INTERMEDIAZIONE FINANZIARIA: il gestore di un portafoglio che non rispetti le linee d’investimento fissate mediante i benchmarks, è passibile di risarcimento a favore del cliente

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.24 del 03/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Lorenzo Mariconda

“Seppur il benchmark non imponga al gestore di acquistare titoli nelle proporzioni indicate, comunque costituisce un modo per valutare la razionalità e l’adeguatezza dell’attività dell’intermediario, in quanto ad ogni benchmark è associato un rischio”.

Tale affermazione costituisce l’esito della sentenza 24/2017, pubblicata il 3 gennaio dalla Corte di Cassazione in tema di intermediazione finanziaria e gestione patrimoniale.

Il Tribunale di Biella in prime cure e, successivamente, la Corte d’appello di Torino, in sede di gravame, avevano ritenuto una banca responsabile di inadempimento di un contratto di gestione patrimoniale condannandola al risarcimento a favore dei clienti.

In particolare, il giudice del gravame riteneva che l’inadempimento sussistesse alla luce del fatto che l’intermediario avesse attuato una gestione patrimoniale incoerente rispetto ai rischi assunti contrattualmente dagli investitori: infatti, tali rischi avrebbero dovuto trovare limite in quanto sancito nei parametri di riferimento, in linguaggio finanziario benchmark, che, però, sarebbero stati utilizzati con percentuali ampiamente eccedenti rispetto a quelle previste in sede di trattativa e tali da far passare l’affare da un grado di rischio 4 ad uno di rischio 5 di Assogestioni.

La banca ricorre per Cassazione affidandosi a due motivi: il primo, che qui interessa, lamenta l’errore del giudice di merito, il quale avrebbe utilizzato come parametro di condotta dell’operatore finanziario il benchmark che, pur essendo correttamente definito quale indicatore statico e solo approssimativo, non vincolerebbe il ricorrente ad acquistare titoli nelle proporzioni indicate. Non sarebbe, quindi, nella formulazione del ricorrente, un impegno verso un’obbligazione di risultato né un elemento gerarchicamente sovraordinato rispetto a tutte le altre clausole relative alle caratteristiche di gestione previste ai sensi dell’art. 38 del reg. intermediari.

La Corte di Legittimità rigetta il ricorso ritenendolo infondato.

Innanzitutto, il Collegio ricorda come, nell’ambito di un contratto avente ad oggetto la gestione di un portafoglio di valori mobiliari, tra gli obblighi previsti a carico dell’intermediario vi sia anche quello di fornire la preventiva indicazione del grado di rischio dell’attività finanziaria, mediante un parametro oggettivo che possa essere coerente al rischio stesso.

Dunque, attraverso un contratto di gestione di portafogli, il cliente conferisce all’intermediario l’incarico di adottare una serie di scelte d’investimento entro il limite di discrezionalità fissato nell’atto negoziale, dal momento che eventuali perdite ricadrebbero solo ed esclusivamente sul patrimonio del soggetto investitore.

A tal proposito, sottolineano gli ermellini come vi sia una netta differenza tra il contratto di gestione individuale e quello collettivo. Nel primo caso, in cui rientra anche la fattispecie in esame, caratteristica tipica è la personalizzazione della gestione, attraverso cui il cliente può, ai sensi dell’art. 24 TUF, impartire alla banca ordini vincolanti rispetto alla gestione. Gli artt. 37-41 del regolamento intermediari, poi, stabiliscono l’obbligatoria indicazione delle caratteristiche di gestione, l’indicazione delle operazioni suscettibili di effettuazione e la misura massima della leva finanziaria utilizzabile. Per questo motivo, rilevanza fondamentale è assunta dal cosiddetto benchmark che l’art. 42 del medesimo regolamento definisce quale “parametro oggettivo di riferimento coerente con i rischi a essa connessi al quale commisurare i risultati della gestione”.

Alla luce di questo riferimento normativo, quindi, la Cassazione giunge alla conclusione che, seppur il benchmark non imponga al gestore di acquistare titoli nelle proporzioni indicate, comunque costituisce un modo per valutare la razionalità e l’adeguatezza dell’attività dell’intermediario, in quanto ad ogni parametro è associato un rischio.

Per tale ragione, non avendo la banca rispettato le caratteristiche delle linee di investimento cui era correlato il rischio assunto dal cliente, rigetta il ricorso, confermando la statuizione del giudice di seconde cure.

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