Malattie professionali tabellate: la tutela assicurativa viene meno solo se l’INAIL dimostri la mancanza di eziologia professionale

In Lavoro e Previdenza
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.23653 del 21/11/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Antonio Florio

“L’accertamento dell’inclusione nelle apposite tabelle sia della lavorazione che della malattia (purché insorta entro il periodo massimo di indennizzabilità) comporta l’applicabilità della presunzione di eziologia professionale della patologia sofferta dall’assicurato, con la conseguente insorgenza a carico dell’I.N.A.I.L. dell’onere di dare la prova di una diversa eziologia della malattia stessa ed in particolare della dipendenza dell’infermità, nel caso concreto, da una causa extralavorativa oppure del fatto che la lavorazione, cui il lavoratore è stato addetto, non ha avuto idoneità sufficiente a cagionare la malattia, di modo che, per escludere la tutela assicurativa deve risultare rigorosamente ed inequivocabilmente accertato che vi è stato l’intervento di un diverso fattore patogeno, il quale, da solo o in misura prevalente, ha cagionato o concorso a cagionare la tecnopatia. “

Con tale principio, la Suprema Corte in luogo della sentenza del 21 novembre 2016 n. 23653 ha ulteriormente rafforzato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale, data la strutturazione tabellare,  il sistema assicurativo Inail esige che la contestazione della presunzione di eziologia professionale da parte di detto Istituto sia riferita a cause extralavorative tali da rendere esclusa la fonte lavorativa dalla patologia sofferta.

Questo sistema tabellare consiste nella indicazione di specifiche categorie di malattie che – quando si manifestano – si presumono dovute all’attività lavorativa e che quindi vengono ricomprese nella copertura assicurativa. Si tratta delle c.d. ‘malattie tabellate’, così definite appunto perché inserite nelle tabelle richiamate dalla legge.

In altre parole, quando il lavoratore contrae una di queste malattie deve soltanto dimostrare di essere stato adibito ad una lavorazione collegata a quella specifica malattia per potere ottenere le prestazioni assicurative Inail.

Nel caso di specie la parte attrice, coniuge del lavoratore deceduto, ricorreva in Cassazione in luogo di sentenza di Appello che aveva sollevato l’Inail dall’onere della prestazione assicurativa perchè si riteneva che fosse stato plausibilmente scisso il nesso tra la causa lavorativa e la malattia di natura tumorale che aveva comportato il decesso del de cuius.

La sentenza di Appello, a seguito di perizia del CTU, poneva le proprie radici su una ricostruzione della malattia acriticamente distaccata dalla sfera lavorativa in cui il de cuius per 31 anni aveva svolto la propria prestazione: trattasi di impresa edile, scenario all’interno del quale l’esposizione a fattori nocivi (amianto, idrocarburi aromatici policiclici, cemento, bitume) , a detta poi della Suprema Corte, non poteva non essere tenuta in considerazione ai fini della determinazione dell’origine della neoplasia polmonare che aveva cagionato il decesso del lavoratore. In via definitiva la Corte d’Appello aveva accolto convintamente il carattere ‘modesto’ , circoscritto dal CTU, dell’esposizione del lavoratore a tali fattori dannosi determinando come causa maggiormente qualificante il tabagismo dello stesso.

La Cassazione a tal fine , ha tratto spunto da un elemento che la Corte territoriale aveva in ogni caso confermato, vale a dire la sussistenza di una insindacabile multifattorialità che aveva provocato il male mortifero al lavoratore: tabagismo ed esposizione a fattori nocivi sul luogo del lavoro. Quest’ultima dinamica ritenuta in secondo grado ‘modesta’ ed insufficientemente congrua ai fini della causalità della malattia.

A detta della Suprema Corte il nostro ordinamento in materia di nesso casuale è ispirato al principio di equivalenza delle cause; per cui, al fine di ricostruire il nesso di causa, occorre tener conto di qualsiasi fattore, anche indiretto, remoto o di minore spessore, sul piano eziologico, che abbia concretamente cooperato a creare nel soggetto una situazione tale da favorire comunque l’azione dannosa di altri fattori o ad aggravarne gli effetti, senza che possa riconoscersi rilevanza causale esclusiva soltanto ad uno dei fattori patologici che abbiano operato nella serie causale.  Ciò significa che chi sia stato esposto all’amianto per motivi professionali (anche soltanto ambientali) ha diritto di vedersi riconosciuta l’origine professionale della malattia ed erogata la tutela assicurativa sociale prevista dalla legge, quand’anche sia stato fumatore, quand’anche abbia vissuto nelle vicinanze di una industria altamente inquinante, quand’anche risultino nel giudizio altre condizioni di confondimento che non assurgano però al ruolo di fattori alternativi di tipo esclusivo. E dunque , essendo tabellata la lavorazione comportante un’esposizione all’amianto  l’apporto del fattore extraprofessionale (tabagismo) non potrà essere ritenuto esclusivo, ma nemmeno prevalente o comunque tale da negare qualsiasi ruolo concorsuale del medesimo fattore tabellato. Andava pertanto riconosciuta la copertura assicurativa.

Alla stregua di tali convincimenti, i giudici di Piazza Cavour, hanno sottolineato la difformità palesatasi in luogo dell’onere probatorio (art.2697 c.c.) volto a sottrarre gli schemi della presunzione di eziologia professionale che, essendo a carico dell’Inail, ha subìto una inversione illegittima, così tracciando inequivocabilmente il viatico che ha condotto a cassare la sentenza di secondo grado con rinvio a nuovo giudice , chiamato ad uniformarsi ai principi di cui sopra.

 

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