Particolare tenuità del fatto: mancata applicazione dell’art. 131-bis c.p. ai reati di competenza del Giudice di Pace. Dubbi di incostituzionalità

In Diritto penale commerciale
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Tribunale di Catania, sez. II penale, ordinanza del 06/03/2018
Redatto dal dott. Armando Ottone

Con ordinanza del 6 marzo 2018, il Tribunale di Catania – Sez. II penale, in qualità di Giudice di appello chiamato a pronunciarsi sul gravame proposto dall’imputato D.C. condannato dal Giudice di Pace di Catania per il reato di cui all’art. 590 c.p., ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis c.p. in merito alla sua applicazione nei processi di competenza del Giudice di Pace. Nel dettaglio, il Tribunale siciliano ha lamentato, in tema di particolare tenuità, la coesistenza del modello di proscioglimento di cui all’art. 131-bis c.p. e l’art. 34 D. Lgs. 274/2000 (Competenza del Giudice di Pace in materia penale.)

Prima di analizzare i fatti di causa che hanno dato vita al processo sottoposto al vaglio del Tribunale Catanese, è opportuno esaminare in breve cosa prevedono queste due norme.

L’art. 34 del D. Lgs. 274/2000, rubricato in “Esclusione della procedibilità nei casi di particolare tenuità del fatto”, riconosce al Giudice di Pace il potere-dovere di chiudere il procedimento, sia prima che dopo l’esercizio dell’azione penale, qualora il fatto incriminato risulti di particolare tenuità rispetto all’interesse tutelato.

Sul profilo della tenuità il Giudice dovrà accertarne la sussistenza valutando l’esiguità del danno o del pericolo scaturito dalla condotta del reo, nonché la sua occasionalità ed il grado di colpevolezza dovendo convenire in una pronuncia di proscioglimento ogniqualvolta l’esercizio dell’azione penale non risulti giustificato.

L’art. 131-bis c.p., introdotto dal D. Lgs. 28/2015, esclude la punibilità per particolare tenuità del fatto. La fattispecie innovativa, generalizzando le acquisizioni già introdotte dal legislatore con il già citato art. 34 (in materia di processo penale dinnanzi al Giudice di Pace) e con l’art. 27 D.P.R. 448/1988 (in materia di processo penale minorile), si pone l’obiettivo di attuare oltre che i principi dell’ultima ratio della pena e della proporzione tra fatti bagatellari e l’onerosità del processo penale, anche quello di assicurare una maggiore deflazione processuale e la conseguente riduzione degli interminabili tempi di giustizia.

Analizzando nel dettaglio la norma, riscontriamo una serie di requisiti che ne delimitano l’ambito applicativo: il primo concerne la competenza per materia, riconoscendo la possibilità di applicare l’esimente per i soli reati punibili con pena pecuniaria, pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni o pena pecuniaria congiunta a quest’ultima; per quanto concerne il secondo requisito la norma stabilisce che la punibilità è esclusa in presenza di una particolare tenuità dell’offesa che va determinata in rapporto all’esiguità del danno o del pericolo, ma anche tenendo conto delle modalità della condotta, da valutarsi, entrambe, ai sensi dell’art. 133, co° 1, c.p.p.; terzo ed ultimo requisito concerne la non abitualità del comportamento. Il co. 3. dell’art. 131-bis c.p. specifica che il comportamento è considerato abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale o professionale, nonché per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole.

È chiara l’intenzione della nuova fattispecie di assicurare maggiore vigore al principio di offensività, pilastro fondamentale del sistema del diritto penale, sottolineando la necessità che la condotta integrante reato non abbia soltanto carattere offensivo ma esige, altresì, che l’offesa appaia significativa.

Dopo una breve disamina, quelli che potrebbero apparire in prima istanza due modelli identici di proscioglimento per tenuità, presentano in realtà differenze rilevanti, sia sotto il profilo strutturale che sotto il profilo dell’applicazione. Ed a conferma di ciò, la Corte Costituzionale con la sentenza n° 25 del 2015 ha ritenuto pienamente legittima tale coesistenza proprio in virtù delle differenze sostanziali che presentano.

In particolare la Corte ha affermato che il nuovo art. 131-bis c.p. consente l’esclusione della “punibilità” allorché l’offesa all’interesse protetto sia particolarmente tenue; l’art. 34 D. Lgs. 274/2000 contempla invece una causa di esclusione della “procedibilità” quando il “fatto sia di particolare tenuità. Prima differenza, sì noti, che attiene alla natura giuridica degli istituti, il primo sostanziale, il secondo processuale.

Un’altra differenza concerne il ruolo riconosciuto alla parte offesa. Invero, mentre l’art. 131-bis c.p. richiede che sia “sentita” la persona offesa (art. 411 c.p.) ai fini dell’applicazione della esimente che esclude la punibilità dell’imputato, l’applicabilità dell’art. 34 D. Lgs. è subordinata – durante la fase delle indagini preliminari – alla condizione che “non risulti un interesse della persona offesa alla prosecuzione del procedimento” mentre, se l’azione penale è già stata esercitata, alla mancata opposizione dell’imputato e della persona offesa. È palese che il legislatore abbia voluto riconoscere un ambito di applicazione ben più ristretto dell’istituto di cui all’art 34 rispetto alla norma di natura sostanziale vista la sua portata “conciliativa” tra le parti, tipica dei reati di competenza del Giudice di Pace.

Ciò che però a noi interessa è comprendere quali sono le possibilità concrete di applicare l’esimente di cui all’art. 131-bis c.p. anche nei procedimenti dinanzi al Giudice di Pace. Invero, nonostante l’intervento chiarificatore della Corte Costituzionale, la questione è diventato ormai oggetto costante di dibattito tra giurisprudenza di merito e quella di legittimità.

Sul punto sono intervenute le Sezioni Unite della Corte di Cassazione che con la sentenza n° 53683 del 22 giugno 2017, come rilevato dalla Corte Costituzionale nel 2016, hanno definitivamente sancito il principio di diritto in virtù del quale “la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, prevista dall’art. 131-bis c.p., non è applicabile nei procedimenti relativi a reati di competenza del Giudice di pace.” La Suprema Corte è pervenuta a tale conclusione basandosi sull’assunto che “il procedimento davanti al Giudice di Pace presenti caratteri assolutamente peculiari, che lo rendono non comparabile con il procedimento davanti al Tribunale (…)”.

Ne consegue che la norma di cui all’art. 34 D. Lgs 274/2000 assume la qualifica di legge penale speciale e, in quanto tale, in ossequio all’art. 16 c.p. si esclude che su di essa possa incidere la normativa codicistica sopravvenuta ogniqualvolta la materia sulla quale quest’ultima interviene sia già coperta da una disciplina ad hoc quale è quella di cui all’art. 34 cit.

A questo punto il Tribunale di Catania, dopo aver chiarito quanto sopra, si pone un dubbio di legittimità costituzionale dell’art. 131-bis c.p., nella misura in cui esso non sia applicabile anche nei procedimenti aventi ad oggetto reati di competenza del Giudice di Pace e su cui il Tribunale viene investito quale Giudice di appello.

Le motivazioni addotte dal Tribunale siciliano sono le seguenti:

Per quanto concerne il profilo dell’applicabilità ai fatti di causa dell’istituto di natura sostanziale, la fattispecie di lesioni colpose ex art. 590 c.p. è punita con la pena della reclusione fino a tre mesi, pertanto rientra all’interno dei limiti edittali stabiliti dall’art. 131-bis c.p.

Per quanto concerne invece l’offesa al bene giuridico tutelato, ricordiamo, il Giudice, tenuto conto delle modalità di condotta dell’imputato (trattasi di condotta meramente colposa consistita nel mancato rispetto della distanza di sicurezza mentre si trovava alla guida della propria auto incanalato nel traffico) ed all’esiguità dell’offesa (lesioni giudicate guaribili in giorni otto), ha ritenuto pacificamente applicabile l’esimente di cui all’art. 131-bis c.p.

Infine, Il Tribunale non ha rilevato la presenza di un comportamento che possa qualificarsi come abituale essendo il sinistro stradale da cui derivano lesioni per uno dei conducenti un accadimento del tutto occasionale.

Sulla non manifesta infondatezza dell’art. 131-bis c.p., il Tribunale di Catania ha ritenuto che tale causa di non punibilità determini un evidente vulnus al principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione. Ad avviso del Giudice siciliano, è apparso del tutto irrazionale che una norma di diritto sostanziale quale è l’art. 131-bis c.p., nata per evitare all’imputato le possibili ricadute negative scaturenti dalla condanna per fatti di minima offensività, i quali, per il comune sentire sociale, sono connotati da minimo disvalore, sia inapplicabile proprio ai reati che, per essere di competenza del Giudice di Pace, sono per definizione di minore gravità.

Nello specifico, per il Giudice catanese è del tutto irragionevole che di fronte ad una fattispecie di lesioni lievi ex art. 590 c.p. come quelle oggetto del caso in esame, il Tribunale, chiamato a conoscere della medesima in sede di impugnazione, non possa pronunciare sentenza di assoluzione per tenuità del fatto ex art. 131-bis, mentre ad una pronuncia in tal senso possa addivenire in relazione all’ipotesi “leggermente” diversa di lesioni aggravate ex art. 585 c.p., conseguentemente soggetta alla cognizione del Tribunale quale giudice di primo grado.

Ad avviso dello scrivente, per superare il contrasto col principio di eguaglianza derivante dalla coesistenza delle suddette esimenti, sarebbe opportuno ritenere che l’esimente prevista per i reati di competenza del Giudice di pace regolata dall’art. 34 D. Lgs. 274/2000 sia stata tacitamente abrogata da parte dell’art. 131-bis c.p., essendo quest’ultima disposizione generale rispetto alla prima, che è disposizione speciale perché presenta in comune con la nuova esimente la punibilità dei reati con pena non superiore ad anni 5 e la particolare tenuità del fatto, ma con gli elementi specializzanti dell’occasionalità del comportamento e del più circoscritto numero dei reati possibile oggetto dell’esimente rispetto ai più generici elementi della non abitualità del comportamento e del campo di reati di cui all’art 131-bis c.p.

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