Libera prestazione di servizi: quando il diniego di fornire un dispositivo RPVA costituisce una restrizione ingiustificata

In Internazionale
Terza Sezione della Corte di giustizia UE, sentenza C-99/16 del 18 maggio 2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Valentina Raniello

Il rifiuto di fornire un dispositivo di accesso al réseau privé virtuel des avocats (rete privata virtuale degli avvocati), emesso dalle autorità competenti nei confronti di un avvocato debitamente iscritto ad un ordine forense di un altro Stato membro, per il solo motivo che tale avvocato non è iscritto presso un foro del primo Stato membro in cui intende esercitare la sua professione in qualità di libero prestatore di servizi, nei casi in cui l’obbligo di agire di concerto con un altro avvocato non è imposto dalla legge, costituisce una restrizione alla libera prestazione di servizi ai sensi dell’articolo 4 della direttiva 77/249/CEE del Consiglio, del 22 marzo 1977, intesa a facilitare l’esercizio effettivo della libera prestazione di servizi da parte degli avvocati, in combinato disposto con l’articolo 56 TFUE e con l’articolo 57, terzo comma, TFUE. Spetta al giudice del rinvio verificare se tale rifiuto, alla luce del contesto in cui è opposto, risponda realmente agli obiettivi di tutela dei consumatori e di buona amministrazione della giustizia, che possono giustificarlo, e se le conseguenti restrizioni non appaiano sproporzionate rispetto a tali obiettivi.

Questo è quanto deciso dalla Terza Sezione della Corte di giustizia UE con la sentenza C-99/16 del 18 maggio 2017, a seguito di in rinvio pregiudiziale inoltrato dal Tribunal de grande instance de Lyon (Tribunale di primo grado di Lione, Francia).

Nella fattispecie, il sig. L, cittadino francese iscritto all’ordine forense di Lussemburgo, aveva citato in giudizio, dinanzi al Tribunale di primo grado di Lione, l’Ordre des avocats du barreau de Lyon (ordine degli avvocati del foro di Lione), poiché quest’ultimo gli aveva negato la fruizione del dispositivo RPVA, previsto dalla normativa francese quale dispositivo di identificazione nell’ambito di una rete privata virtuale per avvocati, funzionale alla comunicazione elettronica con gli uffici giudiziari.

Il suddetto dispositivo RPVA, secondo quanto asserito dall’attore, gli avrebbe facilitato l’esercizio della professione forense in regime di prestazione transfrontaliera di servizi.

Alla base del diniego palesato dall’Ordine degli avvocati vi era la circostanza che il Sig. L. non risultava iscritto all’ordine degli avvocati di Lione.

Promosso, dunque, un procedimento sommario dinanzi al Tribunale di primo grado, l’attore aveva richiesto all’ordine di Lione il rilascio del suddetto dispositivo entro un termine di otto giorni a pena di sanzione pecuniaria, suggerendo, altresì, di chiedere, se del caso, alla Corte di giustizia di rispondere alla questione se il diniego di rilascio di un dispositivo di accesso RPVA ad un avvocato debitamente iscritto all’ordine forense di uno Stato membro, per il solo motivo che tale avvocato non è iscritto presso un foro dell’altro Stato membro in cui intende esercitare la professione di avvocato in qualità di libero prestatore di servizi, fosse contrario all’articolo 4 della direttiva 77/249 CEE del Consiglio, del 22 marzo 1977 volta a facilitare l’esercizio della libera prestazione di servizi da parte di avvocati.

Il giudice del rinvio, sulla scorta di quanto suggerito ha, pertanto, sospeso il procedimento e ha sottoposto alla Corte di giustizia la questione pregiudiziale interpretativa riguardante, in particolare, la configurazione del diniego come misura discriminatoria ostativa alla libera prestazione di servizi.

La Corte, investita del potere di sciogliere i dubbi interpretativi, pur riconoscendo che la normativa francese prevede espressamente che l’accesso alla comunicazione elettronica sia limitata ai soli avvocati iscritti al foro francese mentre per quelli stabiliti in altro Stato membro le sole comunicazioni autorizzate sono quelle per deposito in cancelleria o tramite posta, facendo leva sul disposto dell’articolo 56 TFUE e del terzo comma dell’art. 57 TFUE, ha precisato che qualsiasi normativa nazionale che, senza giustificazioni oggettive, ostacoli la possibilità, per un prestatore di servizi, di esercitare effettivamente la libertà di prestare servizi vada disapplicata al fine di garantirgli l’esercizio della sua attività nel paese ove la prestazione è fornita, alle stesse condizioni imposte dal paese stesso ai propri cittadini.

In particolare, la Corte ha affermato che, qualora sussista un provvedimento nazionale in grado di ostacolare o rendere meno attraente l’esercizio delle libertà fondamentali garantite dal Trattato FUE, questo può essere giustificato solo da ragioni imperative di interesse pubblico e deve essere idoneo a garantire la realizzazione dello scopo perseguito senza andare oltre quanto necessario.

Orbene, nel caso di specie, il CNB ed il Governo francese hanno, sì, invocato i principi della buona amministrazione della giustizia e di tutela del destinatario dei servizi giuridici al fine di giustificare il provvedimento di diniego, ritenendolo, peraltro, pienamente proporzionale alla loro attuazione ma la Corte di giustizia, sulla base delle considerazioni svolte, ha affermato che il rifiuto di fornire un dispositivo di accesso RPVA nei confronti di un avvocato iscritto ad un ordine forense di un altro Stato membro, fondato esclusivamente sulla circostanza che tale avvocato non sia iscritto presso il foro dello Stato membro in cui intende esercitare la sua professione in qualità di libero prestatore di servizi, nei casi in cui l’obbligo di agire di concerto con un altro avvocato non è imposto dalla legge,  non solo costituisca una restrizione alla libera prestazione di servizi, ma anche che spetti al giudice del rinvio verificare se tale rifiuto, alla luce del contesto in cui è opposto, risponda realmente agli obiettivi di tutela dei consumatori e di buona amministrazione della giustizia.

Ove così non fosse, la restrizione sarebbe da intendersi come ingiustificata.

 

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