LAVORO: divieto di trasferimento per il lavoratore che assiste un parente disabile affetto da handicap

In Lavoro e Previdenza
Cassazione civile, sezione lavoro, sentenza n.25739 del 12/12/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Loredana Ionchese

“Il divieto di trasferire il lavoratore che assiste un parente disabile, previsto dall’art. 33, comma 5 della legge n. 104 del 1992, prescinde dal previo accertamento della gravità dell’handicap da parte delle commissioni mediche delle Unità Sanitarie Locali (oggi, ATS – Agenzie di Tutela della Salute) di cui all’art. 4 della medesima legge.”

In tali termini si è pronunciata la Corte di Cassazione, con sentenza n. 25379 del 12 dicembre 2016, in accoglimento del ricorso presentato da una lavoratrice che era stata trasferita in altra azienda.

Nel caso in esame, gli ermellini hanno accertato l’illegittimità ed inefficacia del provvedimento di trasferimento della lavoratrice in considerazione della circostanza che la ricorrente assisteva quotidianamente la madre, affetta da handicap grave sebbene non ancora accertato dall’ USL attraverso le commissioni mediche previste dalla L. n. 104 del 1992, art. 4, o da un medico specialista in servizio presso l’USL.

La madre della ricorrente, tuttavia, sin dal 2008 godeva dei permessi rilasciati dall’INPS, sia pure di natura temporanea in pendenza del procedimento di accertamento definitivo del diritto.

Il datore di lavoro era a conoscenza tale situazione e pertanto, secondo la ricorrente, avrebbe dovuto astenersi dall’emettere un provvedimento di trasferimento nei confronti della stessa.

Secondo quanto asserito dal datore di lavoro, invece, i provvedimenti dell’INPS potevano aver rilievo solo ai fini del godimento dei permessi L. n. 104 del 1992, ex art. 33, comma 3, ma non potevano costituire l’accertamento delle condizioni di handicap grave della madre.

Tale ricostruzione, accolta nel merito dai giudici di prime cure, è stata smentita dagli Ermellini i quali hanno affermato che, a prescindere da un effettivo riconoscimento da parte delle Commissioni Mediche delle USL locali, debba guardarsi effettivamente alla tutela della persona disabile, in ossequio ai principi stabiliti dalla nostra Carta Costituzionale all’art. 3 co.2, nonché nel pieno rispetto dell’art. 26 della Carta di Nizza e della Convenzione delle Nazioni Unite del 13 dicembre 2006 sui diritti dei disabili, ratificata con L. n. 18 del 2009.

In ossequio a tali disposizioni, ne consegue che il trasferimento del lavoratore è vietato anche quando la disabilità del familiare assistito non si configuri come grave, a meno che il datore di lavoro, in ragione della natura e del grado di infermità psico-fisica del familiare, provi la sussistenza di esigenze aziendali effettive ed urgenti, insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

I Giudici di Piazza Cavour hanno basato la loro decisione su un principio ormai consolidato nelle sentenze precedenti, richiamando non solo la necessità di tutelare il disabile alla luce della normativa interna (cfr. Cass. n. 9201/2012), ma anche soffermandosi principalmente sull’importanza della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del disabile del 13 dicembre 2006 è stata ratificata dall’Italia con L. n. 18 del 2009 e dall’Unione Europea con decisione n. 2010/48/CE, soffermandosi in particolare sul fatto che la tutela sostanziale del disabile, a prescindere dai requisiti di ordine formale, deve ritenersi una colonna portante nella valutazione non solo da un punto di vista di legittimità, ma fondamentale ai fini della determinazione del merito del giudizio (si rinvia, sul punto, a Cass. n. 2210/2016).

Inoltre, secondo la Suprema Corte, “la Corte territoriale non avrebbe dovuto fermarsi alla mancanza di documentazione proveniente dalle USL sull’invalidità grave della madre della ricorrente ma procedere ad una valutazione della serietà e rilevanza (sotto lo specifico profilo della necessità di assistenza) dell’handicap da questa sofferta (eventualmente sulla base della documentazione disponibile) a fronte delle esigenze produttive sottese al trasferimento, il che è stato omesso sulla base di una interpretazione letterale della norma in discussione oggi superata dalla giurisprudenza di legittimità.”

La Corte ha dunque cassato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello competente.

E’ evidente come tale decisione debba essere condivisibile per due ordini di ragioni: infatti non solo essa è senz’altro confacente ai principi interni ed internazionali di tutela del disabile, ma ancor di più appare fondamentale per la ricostruzione sostanzialistica ed assolutamente antiformalistica delle norme in materia assistenziale-laburistica, col meritevole pregio di ampliare un filone giurisprudenziale ampiamente condivisibile.

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