Legge Pinto: profili di diritto intertemporale

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione seconda, ordinanza n. 20973 del 08/09/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Sabrina Mazzocca

In tema di equa riparazione per la irragionevole durata di un procedimento penale, la disposizione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2-quinquies, lett. e), a tenore della quale non è riconosciuto alcun indennizzo quando limputato non ha depositato istanza di accelerazione del processo penale nei trenta giorni successivi al superamento dei termini cui allart. 2-bisnon è applicabile in relazione alle domande di equa riparazione relative a procedimenti penali che, alla data di entrata in vigore della stessa, avessero già superato la durata ragionevole di cui allart. 2-bis della medesima legge.

L’ordinanza in esame affronta il problema degli effetti dell’avvicendarsi delle modifiche normative che hanno interessato la legge Pinto rispetto ai procedimenti pendenti che, alla data di entrata in vigore delle prima novella normativa, abbiano già superato il termine di ragionevole durata.

I ricorrenti, nel caso di specie, denunziano la violazione e la falsa applicazione della legge n. 89 del 2001 nonché l’insufficienza e la contraddittorietà della motivazione del decreto della Corte d’Appello di Potenza.

Quest’ultima, chiamata a pronunciarsi in composizione collegiale sull’opposizione al decreto del Consigliere delegato, che aveva ritenuto inammissibile la domanda di indennizzo a causa della mancata proposizione dell’istanza di accelerazione, ritiene la domanda improcedibile.

Si sostiene che la modifica normativa intervenuta nel 2012, con cui si è introdotto la previsione di un’istanza di accelerazione con il chiaro intento – ove possibile – di evitare le gravose conseguenze legate alla corresponsione dell’indennizzo, fosse applicabile anche ai procedimenti pendenti.
I ricorrenti, inoltre, sostengono che la domanda sia stata dichiarata inammissibile sulla base della previsione prevista dalla modifica normativa del 2015, mentre la disciplina risultante dalla modifica del 2012 prevedeva il rigetto.

La Cassazione accoglie il ricorso, evidenziando l’errore in cui è incorsa la Corte d’Appello.

La novella contenuta nella legge n. 83 del 2012, difatti, pur prevedendo che il rimedio preventivo si applichi ai ricorsi depositati a decorrere dal trentesimo giorno successivo a quello di entrata in vigore della legge di conversione e che, quindi, a maggior ragione, si possa presentare l’istanza di accelerazione nei procedimenti penali che abbiano appena superato la ragionevole durata, è inapplicabile ai procedimenti che abbiano già abbondantemente superato il termine.
Per di più, in seguito all’emanazione della legge n. 208 del 2015, l’art. 6 della legge Pinto esclude che si possano invocare le conseguenze che derivano dalla mancata proposizione dei rimedi preventivi.

Per essere più chiari, i giudici di legittimità escludono che possa essere invocato un rimedio preventivo laddove il danno si è già prodotto nella sfera del privato al solo fine di escludere l’indennizzo. L’istanza di accelerazione è finalizzata a stimolare l’attività processuale proprio per evitare che si produca il pregiudizio, fornendo un input ad una più celere definizione del processo.

La ratio di tali interventi normativi è quella di responsabilizzare le parti del processo affinché queste, mediante l’esternazione di comportamenti virtuosi, contribuiscano – ove possibile – ad escludere la produzione del pregiudizio, inibendo qualsivoglia tentativo di abuso. Tale intento, ovviamente, va escluso nel caso in cui, nel momento in cui è stato superato il termine, tali strumenti non fossero stati ancora positivizzati.

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