Interesse alla risoluzione o interesse all’adempimento?

In Diritto Civile
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Cassazione, ordinanza n. 4022 del 20/02/2018 [Leggi la sentenza]
Redatto dalla dott.ssa Silvia Tredici

La gravità dell’inadempimento va parametrata sulla base dell’interesse al regolare adempimento.

Con l’ordinanza n. 4022 del 20/02/2018, la Corte di cassazione afferma il principio secondo cui l’interesse al quale va parametrata la gravità dell’inadempimento in materia di risoluzione del contratto, ai fini della pronuncia costitutiva che dispone lo scioglimento dello stesso, è rappresentato dall’interesse che la parte non inadempiente aveva, o avrebbe potuto avere, alla regolare esecuzione del contratto, non già alla “convenienza” per la stessa della domanda di risoluzione rispetto a quella di condanna all’adempimento.

Tale massima giurisprudenziale scaturisce a seguito del ricorso proposto dagli attori nel giudizio di primo grado, convenuti però nel giudizio di terzo grado, dinnanzi al Tribunale di Vicenza per inadempimento degli obblighi contrattuali scaturenti dal contratto di transazione stipulato con la parte avversa, chiedendo, in via principale, il rigetto di tale domanda ed in via riconvenzionale, la risoluzione del contratto, lamentando un grave inadempimento ad opera di questi ultimi.

Il tribunale, con sentenza del 27 luglio 2009 n. 1259, rigetta la domanda delle parti attrici, condannandole al risarcimento dei danni per lite temeraria. Contestualmente, il medesimo organo giudicante rigetta anche la domanda riconvenzionale delle parti convenute, adducendo quale motivazione la preminenza dell’interesse delle stesse alla transazione concordata, in quanto finalizzata alla conclusione dei rapporti litigiosi esistenti con gli attori, piuttosto che allo scioglimento del rapporto.

Il predetto Tribunale compie, dunque, una valutazione che esula dall’ambito del sindacato giudiziale e che costituirà il motivo fondante l’accoglimento del ricorso in cassazione.

Il giudizio prosegue in secondo grado, dove la Corte d’appello di Venezia, con sentenza 19 giugno 2014 n. 486, rigettando gli appelli, principale ed incidentale, proposti dalle parti, ribadisce che “i pur gravi inadempimenti degli attori del primo grado di giudizio non dovevano comportare la risoluzione del negoziato, e ciò proprio in relazione all’interesse che i ricorrenti continuavano comunque ad avere rispetto alle altrui prestazioni“.

La Corte di cassazione, adita dai convenuti del primo grado per violazione degli art. 1453 e 1455 c.c., ritiene fondato il motivo del ricorso, acclarando nelle “ragioni della decisione” gli elementi giustificativi dell’iter logico giuridico da essa seguito.

Di fatto, il giudice, nel valutare l’ammissibilità della domanda di risoluzione delle parti, deve circoscrivere il proprio giudizio alla verifica della sussistenza di determinati requisiti, in presenza dei quali non può esimersi dal formulare pronuncia costitutiva di risoluzione.

Detti requisiti si rinvengono nella sussistenza di un inadempimento della prestazione e nella gravità di detto inadempimento, tenuto conto, altresì, dell’interesse della controparte.

Il tribunale di Vicenza e, ancora successivamente, la Corte d’appello di Venezia sono incorse nell’errore di scambiare l’interesse alla prestazione rimasta ineseguita, il solo che deve essere valutato ai fini dell’art. 1455 c.c., con l’interesse alla risoluzione, ovvero con la convenienza della domanda di risoluzione rispetto a quella di adempimento, scelta, quest’ultima, rimessa alla discrezionale volontà della parte e sottratta alla valutazione giudiziale.

A sostegno di tale interpretazione, la Corte richiama un filone giurisprudenziale (Sez. 3, Sentenza cassazione civile n. 8063 del 14/06/2001) secondo cui l’interesse richiesto dall’art. 1455 c.c. non può che consistere nell’interesse della parte non inadempiente alla prestazione rimasta ineseguita: interesse che deve presumersi leso allorquando l’inadempimento sia stato di rilevante entità, ovvero abbia riguardato obbligazioni principali e non secondarie (Sez. 3, Sentenza n. 8063 del 14/06/2001).

Constatato che l’inadempimento vi era ed era grave il giudice non avrebbe dovuto imporre alle parti di rimanere vincolate. Pertanto, la Corte cassa la sentenza impugnata rinviandola alla Corte d’appello per il riesame alla luce del principio di diritto da essa espresso.

 

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