IMPEDIMENTO DEL DIFENSORE: LEGITTIMO SOLO SE PRONTAMENTE COMUNICATO

In Diritto penale commerciale
Cassazione penale, sezione seconda, sentenza n.45310 del 20/09/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dalla Dott.ssa Giuseppina Verbena

L’impedimento a comparire del difensore per contemporaneo impegno professionale si considera prontamente comunicato, e quindi costituisce causa di rinvio a nuova udienza, quando è posto alla cognizione del giudice con congruo anticipo e, cioè, in prossimità della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni.

E’ quanto stabilito dalla Cassazione penale, sezione seconda, con sentenza n.45310 del 20/09/2017 a seguito del ricorso presentato da Tizio avverso la sentenza della Corte d’Appello di Messina che, nel rigettare l’appello proposto avverso la sentenza del Tribunale di prime cure, aveva riconosciuto il ricorrente responsabile del reato di ricettazione di un assegno bancario.

Tizio aveva proposto ricorso per Cassazione per violazione dell’art. 606 c.p.p., lett. b) ed e) in virtù dei seguenti motivi:

1) la Corte territoriale non concesso al difensore il rinvio dell’udienza per contestuale impegno dinanzi la Corte di Cassazione quale difensore di fiducia di imputato detenuto;

2) per vizio della motivazione, apparente, illogica e contraddittoria nonché travisamento della prova;

3) per vizi della motivazione, avendo la Corte territoriale escluso la configurabilità del reato di cui all’art. 647 c.p. con motivazione meramente apparente, ponendo a carico dell’imputato la prova della provenienza delittuosa dell’assegno di esclusiva competenza della pubblica accusa, con conseguente inversione dell’onere probatorio;

4) per la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e per l’eccessività della pena irrogata;

5) infine, per la contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla denegata concessione dei benefici di legge.

La Corte ha ritenuto infondato il primo motivo, stante la circostanza che l’istanza di rinvio dell’udienza risultava essere stata presentata intempestivamente dal difensore del ricorrente; in tale direzione si annovera la giurisprudenza della Suprema Corte, sezione seconda, sentenza n.20693/2010, che ha precisato che l’impedimento a comparire del difensore per contemporaneo impegno professionale si considera prontamente comunicato, e quindi costituisce causa di rinvio a nuova udienza, quando è posto alla cognizione del giudice con congruo anticipo e, cioè, in prossimità della conoscenza da parte del difensore della contemporaneità degli impegni.

Gli ermellini hanno poi ritenuto infondati i motivi di cui al punto 2 e al punto 3, concernenti il vizio di motivazione, stante la correttezza giuridica e la logicità della motivazione della Corte territoriale, ritenuta priva di incongruenze e discrasie logiche.

Con riferimento al motivo indicato nel punto 3 sull’inversione dell’onere della prova, la Corte ha stabilito che, ai fini della configurabilità del reato di ricettazione, la prova dell’elemento soggettivo può essere tratta da qualsiasi elemento, anche indiretto, e quindi anche dall’omessa o non attendibile indicazione della provenienza della cosa ricevuta da parte del soggetto agente senza che ciò comporti un’illegittima deroga ai principi in materia di onere della prova.

Il motivo indicato nel punto 4, concernente il trattamento sanzionatorio e la mancata concessione delle attenuanti generiche, è stato ritenuto privo di fondamento, in quanto la sentenza impugnata ha richiamato a sostegno del diniego delle circostanze ex art. 62 bis c.p. i molteplici precedenti a carico del ricorrente, dando inoltre conto della congruità della pena irrogata.

La Cassazione ha evidenziato, inoltre, la manifesta infondatezza dell’ultimo motivo concernente l’omessa motivazione in ordine alla richiesta di riconoscimento dei benefici di legge, dal momento che la Corte territoriale ha espressamente richiamato in senso ostativo i precedenti penali dell’imputato.

Alla luce delle suesposte motivazioni, la Suprema Corte, seconda sezione penale, con sentenza n. 45310/2017, ha rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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