Mediazione civile e tutela del consumatore: l’ultima pronuncia della CGUE

In Diritto Civile, Internazionale
Corte di Giustizia UE, 14 giugno 2017, C75-16 [Leggi il provvedimento]
Redatto dal dott. Gabriele Marasco

Nella causa C75-16, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata su una domanda pregiudiziale avente ad oggetto l’interpretazione della direttiva 11/2013 (riguardante la risoluzione alternativa delle controversie) e della direttiva 52/2008  (relativa ad alcuni aspetti della mediazione in ambito civile e commerciale).

Il  Tribunale di Verona, quale Giudice a quo, aveva sollevato la questione nell’ambito di una controversia che vedeva contrapposte una banca a due consumatori, e che a sua volta aveva ad oggetto il regolamento del saldo debitore di un conto corrente aperto presso l’istituto bancario. Quest’ultimo, a seguito dell’ inadempienza da parte dei correntisti debitori, aveva ottenuto un decreto ingiuntivo per un importo corrispondente al saldo dovuto.

I consumatori-debitori intimati, da parte loro, avevano fatto opposizione al decreto ingiuntivo chiedendone la provvisoria sospensione. Il Tribunale di Verona aveva rilevato che per il diritto italiano condizione procedurale per l’ulteriore proseguo del giudizio a seguito della opposizione al decreto ingiuntivo è il previo esperimento di una procedura di mediazione, e che la controversia in questione rientrava nell’ambito di applicazione della direttiva 11/2013.

Ciò premesso, il giudice nazionale aveva ritenuto che le disposizioni di diritto italiano in materia di mediazione obbligatoria siano in contrasto con la direttiva 2013/11, che prevede, invece, un sistema unitario, esclusivo e armonizzato per le controversie riguardanti i consumatori con l’esperimento volontario delle procedure di ADR.

In tale contesto, il Tribunale Ordinario di Verona aveva, quindi, deciso di sospendere il procedimento , sottoponendo alla Corte  la seguente questione pregiudiziale:

Con la sua prima questione, il giudice del rinvio domanda se l’articolo 3, paragrafo 2, della direttiva 2013/11, nella parte in cui dispone che tale direttiva si applichi «fatta salva» la direttiva 2008/52, debba essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, che prevede una procedura di mediazione obbligatoria nelle controversie rientranti nell’ambito di applicazione della direttiva 2013/11.

La direttiva 2008/52 enuncia che essa ha l’obiettivo di facilitare l’accesso alla risoluzione alternativa delle controversie e di promuovere la composizione amichevole delle medesime incoraggiando il ricorso alla mediazione. Tale direttiva si applica alle controversie transfrontaliere in materia civile e commerciale, ossia alle controversie in cui almeno una delle parti è domiciliata o risiede abitualmente in uno Stato membro diverso da quello di qualsiasi altra parte.

Nella fattispecie, è pacifico che la controversia principale non integra una controversia transfrontaliera. È pur vero che nulla vieta agli Stati membri di applicare tale direttiva ai procedimenti di mediazione interni, facoltà di cui il legislatore italiano si è avvalso. Tuttavia, la scelta del legislatore italiano di estendere l’applicazione del decreto legislativo n. 28/2010 (di attuazione della direttiva) alle controversie nazionali non può avere l’effetto di ampliare l’ambito di applicazione della direttiva 2008/52. Ne consegue che, poiché la direttiva 2008/52 non è applicabile a una controversia come quella principale, non è necessario, nella presente causa, pronunciarsi sulla questione dei rapporti tra tale direttiva e la direttiva 2013/11.

Con la sua seconda questione, il giudice del rinvio domanda se la direttiva 2013/11 debba essere interpretata nel senso che essa osta a una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, la quale prevede, in primo luogo, il ricorso obbligatorio a una procedura di mediazione, nelle controversie indicate da tale direttiva, come condizione di procedibilità della domanda giudiziale relativa a queste medesime controversie, in secondo luogo, che, nell’ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato e, in terzo luogo, che i consumatori possano essere esonerati dal previo ricorso alla mediazione solo se dimostrano l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione.

Per quanto riguarda il requisito di una procedura di mediazione come condizione di procedibilità di un’azione giudiziaria, la direttiva 2013/11 prevede la facoltà per i consumatori di presentare «su base volontaria» reclamo nei confronti dei professionisti dinanzi a organismi ADR.

Il giudice del rinvio si domanda se, sulla base di un’interpretazione letterale, gli Stati membri siano autorizzati a mantenere un simile ricorso preventivo e obbligatorio alla mediazione per le sole tipologie di controversie che non rientrano nell’ambito di applicazione di tale direttiva.

La Corte ha risolto la questione nei termini che seguono. La stessa ha premesso che, secondo la propria costante giurisprudenza, ai fini dell’interpretazione delle disposizioni di diritto dell’Unione si deve tener conto non soltanto del loro tenore letterale, ma anche del loro contesto e degli scopi perseguiti dalla normativa di cui esse fanno parte. A tale riguardo, anche se la direttiva 2013/11 utilizza l’espressione «su base volontaria», si deve rilevare che essa prevede altresì espressamente la possibilità, per gli Stati membri, di rendere obbligatoria la partecipazione alle procedure ADR, a condizione che ciò non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accedere al sistema giudiziario.

Tale interpretazione è corroborata dalla direttiva 2008/52, che definisce la mediazione come un procedimento strutturato, indipendentemente dalla denominazione, dove due o più parti di una controversia tentano esse stesse, su base volontaria, di raggiungere un accordo sulla risoluzione della medesima. Infatti, tale procedimento può essere avviato dalle parti oppure suggerito od ordinato da un organo giurisdizionale, ma anche prescritto dal diritto di uno Stato membro.

Inoltre, la stessa direttiva 2008/52 lascia impregiudicata la legislazione nazionale che rende il ricorso alla mediazione obbligatorio, purché tale legislazione non impedisca alle parti di esercitare il diritto di accesso al sistema giudiziario. Il carattere volontario della mediazione consiste, pertanto, non già nella libertà delle parti di ricorrere o meno a tale procedimento, bensì nel fatto che «le parti gestiscono esse stesse il procedimento e possono organizzarlo come desiderano e porvi fine in qualsiasi momento», assumendo quindi rilevanza il fatto che il diritto di accesso delle parti al sistema giudiziario sia preservato.

A tal fine, gli Stati membri conservano la loro piena autonomia legislativa, a condizione che sia rispettato l’effetto utile della direttiva 2013/11. Pertanto, il fatto che una normativa nazionale come quella di cui trattasi nel procedimento principale abbia non solo introdotto una procedura di mediazione extragiudiziale, ma abbia, in aggiunta, reso obbligatorio il ricorso a quest’ultima prima di adire un organo giurisdizionale non è tale da pregiudicare la realizzazione dell’obiettivo della direttiva 2013/11.

Gli Stati membri sono liberi di scegliere i mezzi che giudicano appropriati per far sì che l’accesso al sistema giudiziario non sia ostacolato, fermo restando che, da un lato, il fatto che l’esito della procedura ADR non sia vincolante per le parti e, dall’altro, il fatto che i termini di prescrizione o decadenza non scadano durante una procedura siffatta costituiscono due mezzi che, tra gli altri, sarebbero adeguati per conseguire tale obiettivo. Per quanto riguarda il carattere vincolante dell’esito della procedura ADR, la direttiva 2013/11 impone agli Stati membri di garantire che, nell’ambito di tale procedura, le parti abbiano la possibilità di ritirarsi dalla stessa in qualsiasi momento se non sono soddisfatte delle sue prestazioni o del suo funzionamento. Inoltre al termine della procedura ADR, viene solamente proposta una soluzione alle parti, e queste sono libere di accettare o seguire la soluzione proposta o meno.

Il requisito di una procedura di mediazione come condizione di procedibilità di un ricorso giurisdizionale può quindi rivelarsi compatibile con il principio della tutela giurisdizionale effettiva qualora tale procedura non conduca a una decisione vincolante per le parti, non comporti un ritardo sostanziale per la proposizione di un ricorso giurisdizionale, sospenda la prescrizione o la decadenza dei diritti in questione e non generi costi, ovvero generi costi non ingenti, per le parti e che sia possibile disporre provvedimenti provvisori nei casi eccezionali in cui l’urgenza della situazione lo impone.

In secondo luogo, quanto all’obbligo, per il consumatore, di essere assistito da un avvocato per promuovere una procedura di mediazione, la risposta a tale questione emerge dalla formulazione dell’articolo 8, lettera b), della direttiva 2013/11. Tale articolo, infatti, stabilisce che gli Stati membri garantiscono che le parti abbiano accesso alla procedura ADR senza essere obbligate a ricorrere a un avvocato o a un consulente legale. Pertanto, una normativa nazionale non può imporre al consumatore che prende parte a una procedura ADR di essere assistito obbligatoriamente da un avvocato.

Infine, in terzo luogo, quanto alla questione della necessità di interpretare la direttiva 2013/11 nel senso che esso osta a una disposizione di diritto nazionale secondo la quale i consumatori possono ritirarsi da una procedura di mediazione nel solo caso in cui dimostrino l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione, a pena di sanzioni nell’ambito del successivo procedimento giudiziario, si deve ritenere che una limitazione siffatta sia tale da restringere il diritto di accesso delle parti al sistema giudiziario, contrariamente all’obiettivo perseguito dalla direttiva 2013/11.

Infatti, l’eventuale ritiro del consumatore dalla procedura ADR non deve avere conseguenze sfavorevoli nei suoi confronti nell’ambito del ricorso giurisdizionale relativo alla controversia che è stata, o avrebbe dovuto essere, oggetto di tale procedura.

Alla luce delle suesposte considerazioni, le risposte che possono essere fornite alle questioni sollevate sono che:

la direttiva 2013/11 dev’essere interpretata nel senso che essa non osta a che una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale,  preveda il ricorso ad una procedura di mediazione, nelle controversie indicate all’articolo 2, paragrafo 1, di tale direttiva, come condizione di procedibilità della domanda giudiziale relativa a queste medesime controversie, purché una tale previsione pregiudiziale non impedisca alle parti di esercitare il loro diritto di accesso al sistema giudiziario;

la medesima direttiva dev’essere, invece, interpretata nel senso che essa osta a che una normativa nazionale, come quella di cui al procedimento principale, preveda che, nell’ambito di una mediazione siffatta, i consumatori debbano essere assistiti da un avvocato e possano ritirarsi da una procedura di mediazione solo se dimostrano l’esistenza di un giustificato motivo a sostegno di tale decisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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