OMESSO VERSAMENTO DI CONTRIBUTI: la depenalizzazione (ancorchè parziale) può comportare rimessione in termini?

In Diritto penale commerciale, Fisco e contabilità
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Cassazione penale, sezione terza, sentenza n. 3662 del 25/01/2018 [Leggi la sentenza]
Redatto dall’Avv. Federica Antonacci

La Corte di Cassazione Penale, sez. III, con la sentenza n. 3662 del 25 gennaio 2018 ha statuito che nell’ipotesi di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali, nel caso di pagamento dell’ammontare non versato entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione, è rimasta inalterata la causa di non punibilità prevista dall’art. 2 co.1-bis del d.l. n. 463/983 come modificato dal d.l. n. 8/2016, poiché “trattasi di una abolitio criminis solo parziale, sussistendo piena continuità normativa con la precedente incriminazione, allorquando sia superata la soglia di punibilità, con la conseguenza che la norma più favorevole va applicata ai sensi dellart. 2 quarto comma cod.pen. In mancanza di una disposizione transitoria, non può invece ritenersi che la modifica normativa comporti la rimessione in termini per un ulteriore decorso, dallentrata in vigore del d.lgs. n. 8/2016, del periodo di tre mesi fissato per poter fruire della causa di non punibilità”.

Tale pronuncia prende le mosse dal ricorso promosso da un datore di lavoro condannato, in primo grado ed in appello, per omesso versamento delle ritenute contributive e previdenziali operate sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori dipendenti.
Con ricorso per Cassazione l’imputato eccepisce la mancata verifica dell’esatto ammontare del debito previdenziale, sostenendo altresì che, in ogni caso, stante la regolarizzazione della sua posizione debitoria nel corso del giudizio, la sentenza d’appello avrebbe dovuto ridurre il debito nei limiti della nuova soglia di punibilità, in ossequio alle modifiche apportate con l’entrata in vigore del d.lgs. n. 8/2016.

Il d.lgs. n. 8/2016, attuativo della l. n. 67/2014 ed entrato in vigore il 6 febbraio 2016, ha disposto la depenalizzazione di numerose ipotesi di reato in materia di lavoro e previdenza obbligatoria: tra queste, l’art. 2 co.1-bis del d.l. n. 463/1983, convertito con modificazioni, dalla l. n. 638/1983 è stato sostituito dall’art. 3 co. 6 del d.l. n. 8/2016 che ha parzialmente depenalizzato il reato di omesso versamento di ritenute previdenziali, introducendo due diverse fattispecie sanzionatorie, una di natura penale e l’altra amministrativa.
La distinzione operata dal legislatore è legata al valore dell’omissione compiuta dal datore di lavoro: se gli omessi versamenti superano la soglia di punibilità prevista in €10.000 annui, la sanzione penale è quella della reclusione fino a tre anni e della multa fino ad €1.032,00. Diversamente, se l’importo omesso resta sotto la predetta soglia, al datore di lavoro si applicherà la sanzione amministrativa pecuniaria da €10.000 a €50.000.
Emerge come il comma 1-bis dell’art. 2, come modificato dall’art. 3 del d.lgs. n. 8/2016, ha operato una parziale depenalizzazione del reato, introducendo una soglia di non punibilità per somme al di sotto di €10.000. Inoltre, conformemente ad una logica di attenuazione sanzionatoria, il legislatore ha altresì previsto, in presenza di un comportamento attivo del datore di lavoro, la non punibilità rispetto alla sanzione penale e la non assoggettabilità alla sanzione amministrativa, qualora lo stesso provveda al versamento delle ritenute omesse entro tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione.

Con la sentenza n. 3662/2018 la Cassazione, in riferimento alle modalità di contestazione dell’illecito, precisa che, non essendo previste formalità particolari dalla legge, la comunicazione della contestazione deve ritenersi idonea sia se effettuata tramite un semplice verbale di constatazione, o una lettera raccomandata, sia per mezzo di notificazione giudiziaria, indifferentemente ad opera dell’ufficiale giudiziario o del funzionario INPS.
Pertanto, il dies a quo non decorre, come sostenuto dal ricorrente, dalla notifica del decreto di citazione a giudizio, ma dalla notifica della comunicazione dell’accertamento della violazione operata dal soggetto.
Tale termine, secondo la Corte, è perentorio ai fini della fruibilità della causa di non punibilità sancita nell’ultima parte del comma 1-bis art.2: solo se il versamento delle omesse ritenute viene effettuato entro tre mesi dalla notifica della violazione, l’imputato godrà della causa di non punibilità disposta dalla legge, e pertanto non sarà punibile o assoggettabile a sanzione amministrativa.

Inoltre, l’intervenuta modifica normativa, operata con l’entrata in vigore del d.lgs. n. 8/2016, non comporta alcuna ulteriore rimessione in termini del periodo di tre mesi stabilito per la causa di non punibilità: configurandosi come abolitio criminis solo parziale, si applicherà la norma penale più favorevole, ex art. 2 comma 4 cod. pen., ma, precisa la Corte, ciò non può tradursi in un ampliamento dell’area della non punibilità, non essendo state previste dal legislatore disposizioni transitorie in tal senso.

In conclusione, con tale pronuncia, la Cassazione conferma le sentenze di primo grado e di appello, ritenendo perfezionata la notifica dell’accertamento e non potendo configurarsi alcuna rimessione in termini a seguito della modifica introdotta dal d.lgs. n. 8/2016.

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