INABILITAZIONE: respinta la domanda se il padre anziano abbia compiuto atti di liberalità in favore di amici fedeli anziché delle figlie assenti

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.786 del 13/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Salvatore Esposito 

“Non va dichiarato inabile per prodigalità l’anziano genitore che sceglie di compiere generosi atti di liberalità nei confronti di amici fedeli invece di lasciare il patrimonio ai familiari assenti da anni nella sua vita”.

Questo il principio affermato dalla Suprema Corte di Cassazione, sezione prima civile, con sentenza depositata in data 14/01/2017.

Nel caso di specie, le figlie di un anziano genitore adivano il Tribunale di Roma per sentir dichiarare inabile per prodigalità il proprio padre, avendo il predetto compiuto una serie di generosi atti di liberalità nei confronti di alcuni suoi amici fedeli.

Il padre proponeva appello avverso la pronuncia del Tribunale di Roma e la Corte territoriale, in accoglimento dell’impugnazione, rigettava la domanda di inabilitazione, revocando la nomina del curatore provvisorio e respingendo la richiesta di trasmissione degli atti al giudice tutelare per la valutazione in ordine all’apertura di un’amministrazione di sostegno.

Ad avviso dei giudici della Corte di Appello, la domanda di inabilitazione formulata dalle ricorrenti figlie era assolutamente infondata atteso gli atti compiuti dall’inabilitando non derivavano né da «incapacità di apprezzare il valore del denaro» nè da «frivolezza, vanità od ostentazione», essendo stati posti in essere sempre con lucidità e misura, senza eccedere per vanità, lusso o sproporzione, ed esclusivamente per riconoscenza e beneficio nei confronti di persone a lui care.

Le critiche e le censure svolte dalle tre figlie, che da circa un ventennio non si erano curate del padre, essendosi da lui allontanate senza più cercarlo, miravano, secondo la Corte, a finalità conservative di un patrimonio che invece il suo titolare era libero di «investire» per gratitudine, affetto e riconoscenza verso chi gli è stato vicino.

Proposto ricorso per cassazione, la Suprema Corte si è allineata al ragionamento seguito dai giudici di appello, rammentando che, secondo la più risalente giurisprudenza di legittimità (Cass. Sez. I, n. 6805/86), la prodigalità, cioè il comportamento abituale caratterizzato da larghezza nello spendere, nel regalare o nel rischiare eccessivamente rispetto alle proprie condizioni economiche, configura un’autonoma causa di inabilitazione, ai sensi del 415 co. 2 c.c., indipendentemente da una sua derivazione da specifica malattia o comunque infermità, e quindi anche quando si traduca in atteggiamenti lucidi purché sia ricollegabile a motivi futili.

Nel caso di specie, il suddetto comportamento non può costituire ragione d’inabilitazione dell’anziano genitore, in quanto rispondente a finalità aventi un proprio intrinseco valore, cioè aiuto economico verso persone estranee al nucleo familiare, ma legate da affetto ed attrazione.

Invero, lo stato di fragilità psicologica, causato dalla disintegrazione della propria famiglia, non ha minato lo stato di lucidità dell’anziano, cercando quest’ultimo di valorizzare altri affetti con amici fedeli.

In conclusione, correttamente i giudici hanno ritenuto infondate le critiche mosse dalle figlie, che per più di un ventennio non si sarebbero più curate del padre, essendosi allontanate da lui senza mai cercarlo, in quanto andrebbero a ledere le finalità conservative di un patrimonio che invece il suo titolare è libero di investire per gratitudine, affetto e riconoscenza verso chi gli è vicino.

 

 

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