LAVORO: il datore di lavoro non ha l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro “a rischio zero”

In Lavoro e Previdenza
Cassazione civile, sezione sesta, ordinanza  n.4970 del 27/02/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Giovanni Sicignano

La recente ordinanza n. 4970 del 2017 della Suprema Corte ha posto l’accento sul tema della sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro.

Nel caso di specie, il lavoratore nell’ambito delle operazioni di diboscamento che svolgeva era precipitato da un’altezza di dieci metri.

Tuttavia, nel giorno dell’evento dannoso, il lavoratore era dotato di tutte le misure di sicurezza fornite dal datore di lavoro: pertanto la Corte di Cassazione nel provvedimento in esame ha valutato ermeneuticamente l’art. 2087 c.c. e i suoi limiti.

L’obbligo di sicurezza è previsto dall’art. 2087 c.c. e dalla disciplina di settore concernenti le malattie professionali e gli infortuni sul lavoro.

La Cassazione già in passato ha stabilito che “una volta provato l’inadempimento consistente nell’inesatta esecuzione della prestazione di sicurezza nonché la correlazione fra tale inadempimento ed il danno, la prova che tutto era stato approntato ai fini dell’osservanza del precetto di cui all’art. 2087 c.c. e che gli esiti dannosi erano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile dev’essere fornita dal datore di lavoro (Cass. 8 Maggio 2007 n. 10441).

I giudici di Piazza Cavour hanno sancito che la prova liberatoria a carico del datore di lavoro va correlata alla diligenza ritenuta esigibile.

Vi è di più: infatti l’art. 2087 c.c. non contempla un’ipotesi di responsabilità oggettiva.

In tema di oneri probatori gravanti sul datore e sul lavoratore, essi sono modulati diversamente a seconda delle misure di sicurezza omesse.

Infatti se non sono rispettate le misure di sicurezza previste dalla legge in relazione ad una valutazione preventiva dei rischi, il datore di lavoro deve provare che non vi è stato l’inadempimento e che non vi è nesso eziologico tra l’inadempimento e il danno.

Nel caso di mancato rispetto di misure di sicurezza innominate (i.e. previste dall’art. 2087 c.c.) “la prova liberatoria a carico del datore di lavoro è invece generalmente correlata alla quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici che, ancorchè non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standards di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe” (Cass. 2.7.2014 n. 15802).

Nel caso di specie si tratta di misure di sicurezza nominate e pertanto nel provvedimento in esame la Suprema Corte afferma il principio in base al quale “non può accollarsi al datore di lavoro l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro a “rischio zero” quando di per sé il rischio di una lavorazione o di un’attrezzatura non sia eliminabile, egualmente non può pretendersi l’adozione di accorgimenti per fronteggiare evenienze infortunistiche ragionevolmente impensabili.”

Alla luce di tale valutazione  la Corte di Cassazione ha ritenuto che l’infortunio patito dal lavoratore (già indennizzato) non fosse risarcibile a titolo di danno differenziale e quindi rigettato il ricorso.

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