OCCUPAZIONE ABUSIVA DI IMMOBILE: il danno non è in re ipsa

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione terza, sentenza n.13071 del 25/05/2018 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Claudia Simonetti

In caso di occupazione abusiva di immobile per avvenuta cessazione del rapporto di comodato, il mancato godimento dell’immobile da parte del proprietario non costituisce un danno in re ipsa.

Questo il principio di diritto statuito dalla Cassazione civile, sezione terza, con sentenza n.13071 del 25/05/2018.

In breve si riepilogano i fatti che hanno generato tale pronuncia.

Il ricorrente adiva il Tribunale di Salerno – Sezione distaccata di Cave dei Tirreni – al fine di ottenere la condanna al rilascio di un’immobile di sua proprietà da parte della moglie, alla quale il detto bene era stato concesso in comodato al fine di poter controllare il figlio minorenne.

Al compimento della maggiore età il figlio della coppia si trasferiva in altra abitazione, facendo venir meno la condizione essenziale del comodato.

Di conseguenza, il ricorrente agiva per ottenere il coniuge il rilascio dell’immobile da parte della moglie, formulando contestuale richiesta di risarcimento del danno da mancato godimento dell’immobile stesso.

Il Tribunale di Salerno – Sezione distaccata di Cave dei Tirreni – accoglieva la domanda del ricorrente condannando pertanto la coniuge, contumace, al rilascio dell’immobile ed al risarcimento del danno.

Tale pronuncia veniva impugnata dalla soccombente innanzi la Corte d’Appello di Salerno che, tuttavia, confermava la decisione del giudice di prime cure.

La soccombente adiva quindi la Suprema Corte mediante ricorso articolato in nove motivi di impugnazione, deducendo, tra le varie censure, anche la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 2043 e 2056 c.c. in relazione agli artt. 1223, 1226 e 2697 c.c.

I giudici di legittimità, chiamati a pronunciarsi sulla possibilità o meno di configurare il danno da occupazione sine titulo di immobile altrui quale danno in re ipsa, hanno rilevato come il giudice di prime cure, prima, e la Corte di Appello, poi, avessero erroneamente ritenuto sussistente il danno in re ipsa in virtù di “elementi presuntivi semplici”, rappresentati dalla semplice perdita di disponibilità del bene da parte del proprietario e dalla conseguente impossibilità per costui di conseguire l’utilità potenzialmente ricavabile in seguito a locazione o vendita, a nulla rilevando la mancata allegazione dell’effettiva utilizzazione dell’immobile.

Gli ermellini hanno quindi ritenuto non sostenibile l’impostazione del danno in re ipsa atteso che, diversamente, si arriverebbe al punto di affermare “la sussistenza di una presunzione in base alla quale, una volta verificatosi l’inadempimento, appartiene alla regolarità causale la realizzazione del danno patrimoniale oggetto della domanda risarcitoria, per cui la mancata conseguenza di tale pregiudizio debba ritenersi come eccezionale. Così operando si porrebbe a carico del convenuto inadempiente l’onere della prova contraria all’esistenza del danno in questione, senza che esso sia stato provato dall’attore”.

In senso conforme la Suprema Corte ha richiamato quanto statuito dalla Sezioni Unite con sentenza n. 26972 dell’11 novembre 2008, secondo cui ciò che rileva ai fini risarcitori è il danno-conseguenza, il quale deve essere allegato e provato. Danno, questo, che va scisso dalla lesione dell’interesse protetto, che rappresenta l’evento-dannoso, quindi il danno-evento.

I giudici di legittimità hanno poi evidenziato come la compatibilità del danno punitivo con l’ordinamento trovi il suo limite nell’art. 23 della Carta Costituzionale, oltre che negli orientamenti giurisprudenziali. Pertanto, ogni fattore sanzionatorio che intenda sostituire quello risarcitorio necessità di una riserva di legge.

Da ciò discende che il risarcimento del danno da occupazione sine titulo integrato dall’importo complessivo del canone di locazione pari alla durata dell’occupazione configura un danno punitivo, se non viene provata la concreta intenzione del proprietario di mettere a frutto l’immobile in questione. Infatti, può accadere che il proprietario di un immobile, per libera scelta, decida di non trarne alcun guadagno.

Alla luce di ciò, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso e, per l’effetto, cassato la sentenza di appello nella parte in cui condannava la coniuge al risarcimento, in favore del marito, del danno da mancato godimento del bene.

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