IMPRESA FALLITA: il giudice può disporre la reintegra del lavoratore

In Fallimentare, Lavoro e Previdenza
Cassazione Civile, Sezione lavoro, sentenza 3 febbraio 2017  n. 2975 [Leggi la sentenza]

Redatto dalla dott.ssa Roberta Di Maso

In caso di fallimento dell’impresa datrice di lavoro dopo il licenziamento di un suo dipendente, questi ha interesse ad una sentenza di reintegra nel posto di lavoro, dalla quale possono scaturire una serie di utilità, quali la ripresa del lavoro (in relazione all’eventualità dell’esercizio provvisorio, d’una cessione dell’azienda o della ripresa della sua amministrazione da parte del fallito a seguito di concordato fallimentare o di ritorno in bonis) o l’eventuale ammissione ad una serie di benefici (indennità di cassa, di disoccupazione, di mobilità)”

Con la sentenza resa il 3 febbraio 2017  n. 2975, la Suprema Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi sul tema della reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato prima della dichiarazione di fallimento dell’azienda datrice di lavoro.

Il caso in esame ha ad oggetto il licenziamento, dichiarato illegittimo in secondo grado, intimato ad un lavoratore dall’azienda datrice di lavoro, per superamento del periodo di comporto ex art. 18 della l. n. 300/1970 (testo antecedente alla riforma Fornero e al Jobs Act).

La Corte d’Appello, pertanto, pur accertando l’illegittimità del licenziamento, non aveva previsto la reintegra nel posto di lavoro dal momento che, in pendenza del procedimento, la società era stata dichiarata fallita, con successiva cessazione dell’attività produttiva, condannando la società soltanto al risarcimento del danno e al riconoscimento delle retribuzioni non erogate.

Benché gli fosse riconosciuto il diritto al risarcimento del danno subito e alla corresponsione delle retribuzioni non erogate per violazione e falsa applicazione dell’art.18 della l. 300/1970, il lavoratore ricorreva per Cassazione lamentando il suo diritto alla reintegra sul posto di lavoro sostenendo di poter godere,  in questo modo, della possibilità di proseguire  l’attività lavorativa presso un ramo dell’azienda, nel contempo affittato, alle dipendenze di un altro datore di lavoro, alla stregua degli altri dipendenti.

La Suprema Corte accoglie il ricorso di cui trattasi evidenziando che, per consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, da un lato la competenza funzionale spetta correttamente al giudice del lavoro dovendo, questi, tutelare non tanto l’interesse patrimoniale del lavoratore e la sua possibilità di rivalersi sul patrimonio del fallito, quanto più i diritti non patrimoniali estranei alla par condicio creditorum  e l’interesse del lavoratore alla permanenza presso l’azienda fallita (per esempio in caso di prosecuzione dell’attività lavorativa conseguente a cessione d’azienda o concordato fallimentare – cfr. sent. Cass. n.16264/2013; sent. Cass. n. 4051/2004) e, dall’altro, la cessazione dell’attività di impresa non osta alla pronuncia di reintegra.

Dunque, con la pronuncia in esame, la Corte torna a pronunciarsi sulla possibilità del lavoratore di vantare il diritto alla reintegrazione, pur essendo l’azienda fallita, in vista di una anche solo eventuale prospettiva futura di continuazione dell’attività lavorativa.

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