qualsiasi tipo di vantaggio per l’agente medesimo[4].

Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha erroneamente riqualificato il reato di furto nella fattispecie depenalizzata di cui all’art. 647 c.p., in quanto ha omesso di considerare che il portafogli smarrito, oggetto di sottrazione, conteneva, oltre ad una somma di denaro, anche i documenti personali della persona offesa (patente, carta di credito, codice fiscale), sicchè conservava i segni esteriori di un legittimo possesso altrui.

La decisione in commento pare prendere le mosse da una corretta analisi sia della definizione di “cosa smarrita”, nella quale non può rientrare un portafogli materialmente riconducibile ad un soggetto facilmente individuabile, sia dell’elemento psicologico del reo durante la condotta appropriativa, attribuendo la corretta rilevanza alla possibilità per lo stesso di tracciare un legame fra la cosa ed un particolare soggetto.

Il ricorso del Procuratore della Repubblica è stato quindi accolto con conseguente annullamento della sentenza impugnata e rinvio alla Corte di Appello di Ancona, ai sensi dell’art. 569 c.p.p., comma 4, per nuovo esame.

[1] L’art. 647 c.p. è stato abrogato a seguito della depenalizzazione operata dal D.lgs. 15 gennaio 2016, n. 7.

[2]  Ne consegue che non può parlarsi di smarrimento nel caso in cui la cosa possa essere rintracciata dal detentore con relativa facilità, sulla base di uno sforzo di memoria che consenta una ricerca mirata nel luogo in cui è stata inavvertitamente lasciata. (Da ultimo, Cass. Pen., sentenza n. 5905/2005)

[3] In caso contrario, il venir meno della semplice relazione materiale con il titolare non comporta la cessazione del potere di fatto da questi esercitato. (Ex multis, Cass. Pen., sent. n. 24100/2011).

[4] Non è richiesta l’intenzione dell’agente di appropriarsi definitivamente della cosa altrui: ciò che conta è che l’impossessamento sia finalizzato ad un profitto, a nulla rilevando che la sottrazione avvenga per un’utilizzazione temporanea o al fine di un’appropriazione definitiva. (Cass. Pen., sent. n. 8125/1984)

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