La posizione gerarchicamente dominante nei reati associativi

In Approfondimenti, Diritto penale commerciale
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Corte Suprema di Cassazione, Sezione Prima Penale, Sentenza 30 gennaio – 6 marzo 2018, n. 10237
Redatto dall’Avv. Michele Salomone
  1. La fattispecie di cui all’art. 416 bis C.P.

L’articolo 416 bis del Codice Penale, introdotto con la L. 646/1982 c.d. “Rognoni-La Torre” come modificato dal D.L. 4 febbraio 2010 n. 4 e inserito tra i delitti contro l’ordine pubblico, punisce chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso con la reclusione da 10 a 15 anni.

L’associazione è definita di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono di una forza intimidatrice che è alla base del vincolo associativo, nonché di una condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva quale conseguenza che facilita la commissione degli stessi delitti. Perché sussista la fattispecie in esame risulta necessario che il vincolo associativo intercorra tra 3 o più persone le quali impiegano la forza del vincolo associativo, a prescindere dal maggiore o minore successo ottenuto.

Lo scopo principale delle associazioni di tipo mafioso, anche a carattere straniero, è quello di acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o realizzare profitti o vantaggi ingiusti per gli associati o per altri soggetti.
Il reato di cui all’art. 416 bis c.p., non presuppone la prova di una effettiva estrinsecazione del metodo mafioso, in quanto ciò significherebbe configurare l’organizzazione mafiosa unicamente in contesti territoriali considerati storicamente o culturalmente penetrati da tali associazioni, ignorando le metamorfosi che le stesse hanno avuto negli anni, sorgendo e prosperando ormai, anche in zone diverse da quelle di insediamento storico.

  1. Il differente contributo del singolo partecipe

Occorre rilevare, come non tutti i soggetti che partecipano all’associazione mafiosa rivestano la stessa posizione, infatti è possibile distinguere tra coloro che inseriti stabilmente nella struttura organizzativa e caratterizzati da“affectio societatis”, forniscono un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo, con un’effettiva rilevanza causale nel conservare o rafforzare le capacità operative dell’associazione e coloro che, trovandosi in posizione di concorrente esterno e non di “intraneus“, sono caratterizzati sotto il profilo oggettivo, dall’assenza di uno stabile inserimento nella struttura criminale, pur fornendo ad essa un contributo causale, mentre sotto il profilo soggettivo, dalla mancata “affectio societatis”. All’interno del Codice Penale non è possibile rinvenire una norma che preveda espressamente la figura del concorrente esterno all’associazione mafiosa, essendo tale tipologia di reato frutto di un’elaborazione giurisprudenziale, che nel corso degli anni ne ha definito i tratti essenziali.

Di particolare importanza risulta inoltre la differente posizione, stabilita dallo stesso codice tra coloro che ” fanno parte” di un’associazione di tipo mafioso (art. 416 bis 1° comma) e coloro che ” promuovono“, ” dirigono“, o ” organizzano” la stessa (2° comma), che per il particolare apporto causale sono puniti perciò con la reclusione da 12 a 18 anni.

  1. Partecipazione: reato – associativo e reati – fine

La partecipazione all’associazione di tipo mafioso costituisce reato differente dalla responsabilità a titolo di concorso in un reato-fine, inteso quale reato a cui il vincolo associativo è preordinato.

La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che sussiste una distinzione tra il reato associativo e i reati scopo secondo la quale non tutti gli associati rispondono di tutti i delitti commessi in attuazione del vincolo, ma solo e unicamente di quelli a cui abbiano fornito un effettivo apporto con la propria condotta.

Tale tematica acquista caratteri ostici nel caso in cui si valuti la partecipazione di colo che rivestano un ruolo primario nella struttura associativa

È possibile dedurre come la responsabilità del soggetto agente può basarsi solo su di una precisa condotta, dotata di efficienza eziologica con l’evento antigiuridico reato-fine, e quindi non un generico coinvolgimento nell’abito associativo.

Tali premesse generano quale indubbia conseguenza che l’accusa ha l’onere di dimostrare l’apporto e le modalità di coinvolgimento da parte del singolo associato, indicando la specifica condotta concorsuale e lo sviluppo causale, tenendo sempre ben presente il limite dell’ “al di là di ogni ragionevole dubbio”.

La giurisprudenza, d’altro canto però, pur riconoscendo assoluta autonomia tra il delitto di associazione per delinquere e i reati fine commessi dagli associati, non esclude, che elementi certi relativi alla partecipazione di determinati soggetti ai reati fine effettivamente realizzati, possano essere dedotti da un’analisi dell’esistenza del vincolo associativo e dal ruolo dei singoli soggetti nell’ambito dell’organizzazione.

  1. La pronuncia della I Sez. della Cassazione Penale (10237 del 2018)

Il Giudice di Legittimità con la sentenza dello scorso 30 gennaio 2018 n.10237 ha statuito come il ruolo di partecipe, anche in posizione gerarchicamente dominante rivestito da taluno nell’ambito della struttura organizzativa criminale, non è sufficiente a far presumere la sua automatica responsabilità per i delitti fine compiuti da altri appartenenti al sodalizio, anche se riferibili all’organizzazione ed inseriti nel già condiviso quadro del programma criminoso, giacché di detti delitti rispondono soltanto coloro che materialmente o moralmente hanno dato un effettivo contributo, volontario e consapevole, senza che possano dunque operare anomale responsabilità di mera “posizione”.

Ciò opera anche per i vertici di un sodalizio criminoso i quali in itinere siano stati sottoposti ad un stato detentivo. Infatti nonostante la Suprema Corte tenga ben presente come questo “status” non determina la necessaria ed automatica cessazione della partecipazione al sodalizio mafioso, però lo stesso non comporta una presunzione che chi è risultato stabilmente inserito in un sodalizio mafioso continui per un tempo indefinito a rimanere compartecipe, a meno di prova contraria.

Ciò vale anche quando l’organizzazione abbia richiesto all’affiliato, secondo le sue regole interne, un impegno adesivo incondizionato e illimitato nel tempo.

Per cui occorre ravvisare, ai fini dell’integrazione della permanenza della condotta associativa, l’esistenza di un contributo anche morale, ma sempre oggettivamente apprezzabile alla vita e all’organizzazione del sodalizio stesso, non risultando comunque soddisfacente il riferimento solamente al fatto che gli altri associati abbiano continuato a perseguire quelle stesse finalità criminose, anche in quello stesso settore che aveva visto in passato attivo il partecipe.

Alla luce di quanto esposto sin ora, è possibile ritenere, che l’ordinanza applicativa di una misura cautelare che non tenga conto di una valutazione degli interventi istigativi o rafforzativi dello specifico proposito criminoso da parte dell’associato gerarchicamente dominate e in stato di detenzione, nonché della sua partecipazione ai delitti fine, risulta affetta da carenze motivazionali con riferimento al percorso giustificativo in relazione ai gravi indizi.

  1. Sullo “stato detentivo” anche una pronuncia della II Sez. (n. 4861 del 2017)

Circa la sentenza in commento, occorre rilevare come anche la II sezione della Corte di Cassazione, nel pronunciarsi su di un ricorso avverso la decisione del Tribunale del riesame dell’Aquila, ha avuto modo di precisare come, nell’ambito delle associazioni per delinquere di stampo mafioso, il sopravvenuto stato detentivo del soggetto non determina la necessaria ed automatica cessazione della sua partecipazione al sodalizio.

Invero, secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, lo stato detentivo di un soggetto non è sintomo di una cessazione dell’ appartenenza al “clan” in ragion del fatto, che sin dall’affiliazione allo stesso, il soggetto consapevolmente accetta l’eventualità di trascorrere parte della vita associativa in stato di detenzione.

Occorre rilevare inoltre come anche durante lo stato detentivo il soggetto può intrattenere possibili contatti con il “clan”, partecipando per quanto possibile alle vicende del gruppo e alla programmazione delle sue attività, con la chiara intenzione di voler riassumere un ruolo attivo non appena venga meno il forzato impedimento.

Orbene, se in astratto è vero che lo stato detentivo non genera in maniera necessaria ed automatica la cessazione dell’appartenenza, è altrettanto vero come il Giudice di merito chiamato ad esprimersi sul caso di specie debba ricercare degli elementi concreti da cui desumere il chiaro intento del soggetto di mantenere vivo quel vincolo creato con gli associati, valutandone la posizione rivestita, nonché quegli elementi da cui desumere lo specifico apporto arrecato durante la detenzione all’associazione e al singolo reato – fine.

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