LEGGE PINTO E PROCESSO PENALE: Questioni di legittimità costituzionale

In Diritto Civile
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Cassazione, ordinanza n. 6568 del 16 marzo 2018 [Leggi l’ordinanza]
Redatto dalla dott.ssa Federica Antonacci

Con l’ordinanza n. 6568 del 16 marzo 2018, la Corte di Cassazione ha dichiarato rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della legge n. 89 del 2001, “Legge Pinto”, in riferimento all’art. 2 comma 2-quinquies lett. e) introdotto dall’art. 55 del d.l. n. 83 del 2012 e convertito con modificazioni dalla l. n. 134 del 2012, relativamente all’impossibilità di riconoscere alcun indennizzo quando, nel processo penale, l’imputato non ha provveduto a depositare istanza di accelerazione del processo nei trenta giorni successivi al superamento dei termini previsti al comma 2-bis, stabiliti in tre anni per il primo grado, due anni per il secondo grado e un anno per il giudizio di legittimità.

La vicenda prende le mosse dal ricorso presentato alla Corte d’Appello di Perugia da parte di un soggetto, imputato in un procedimento penale, contro il Ministero della Giustizia, per ottenere la condanna dell’ente pubblico al pagamento dell’indennizzo per l’irragionevole durata del processo penale a proprio carico. La Corte territoriale accoglie il ricorso e condanna il Ministero al pagamento del suddetto indennizzo.

La sentenza di primo grado viene impugnata dinnanzi alla Cassazione da ambo le parti; in particolare, il Ministero della Giustizia con ricorso incidentale denuncia la violazione e falsa applicazione da parte della Corte d’Appello dell’art. 2-quinquies lett. e) della l. n. 89 del 2001, nella parte in cui la stessa Corte territoriale ha riconosciuto l’indennizzo per l’irragionevole durata del processo, nonostante l’improponibilità della domanda dovuta al mancato deposito dell’istanza di accelerazione prevista dalla norma suddetta.

Nell’ordinanza in esame la Corte Suprema, pur riconoscendo che il motivo del ricorso incidentale dovrebbe essere accolto, poiché alla data della presentazione del ricorso non era ancora trascorso il termine di ragionevole durata previsto dal comma 2 bis, e che pertanto si rendeva indispensabile, ai fini della procedibilità della domanda, il deposito dell’istanza di accelerazione da parte del ricorrente, ritiene tuttavia di dover sollevare la questione di legittimità costituzionale della l. n. 89 del 2001, nella parte in cui la mancata presentazione dell’istanza condiziona irreparabilmente l’accoglimento della domanda e dunque il diritto all’equa riparazione.

Ciò anche sulla scorta di diverse pronunce della Cassazione (cfr. da ultimo Cass. n. 28403/2017) che hanno sollevato lo stesso problema di legittimità costituzionale, nonché sulla base di due diverse pronunce della Corte EDU che hanno sottolineato come l’interpretazione della norma in oggetto ha natura tale da escludere la possibilità per i soggetti di esperire il rimedio interno, con la conseguenza di privare, di fatto, una categoria di ricorrenti della possibilità di ottenere l’indennizzo di equa riparazione.

Pertanto la Suprema Corte condivide l’interpretazione già fornita dalla Corte di Strasburgo, sottolineando come nella prassi la condizione di ammissibilità di un ricorso sulla base della legge Pinto produce il solo effetto di ostacolare l’accesso alla procedura interna, violando il principio di effettività della tutela giurisdizionale, privando così gli interessati al diritto ad una equa, adeguata e sufficiente riparazione del pregiudizio temporale subìto.

Ritenendo per tali motivi che la mancata presentazione dell’istanza di accelerazione prevista dall’art. 2 comma 2-quinquies lett. e) non sospende né differisce il dovere dello Stato di dar corso al procedimento, né può in alcun modo trasferire sul ricorrente la responsabilità per il superamento del termine e, dunque, il mancato accoglimento del diritto all’indennizzo, la Corte di Cassazione ha ritenuto di dover sollevare la questione di legittimità costituzionale circa la norma in esame, ritenendola dunque rilevante e non manifestamente infondata, poiché in contrasto con l’art. 117 Cost. comma 1 ed ai parametri imposti dagli artt. 3, 13 e 46 della CEDU.

In tema di irragionevole durata del processo ed equa riparazione, merita menzione la recente sentenza della Corte Costituzionale n. 88/2018 che ha dichiarato illegittima la Legge Pinto nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento in cui è maturato il ritardo, censurando l’art. 4 della suddetta legge con riferimento ai principi di ragionevolezza e di ragionevole durata del processo di cui agli artt. 3 e 111 Cost., nonché di cui agli artt. 6 e 13 della CEDU.

Tale questione era stato peraltro già sollevata dal giudice delle leggi nella sentenza n. 30/2014, con la quale veniva sollecitato l’intervento correttivo del legislatore, però mai intervenuto sulla questione; è pertanto auspicabile che, sulla scorta di tale sentenza, si possa porre rimedio ai profili di incostituzionalità dell’art. 2 comma 2-quinquies lett. e) l. 89 del 2001 anche in tema di mancata presentazione dell’istanza di accelerazione.

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