LAVORO: qual è il valore probatorio delle dichiarazioni contenute in busta paga?

In Lavoro e Previdenza
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.2239 del 30/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Roberta Di Maso

La Corte di Cassazione, sezione lavoro, con la sentenza n. 2239 del 30 gennaio 2017 si è pronunciata sul valore probatorio del documento recante la busta paga, a fronte delle dichiarazioni favorevoli e sfavorevoli attestate dalla parte dichiarante.

Nel caso di specie, il giudice di merito aveva rigettato l’opposizione proposta da una società avverso il decreto ingiuntivo notificato ad istanza di un dipendente per il pagamento delle competenze di fine rapporto.

La società asseriva che non vi fosse prova scritta ed inesistenza del credito, essendo l’ingiunzione emessa sulla base di una busta paga pari a zero.

Obiettava, pertanto, che il credito per le competenze di fine rapporto fosse interamente assorbito dai danni causati dal dipendente a seguito di una illegittima attività di concorrenza (riteneva, infatti, che il dipendente intrattenesse rapporti concorrenziali con altre società del settore e non) per la quale era stato licenziato per giusta causa.

In secondo grado, la Corte territoriale rigettava l’appello proposto dalla società osservando che, in primo luogo, la busta paga potesse assumere i connotati di una confessione stragiudiziale per l’attestazione dell’esistenza e dell’entità delle competenze di fine rapporto maturate dal lavoratore e, in secondo luogo, che la pretesa della società al risarcimento dei danni potesse essere opponibile in compensazione per effetto della condotta infedele del lavoratore solo laddove accompagnata da espliciti capitoli di prova configuranti gli atti di concorrenza sleale, non essendo sufficiente il mero pericolo di danno o il mero tentativo di sviamento della clientela.

La questione è stata poi sottoposta all’attenzione dei giudici di legittimità che, nel precisare la piena efficacia di prova legale del documento in esame relativamente alle sole dichiarazioni sfavorevoli alla parte dichiarante (in quanto univoche ed incontrovertibili), hanno accolto il ricorso presentato dalla società ricorrente, pronunciando il seguente principio di diritto: “la busta paga ha valore di piena prova circa le indicazioni in essa contenute, quando sia chiara e non contraddittoria, anche se il valore è pari a zero. Tuttavia, se in questa sono indicati altri fatti tendenti a estinguere gli effetti dei credito del lavoratore riconosciuto nel documento (ad esempio un controcredito del datore di lavoro per risarcimento del danno), essa è fonte di prova soggetta alla libera valutazione del giudice, che dovrà estendersi al complesso dei fatti esposti nel documento”.

Secondo i giudici di legittimità, infatti, non è risultata condivisibile la soluzione cui era precedentemente giunta la Corte di merito, secondo cui l’importo indicato a debito della società era oggetto di confessione e l’importo del controcredito per danni costituiva una mera asserzione: da un lato, la busta paga, benché non frazionabile, recava un saldo pari a zero e perciò non costituiva prova scritta del credito ex art. 633 c.p.c. e, dall’altro, la norma dell’art. 2734 c.c., così come richiamata dall’art. 2735 c.c., consente alla controparte la possibilità di contestare la verità dei fatti, previo apprezzamento del giudice circa l’efficacia probatoria delle dichiarazioni.

Gli ermellini, nel caso in esame, si sono anche pronunciati circa la violazione dell’obbligo fedeltà e non concorrenza di cui all’art. 2105 c.c., che impone al lavoratore di astenersi dal porre in essere non solo i comportamenti espressamente vietati dal presente articolo, ma anche qualsiasi altra condotta che, per la natura e per le possibili conseguenze, risulti in contrasto con i doveri connessi al suo inserimento nella struttura e nell’organizzazione dell’impresa, ivi compresa la mera preordinazione di attività contraria agli interessi del datore di lavoro potenzialmente produttiva di danno (cfr. sent. Cass. n. 2474/2008). Tutto ciò è connesso ai più generali principi di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c., che impongono al lavoratore di non tenere condotte che possano risultare contrastanti con gli interessi dell’impresa e lesivi del presupposto fiduciario del rapporto.

La violazione dell’obbligo di fedeltà e di non concorrenza rileva a titolo di responsabilità contrattuale, estendendosi ad ogni tipo di attività concorrenziale e non soltanto alle fattispecie tipizzate  di illecito aquiliano di cui all’art. 2598 c.c., rispetto alle quali opera in via autonoma e separata.

Ne deriva che, perché si configuri una tale violazione e perché si abbia conseguente risarcimento del danno, non è necessario che sia data prova di comportamenti illeciti ma basta il mero svolgimento di attività contrarie agli interessi del datore di lavoro, nello stesso settore produttivo e commerciale, tali dovendosi considerare anche quelle che, sebbene non attualmente produttive di danno, siano dotate di potenziale lesività (cfr. sent. Cass. sez. lav. 2822/1990).

 

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