INSIDIA STRADALE: il testimone può essere un familiare indicato anche dopo l’atto di citazione

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione terza, sentenza n.14706 del 19/07/2016 [Leggi provvedimento]

Il Comune deve risarcire il soggetto che inciampa su un tombino, dovendo riconoscersi piena valenza probatoria alla testimonianza del fratello dello stesso, anche se non indicata subito.

Questo il principio di diritto statuito dalla Cassazione civile, sezione terza, con sentenza n.14706 pronunziata in data 19/07/2016 nell’ambito di un giudizio di risarcimento danni.

Nel caso di specie, il Tribunale di Nicosia aveva accolto la domanda di risarcimento danni subiti dall’attore a seguito di una caduta per inciampo in una pedana di ferro di copertura di fognatura urbana, condannando il Comune per responsabilità aquiliana per insidia a risarcire il danno quantizzato in Euro 6696,20, oltre accessori e spese di lite.

Proposto appello avverso tale sentenza, la Corte di appello si pronunciava con sentenza a favore del Comune con la quale, capovolgendo in toto la decisione del giudice di prime cure, rigettava la domanda di risarcimento danni originariamente formulata dall’attore ritenendo non sufficientemente provato il fatto della caduta sul tombino.

Secondo quanto asserito dalla Corte territoriale, non era stata fornita adeguata prova sull’effettivo verificarsi dei fatti lamentati, dovendosi considerare inattendibile l’unico testimone oculare della caduta, che non era stato indicato subito dall’attore nell’atto di citazione.

Interpellata sul punto la Cassazione, il ricorrente soccombente evidenziava un insufficiente e contradditorio esame degli elementi decisivi nonchè la violazione dell’art. 184 c.p.c.

Ebbene i giudici di legittimità hanno ritenuto errata la decisione della Corte di appello secondo cui l’attore, non avendo indicato tempestivamente in nome del teste nell’atto di citazione, abbia posto in essere un comportamento processuale valutabile a suo sfavore.

A tal riguardo, gli ermellini hanno rilevato che “è ictu oculi insostenibile una siffatta posizione in uno schema processuale in cui, secondo il testo ratione temporis applicabile dell’articolo 184 c.p.c. proprio i termini di cui alla suddetta norma sono destinati al dispiegamento completo delle istanze istruttorie. Non risulta pertanto utilizzabile a fine probatorio neanche nella più infima misura il fatto che l’attore si sia avvalso dell’articolo 184 c.p.c. anziché presentare ogni sua istanza istruttoria in modo completo – inclusivo, quindi, dei nomi dei testi – già nell’atto di citazione”.

Invero, il nome del teste non deve essere necessariamente indicato nel primo atto di costituzione in giudizio  potendo lo stesso essere specificato successivamente, nel corso del processo, e comunque non oltre le richieste istruttorie.

Per quanto concerne poi il rapporto di parentela intercorrente tra l’attore e il testimone indicato, la Suprema Corte ha poi precisato che non sussiste alcuna presunzione di inattendibilità del teste legato da vincoli di parentela, ben potendo essere testimone anche un familiare come il fratello, la sorella o il coniuge della parte processuale.

Alla luce di ciò, i giudici di Piazza Cavour hanno accolto il ricorso e cassato la sentenza impugnata, rinviando alla corte territoriale in diversa composizione, affermando il seguente principio di diritto: “qualora in atto introduttivo sia stata proposta istanza istruttoria di prova testimoniale senza indicare il nome del teste, e quest’ultimo tuttavia sia successivamente indicato entro i termini che il rito consente per il completo dispiegamento delle istanze istruttorie, tale legittima scelta dell’istante non può assumere alcun significato a lui sfavorevole ex art. 116 c.p.c.”.

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