Illegittima segnalazione in Centrale Rischi: risarcimento “in re ipsa” o incombe sulla parte lesa l’onere di provare il danno?

In Diritto Civile
Cassazione civile, sezione prima, sentenza n.1931 del 25/01/2017 [Leggi provvedimento]
Redatto dal Dott. Marco Noceta

Nell’ambito della tutela dei dati personali in materia di accesso al credito, con un recentissimo pronunciamento, la Suprema Corte di Cassazione ha statuito che: “Il danno causato dall’illegittima segnalazione alla Centrale rischi non è automaticamente riconosciuto ma va dimostrato”(Cass. Civ. Sez. I sent. n. 1931/2017).

Nel caso di specie, il danneggiato si doleva della mancata concessione di finanziamenti, da parte di diversi istituti bancari, a causa della illegittima segnalazione alla Centrale Rischi, compiuta dal convenuto istituto di credito di cui era correntista. Ne chiedeva, pertanto, la cancellazione ex art. 152 d. lgs. n. 196 del 2003, e il conseguente ristoro dei danni patiti.

Con sentenza del Tribunale di Roma, il Giudice adito rigettava la domanda spiegata, ritenendo legittima la predetta segnalazione, effettuata sulla base del mancato pagamento del debito nei termini pattuiti.

Avverso tale decisione il ricorrente proponeva ricorso dinanzi la Suprema Corte, la quale cassava con rinvio la sentenza impugnata, ritenendo che tale segnalazione non poteva scaturire automaticamente da un mero ritardo nel pagamento del debito, tanto più nel caso di specie era oltretutto contestata l’esistenza del titolo di credito.

Riassunto il processo, il Tribunale di Roma ordinava all’istituto di procedere alla cancellazione della segnalazione illegittima, in quanto il medesimo non aveva fornito la prova in ordine al contratto di finanziamento posto alla base della comunicazione, rigettando però la domanda di risarcimento del danno economico e all’immagine, stante anche in questo caso, la mancata prova sul punto da parte del cliente.

Proposto nuovamente ricorso per Cassazione, il ricorrente lamentava la violazione e/o falsa applicazione da parte del Tribunale di Roma del combinato disposto degli articoli 2050 c.c. e 15 del d.lgs. n. 196/2003 in quanto, accertata l’illegittimità della segnalazione, il Giudicante avrebbe dovuto condannare la banca al ristoro del danno, da intendersi “in re ipsa”, trattandosi di una fattispecie di responsabilità oggettiva ex art. 2050 c.c.

Orbene su tale questione il Supremo Consesso, seppur non condividendo la qualificazione della responsabilità per l’esercizio di attività pericolose, quale ipotesi di responsabilità oggettiva, ha rilevato che: “errato è l’assunto secondo cui il danno, nell’ipotesi disciplinata dall’articolo 2050 c.c., ed in particolare in quella dell’illegittima segnalazione alla centrale rischi, debba essere considerato in re ipsa, ossia debba essere reputato sussistente per il fatto stesso dello svolgimento dell’attività pericolosa”.

Ciò in quanto tale figura di danno, oltre a richiedere necessariamente la sussistenza del nesso di causalità tra l’attività e il danno patito, “snatura la funzione del risarcimento, che verrebbe concesso non in conseguenza dell’effettivo accertamento di un danno, ma quale pena privata per un  comportamento lesivo” (Cass., Sez. Un., 11 novembre 2008, n. 26972), e quindi si porrebbe quale rimedio sanzionatorio e non come compensazione della perdita subita dal danneggiato, secondo quanto previsto dall’art. 1223 c.c.

Come asserito dalla Corte, casomai è la prova del danno ad essere in re ipsa, in virtù del sistema delle presunzioni previsto dagli artt. 2727 e 2729 c.c., fermo restando che “il danno, ed in particolare la “perdita”, deve essere sempre oggetto di proporzionata ed adeguata deduzione da parte dell’interessato”.

In conclusione, nel caso in esame, non avendo il ricorrente adeguatamente provato i danni lamentati, neppure a seguito dell’espletata escussione testimoniale, allo stesso è stato negato il risarcimento del danno economico, quale mancata concessione del finanziamento, e del danno all’immagine e alla reputazione personale.

 

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