PERIZIA CONTRATTUALE: il mandato collettivo conferito ai periti può essere revocato anche solo da alcuni dei mandanti con effetto estintivo ex nunc

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.17443 del 31/08/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Chiara Liotto

Nella perizia contrattuale la revoca, ad opera di alcuni soltanto dei mandanti, del mandato collettivo conferito ai periti è, in presenza di una giusta causa, immediatamente produttiva dell’effetto estintivo, che si produce ex nunc e che, in caso di contestazione, spetta al giudice di accertare con sentenza dichiarativa, senza che tuttavia la proposizione di tale azione costituisca affatto condizione di efficacia della revoca stessa.

Ove le parti abbiano incaricato uno o più esperti, anche costituiti in collegio, di svolgere una perizia contrattuale costituisce giusta causa di revoca la sub- delega, da parte di essi, ad un diverso esperto dell’intero incarico valutativo ricevuto, salvo non consti il consenso esplicito in tal senso dei soggetti mandanti.

La controversia ha ad oggetto la determinazione, da parte di un collegio di esperti, del valore di mercato di una azienda farmaceutica sita in Brindisi. Trattasi, in particolare, di una perizia contrattuale, con la quale le parti conferiscono ad uno o più soggetti, scelti per la particolare competenza tecnica, il compito di formulare un apprezzamento tecnico che si impegnano ad accettare come espressione della loro volontà [Cfr. Cass., 16 marzo 2005, n. 5678].

E’ necessario precisare, prima di passare al merito della questione, che la decisione dei periti è impugnabile solo attraverso le tipiche azioni di annullamento del contratto, qualora la condotta dei medesimi sia sfociata in una causa di invalidità della perizia stessa, nelle forme dell’incapacità o del vizio del consenso. Gli eventuali errori dei periti, quali l’eventuale errata interpretazione ed applicazione di una regola di giudizio, se non si risolvono in una delle predette invalidità, possono tradursi in un abuso di mandato, fonte di responsabilità e, di conseguenza, motivo di revoca del mandato.

Tale mandato ha natura di mandato congiuntivo, in quanto da vita ad un rapporto che interessa entrambe le parti conferenti. Per tali ragioni può essere revocato solo da tutte le parti, a meno che non sussista una giusta causa.

La  giusta causa, richiesta dall’art. 1726 c.c., ricorre in tutti i casi in cui si ravvisano delle circostanze obiettive che rendono pregiudizievole per uno dei mandanti la continuazione del rapporto, quali, ad esempio, le violazioni delle obbligazioni nascenti dal mandato.

Nel caso di specie, i periti avevano determinato, conferendo l’incarico ad un altro soggetto, il valore commerciale di tale farmacia applicando, l’art. 110 t.u. delle leggi sanitarie, che riguarda presupposti differenti, cioè la diversa indennità dovuta dal vincitore del concorso agli eredi del farmacista o al farmacista decaduto. Per tali ragioni, la parte attrice, avendo ravvisato l’eccesso dei limiti del mandato e la presenza di un errore essenziale, si rivolge al Tribunale di Brindisi per chiedere, tra le varie domande, la risoluzione del mandato e l’annullamento della perizia contrattuale, accolte con sentenza non definitiva.

La Corte di Appello di Lecce riforma la sentenza del Tribunale respingendo la domanda di annullamento. Secondo i giudici di merito, l’avere i periti deciso una valutazione secondo i criteri previsti dall’art. 110 t.u.l.s. non integra eccesso dal mandato, posto che questi sono comunque dei criteri di valutazione, né vi è errore essenziale nell’aver prescelto tale criterio, non trattandosi di falsa rappresentazione della realtà, ma di errore di diritto non percettivo.

Né era efficace, nel caso di specie, la revoca unilaterale del mandato. Secondo i giudici, per l’esercizio della revoca era necessaria una azione di accertamento giudiziale finalizzata all’accertamento dell’esistenza della giusta causa di cui all’art. 1726 c.c., pena, appunto, l’inefficacia della revoca stessa. Nel merito, la Corte territoriale ha comunque escluso l’esistenza della giusta causa, ritenendo che i periti possano liberamente demandare ad un diverso esperto lo svolgimento del compito valutativo.

La Corte di Cassazione contesta le valutazioni operate dalla Corte di Appello. Secondo gli “ermellini” la revoca per giusta causa integra una fattispecie di recesso unilaterale dal mandato, con efficacia ex nunc, il quale ha la capacità di paralizzare l’efficacia del rapporto stesso per il futuro, una volta che la relativa dichiarazione di volontà sia stata indirizzata al mandatario, la quale ben può essere manifestata in via stragiudiziale come accade in tutti i casi analoghi di autotutela negoziale. A tale regola non fa eccezione il mandato collettivo, per il quale l’art. 1726 c.c. richiede solo la presenza di una giusta causa nel caso in cui il recesso non sia operato da tutti i mandanti.  L’intervento del giudice non costituisce condizione di efficacia della revoca stessa. Il suo ruolo è quello di accertare ex post se si sia verificato l’effetto estintivo del rapporto contrattuale.

La Corte ribalta anche la soluzione data dalla Corte territoriale in relazione alla possibilità che il perito possa nominare un altro esperto per la redazione della perizia. Le parti che si impegnano preventivamente ad accettare la perizia come diretta espressione della loro determinazione volitiva, scelgono il perito secondo le sue particolari e personali competenze tecniche. Ne deriva che ove questi non si reputi esperto e, nel caso di specie, non in  grado di operare una valutazione contabile di stima di un azienda, può rifiutare l’incarico, ma non può delegare ad altri l’intero compito affidato, pena l’inadempimento del proprio obbligo personale dell’incarico valutativo e, di conseguenza, la giusta causa di revoca del mandato.

Per tali ragioni, la Corte di Cassazione cassa la sentenza impugnata e rimette la causa innanzi alla Corte di Appello di Lecce, perché decida la controversia applicando correttamente tali principi di diritto.

 

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