La clausola claims made impura e i suoi confini di validità

In Diritto Civile
Cassazione civile, Sezioni unite, sentenza n.24645 del 02/12/2016 [Leggi provvedimento]
Redatto dall’Avv. Rita Claudia Calderini

“Nel contratto di assicurazione della responsabilità civile la clausola che subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto o, comunque, entro determinati periodi di tempo, preventivamente individuati (c.d. clausola claims made mista o impura) non è vessatoria; essa, in presenza di determinate condizioni, può tuttavia essere dichiarata nulla per difetto di meritevolezza”.

Le Sezioni unite della Corte di Cassazione tornano ad occuparsi  della vessatorietà e della validità della clausola claims made (a richiesta fatta) apposta all’interno dei contratti di assicurazione.

La pronuncia rappresenta l’occasione per consolidare a livello giurisprudenziale il principio ermeneutico già sancito dagli ermellini con la sentenza del 6 maggio n. 9140/2016.

Anche in tal caso, come nella fattispecie scrutinata nel maggio 2016, la questione interpretativa afferisce a una clausola claims made impura (la clausola pura, infatti, non pone problemi in termini di vessatorietà), ovvero a una clausola che subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto.

Nel caso di specie, con  sentenza n. 17550/05, il Tribunale di Roma accolse la domanda risarcitoria per responsabilità professionale medica proposta nei confronti di un medico dipendente della Provincia Religiosa di S. Pietro dell’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Dio Fatebenefratelli, con la chiamata in causa delle assicuratrici Aurora ass.ni e Assitalia Ass.ni, per il decesso della congiunta V.C. Il Tribunale, in particolare, pronunziò anche la condanna dell’assicuratrice della responsabilità civile della convenuta, la Assitalia ass.ni (in forza e nei limiti della polizza n. 276/60/100320).

La sentenza di primo grado fu però gravata di appello principale dall’assicuratrice ed incidentale dal danneggiato; pervero, la Corte capitolina escluse il carattere vessatorio e ogni altro profilo di invalidità o inefficacia della clausola “claims made” apposta alla polizza e, in base alla medesima, rigettò la domanda di manleva proposta dall’originaria convenuta.

Il ricorrente danneggiato contestava, pertanto, in sede di legittimità la decisione esposta per violazione e falsa applicazione degli art. 1341, 1917, 2964 e 2965 c.c. e, in particolare, per aver negato il carattere vessatorio della clausola e non non aver sancito la nullità nella parte in cui impone decadenze dall’esercizio del diritto.

A fronte di tali contestazioni, la Suprema Corte risolve il quesito sottoposto richiamando i principi di diritto sanciti con la decisione del 6 maggio, in tal modo contribuendo a consolidare un orientamento giurisprudenziale che guarda non solo alla posizione debole del danneggiato ma anche alla posizione della compagnia assicurativa.

In particolare, la Corte ritiene di dover rigettare le doglianze proposte dal danneggiato asserendo che “nel contratto di assicurazione della responsabilità civile la clausola che subordina l’operatività della copertura assicurativa alla circostanza che tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano entro il periodo di efficacia del contratto o, comunque, entro determinati periodi di tempo, preventivamente individuati (c.d. clausola claims made mista o impura) non è vessatoria; essa, in presenza di determinate condizioni, può tuttavia essere dichiarata nulla per difetto di meritevolezza ovvero, laddove sia applicabile la disciplina di cui al decreto legislativo n. 206 del 2005, per il fatto di determinare, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto; la relativa valutazione, da effettuarsi dal giudice di merito, è incensurabile in sede di legittimità, ove congruamente motivata”.

Pur non presentando un contenuto innovativo rispetto al precedente del 6 maggio, la sentenza in commento si segnala essenzialmente per la sua natura confermativa rispetto a un principio di diritto di recente acquisizione che rimette al giudice, a seconda del caso concreto sottoposto, il compito di indagare la ragionevolezza della clausola.

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